FemminArt Review

Arte e Femminilità

Rita Mele

Rita Mele – Mostra “Seguendo un incantesimo”, a cura di Loredana Rea – Frosinone -  “Villa Comunale” – 27 aprile / 8 maggio 2013

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Diario dal bordo

Rita MeleRita Mele agisce sul registro della memoria e sulla sua traslazione in un avvenire presente, cosa che le permette di trattare il ricordo non in maniera ancestrale, quindi congelato in un piano fisso irripetibile, bensì modulato sulla scala dinamica delle sensazioni, dinamico come ogni passato che viaggia con noi indelebile, oltre la reliquia emotiva che sbiadisce. Viceversa la traccia temporale si consolida, più che emerge, attraverso ciò che è oggi, nel nostro tempo l’editing della sua genesi.

Rita si giova, in questa operazione rappresentativo-mediale, di un colore steso in modo tenue e spigliato, fuori dalla contestualizzazione forzata, tinte pastello cangianti che suggeriscono le dimensioni infinite del farsi, una compatta rarefazione del sentimento, circoscrivendo giustamente l’onirico senza avvolgere il segnale nella nebbia informe di un trascorso opinabile. Difatti il colore muta agevolmente in materico e soprattutto in Linguaggio, quella straordinaria forma della parola scritta di getto, in calligrafia minuta che conduce al cuore del verbo conferendogli l’autentica valenza mediale, comunicativa strettamente connessa con il modulo cronografico.

© Rita MeleIl risultato è il compimento dell’attimo in primo luogo, quello che coniuga l’istanza nostalgica, per via dell’apparente finitezza del vivere, con quella sovrannaturale, spirituale, ecosostenibile che trasforma la rimembranza in tracciato per un incontro futuro tutti insieme, come è giusto per ogni vissuto non casuale, ma cosciente, meditato, auspicabile.

Rita quindi elude il concetto deleterio e vacuo della morte con l’ottimistico assemblaggio di cromos e significante, forma e materia, simbolo e parola in un incessante confronto da cui nasce, virtù evocativa della donna, il segno autonomo, cosciente della vita come summa, non già selezione.

E la firma in questo diario dal bordo, di questo tempo e della sua fedifraga irriconoscenza, è in quelle farfalle che Rita trapunta su rotoli di carta per stampante che mostra, come una pellicola, i fori del trascinamento o nei fiori e arbusti secchi, apparentemente sotto teca, che emanano il profumo lieve della delicatezza e della speranza.

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Web Mostra “Seguendo un incantesimo”

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29 Aprile 2013 Scritto da femminart.it | Eventi, Figurativo, Schede | | Nessun commento

Donatella Izzo

© Donatella Izzo – Personale – Galleria De Magistris Arte Contemporanea – Via Sant’Agnese – Milano – Inaugurazione 18 Aprile 2013 ore 18:30

Stupori

Donatella IzzoNel timeline abraso della memoria del mondo Donatella Izzo incastona le sue perle di presente, che si fanno perfezione non per compensare l’oltraggio, bensì per testimoniare, redigere, vidimare il processo dinamico che dalla realtà, qualsiasi, porta alla sua interpretazione prima ancora che alla sua semplice accettazione. I frammenti di vissuto che Donatella interpone fra la degenerazione e il suo utopistico antagonista sono di specchiata trasparenza, degli avatar, degli ologrammi che si materializzano sulla scena a voler rimarcare la purezza indistinta del tempo rispetto all’organigramma della memoria strutturata dall’uomo e destinata così fatalmente alla ruggine, all’umido, a intonaco scaduto per incuria, lassismo, disattenzione sui materiali.

La perfezione di Donatella si mette in posa proprio sui fondali dell’inettitudine, è questa la sua forza artistica, la sua quota di linguaggio, con un potenziale irridente, canzonatorio, provocatorio, vera cifra dell’Arte Contemporanea che sappia agire sul decostituito non stigmatizzandolo, come usa fare sovente, ma accompagnandolo in un viaggio mnemonico cordiale, non acido ma semplicemente ed efficacemente risolutorio. Nelle perform di Donatella non si ha mai l’impressione di un abbandono, è un paradosso, ma quasi di scelta felice dello spazio in touring verso lo scenario migliore per la propria foto ricordo, in una pervicace volontà strenuamente difesa a volere esattamente quel contrappunto alla propria virtualità di bellezza. E questo è di un potenziale politico, in accezione autentica, inaudito che si trasforma giocoforza in espressione artistica, autentica.

Non è un caso che i passanti sul proscenio dell’abbandono siano il bambino re, in primo luogo, poi la donna, con predilezione per le sue vesti esotiche multirazziali, uomini in lotta, e gli animali come effigie di natura, tutti colti in una azione, anche © Donatella Izzo - L'accoglientequando questa è posa, e in una luce globale che rendono ben accetto anche il disfacimento elevandolo, per ripulsa storica, a rango di arazzo, oleografia, cornice ideale e idealista in una sacralizzazione iconografica della vergogna che lascia inebetiti quanto appagati, risolti in quella che attualmente è l’unica arma in possesso del vinto: la conoscenza.

E la coerenza si esalta anche nelle figurazioni cui Donatella ci ha abituato nel passato, mummie del secolo venturo, quei corpi avvolti nelle garze della pietà che fluttuano nel mare nero dell’incoscienza tramutandolo in sogno, liquido amniotico del quale si nutre l’amore e il futuro, di tutti. Quello autenticamente presente.

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Donatella Izzo - Scala di valori (FemminArt Review)

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9 Aprile 2013 Scritto da femminart.it | Figurativo, Fotografia, Schede | | Nessun commento

Djoma Djumabaeva

Woman

Djoma DjumabaevaL’universo di Djoma, tale anche per la sconfinata produzione, è di un candore rappresentativo inusitato perché riesce a fondere stili e rimembranze in una stesura del colore a strati cronologicamente sovrapposti in modo da evocare la successione delle ere in una dimensione attuale della forma. Le concrezioni cromatiche risollevano l’astrattismo dal suo languore endemico donandogli la certezza del passato da cui ha preso le mosse, come se fosse sempre esistito ma solo se accostato alla genesi attuale, contingente della forma.

In Woman questa fusione si evidenzia grazie al tema dell’archetipo femminile elevato a chiave di lettura della composizione cromatica del cosmo inteso come evoluzione, scala di memoria non come rifiuto ma presa d’atto, confluenza, amalgama di eventi e loro immancabile deduzione. L’architettura riconoscibile del pensiero si alterna a ideogrammi, graffiti, evocazioni del segno avvolte nella magia della loro semantica nativa, parasemiologia, fino ad arrivare all’ingresso in campo delle grandi stesure informi, spatolate del tempo, pigli improvvisi che oltre a contenere idee e richiami comunque, tracciano il confine fra la memoria e la sua acquisizione, componendo l’astratto e l’informale nella loro naturale logica di piacere visivo, tripudio del pensiero libero e non della sua negazione.

© Djoma DjumabaevaNe risulta, dalla sua serie Woman, un tracciato ideologico di specie perché confrontato con l’esclusione storica della donna dall’Arte come dalla sua interpretazione, rigenerato potentemente nell’eredità dei simboli dai quali parimenti era stata derubricata. Si tratta quindi di colore vivo e forma futura e ciò è evidente dal chiarore, dalla luminosità, dallo splendore che accompagna tutte le composizioni di Djoma.

Ugualmente per le espressioni non tematiche, libere ma puntualmente riflessive che ci fanno scoprire ad ogni passo la pergamena della storia nella sua accezione femminile, ovvero mistica di meraviglia e scoperta di un mondo troppo spesso vittima della deriva gratuita dell’autolesione, ma essenziale rivisitazione del momento presente non come summa di tratti opinabili, più o meno trascorsi, ma infiorescenza di ciò che accade ora anche a nome di ciò che sembra accaduto. Cambiare il modo di vedere le cose cambia il corso delle cose.

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2 Aprile 2013 Scritto da femminart.it | Figurativo, Schede | | Nessun commento

Tonia Bitzaraki

Glossy pain

Tonia BitzarakiEccellenza tecnica quella di Tonia Bitzaraki, corpo e volume dei toni, netta consistenza dell’immagine, acume logico dell’inquadratura e della successiva elaborazione come di agitazione all’ultimo momento del bagno di sviluppo. In tal modo riesce ad emergere la terza dimensione del colore, in una escrescenza patinata che costituisce l’orgoglio, spesso unico, della fotografia di impatto, quella che tende ad eludere i significati nello shock visivo della perfezione.

Ma basta scorrere le evoluzioni tematiche di Tonia per capire che in lei ciò non accade. La cromia vivida, la risoluzione spinta dei particolari non alterano una realtà fatta di concretezza, dolore, immaginario castigato e poi orgogliosamente dilatato come estrema difesa dalla degenerazione imperante. Quest’ultima viene solitamente riportata in un ideale bianco e nero, anche in presenza di colore, accentuando le sfumature dark che diano la sensazione di essere stati colpiti, offesi e alla fine distrutti dallo sfacelo delle cose. Tonia predilige, è vero, la corruttibilità di un edificio, di un infisso, di uno strumento che forse ancora assolve al suo scopo, insegue la ruggine, il deperimento coatto dei materiali quasi a rivelarne la causa, l’incuria dell’uomo, la sua volontà di non preservare, eppure, proprio attraverso le tinte, a volte quasi accecanti di bellezza, tende a trasformare il reportage dell’indistinto in gioia dello sguardo.

© Tonia BitzarakiParimenti nelle scene oniriche filtrate dall’acqua o da gocce di buio che rendono trasparente un notturno annegato nel traffico. In questo caso l’operazione svolta è il contrario, impedire che scene di ordinaria normalità vengano vissute come evasione lisergica dalla stessa, insidia sempre presente nelle striature di fanali nella pioggia che ci flettono verso nostalgia di una vita passata o di un futuro opinabile, aspirazioni mancate. Tonia spazza via il deliquio della memoria con una colata di coppale che raggela qualsiasi movimento ambiguo e ci preserva dalla contaminazione, lasciando inalterata la riflessione, e il riflesso, della nostra ragione che può anche nutrirsi di dolore, ma in modo protetto e dinamico.

Tonia Bitzaraki ci induce a non fermarsi all’apparenza delle cose, comunque, ma a svolgere su di esse un’azione vigile, senziente, critica. Comunque.

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29 Marzo 2013 Scritto da femminart.it | Fotografia, Schede | | Nessun commento

Mayako Nakamura

Brilliant leafs

Mayako NakamuraIl tocco lieve, leggero, impalpabile di Mayako Nakamura opera sul rumore bianco delle incertezze di vita che stentano a farsi colore. Partendo dalla solidità del nulla e del dolore, per i giapponesi il bianco è il colore del lutto e della morte, Mayako stende sulla realtà il velo impercettibile ma concreto della felicità, attraverso scintille tenui di colore, graffiti di senso sulla inalterabilità della negazione, ma soprattutto fluidità della composizione come riformarsi di un respiro verso cui la realtà si mostra aliena. Talvolta detta realtà viene confusa con il cosmo, ineluttabilità del male. Invece Mayako ristabilisce i confini fra cosmogonia e sua umana alterazione, quella che ci ha condotto all’astrattismo come rivolta frustrata della forma.

Non sempre in Mayako il colore splende come un riflesso su foglie apparentemente cadute, a volte la sua azione stempera in grigi emotivi, striate di nero improvvisato che paiono ideogrammi sciolti, liquidi, appunto degenerati, ma che assumono immediatamente stato aeriforme, vapore che si libera dalla destrutturazione del linguaggio, non per manifesto fallimento ma come stigma dell’inutilità della struttura stessa.

© Mayako NakamuraQuindi non è il caso di parlare di astrattismo informale ma, anche quando la forma diventa labile, di fantasia pregressa del cosmo ancora vigile, di critica della statica, semplicemente, e tripudio dello sguardo che accompagna ogni cammino, anche il più devastato. Contrariamente alle teorie occidentali negazioniste del segno, le composizioni di Mayako evocano la ricerca dell’equilibrio presente più che di quello mancato, fra le energie diverse che sfociano in un risultato plausibile, riconoscibile, al di là delle attese, o pretese.

E’ un piano mobile, quello di Mayako, sul quale fermarsi per un attimo, con tranquillità, anche quando la tempesta è alle porte, per ricordare il momento in cui siamo stati creati con materia celestiale che si aggrega secondo lo spazio che l’anima vi dedica in quel momento. Mayako è arte del concepire e virtù del concepito.

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25 Marzo 2013 Scritto da femminart.it | Figurativo, Schede | | Nessun commento

Malgorzata Lazarek

Essential

Malgorzata LazarekLa cultura occidentale, e con essa l’Arte, è stata sempre tesa a porre in rappresentazione l’icona di una deduzione, di un ragionamento finanche quando si trattava di realismo, sempre questo affrontato per l’idea, e sua induzione, di quello che si riteneva essere il dato reale. Questa discrasia è determinata dall’opulenza della società occidentale che impedisce la tabula rasa dei sentimenti, sola azione che possa abolire il confine fra reale e sua rappresentazione, anzi svuotare il termine stesso rappresentazione di ogni suo significato.

Malgorzata Lazarek riesce a centrare l’obiettivo che consiste nel ricavare dal dato reale inquinato dall’immaginario refuso che vuole renderlo presentabile, l’insieme di forme native che si sono stratificate nel tempo concettuale di cui ogni realtà ha bisogno. Non si tratta quindi di una rappresentazione, ad alcun titolo, ma di epurazione, scarnificazione, evidenza di una composizione sui generis che la realtà compie a dispetto di ogni sua spocchiosa interpretazione. L’Arte di Malgorzata possiede il dono della modestia di un semplice report visivo che ci rivela l’unica scansione possibile degli eventi che è quella di assistere al loro succedersi e non intervenire perché abbia per noi, o peggio per altri al nostro indirizzo, una indicazione.

Quindi non v’è traccia dell’opulenza esegetica che ha macchiato il pensiero occidentale, ma si limita ad esplicitare in forma placida ed estremamente precisa le forme, i simboli, la materia e la sua trasformazione, che gli occidentali chiamano decomposizione, la compenetrazione di stili e mnemoniche tendenze, dall’infanzia al sogno in un percorso affatto traumatico, il merge o mix di sensazioni in fieri, amalgama supremo che, sempre gli occidentali chiamano impropriamente contaminazione, perché abituati ai concetti di degenerazione, alterazione, necrosi.

© Malgorzata LazarekMa ciò che affascina oltre misura in Malgorzata non è tanto la teosofia della natura intoccata dei sentimenti, quanto la leggerezza di come pone su tela le storie infinite dell’essere uomini nel mondo dei sogni necessari allo scorrere delle ere, senza smettere mai di guardare l’aspetto narrativo delle cose, e non automi del sogno o della realtà, fa lo stesso, e schiavi dell’immagine che qualcuno pensa per noi.

Malgorzata è libera, come ogni donna che sa di esserlo.

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22 Marzo 2013 Scritto da femminart.it | Figurativo, Schede | | Nessun commento

Donatella Izzo Curriculum

Donatella Izzo

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Donatella Izzo nasce a Busto Arsizio nel 1979 e frequenta l’Accademia di Belle Arti di Brera. Vive e lavora a Milano.

Nel 2013 è finalista del Premio Art Gallery. Nel 2012 è segnalata nella categoria fotografia del Premio Celeste e finalista del Premio Basi per l’arte contemporanea. Espone nelle personali di Londra (2011, Beauchamp Club Gallery a cura di A.Kusser) di Milano (2007, Galleria Obraz a cura di Mimmo di Marzio) di Lecce (2007, Riva Arte contemporanea) di Prato (2008, Galleria Lato). Si segnalano le collettive di : “AAF Milano” del 2011 con la Galleria San Carlo New Contemporary; “Rinascita per Paolo” – Museo della Permanente di Milano del 2008, a cura di Gabriele Francesco Sassone.“Tutti siamo stati bambini”– fortino di Sant’Antonio Bari. A cura di Piero Addis e Jacqueline Ceresoli; “Premio Parati per la Pittura 2007” – Vittuone, Milano – a cura di Marina Mojana.

Tra le altre mostre si ricordano:
Ionization – Nextam & Parteners, 2007, Milano.
Obrazone, Galleria Obraz, 2007, Milano
Pause Figurative – G Finalisti Premio Morlotti 07 – Imbersago, Lecco.
Take Five - Galleria Obraz, 2006, Milano. A cura di Stefano Castelli

Donatella Izzo è vincitrice dei Premi:
2007 - Premio Parati per la Pittura – Vittuone, Milano. A cura di Marina Mojana.
2006 - XI° Premio Nazionale di Pittura e Scultura Città di Novara, Salone Arengo del Broletto, Novara
2002 - Premio Luigina Manfretti per la pittura - Museo Della Permanente, Milano
2000 - Materializzazioni – Premio Brera – Istituto Genesio, Milano
1998 - Premio Regionale di incisione – Museo D’Arte Moderna, Gallarate (Varese)

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© Donatella Izzo Personale – Galleria De Magistris Arte Contemporanea – Via Sant’Agnese – Milano – Inaugurazione 18 Aprile 2013 ore 18:30

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Hanno scritto di lei:

- FemminArt Review - Stupori
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21 Marzo 2013 Scritto da femminart.it | Curriculum, Figurativo, Fotografia | | Nessun commento

Fortuna Della Porta

Fortuna Della Porta – “Metafisica dello zero” – LietoColle Libri 2012

Critica della ragione impura

Fortuna Della Porta“Vicchiazza cresòmmel’annizza, lu sciore della ventura è appassuto”, “Vecchiaia albicocca marcia, il fiore dell’avventura è sfiorito”. E’ l’incipit di questo lavoro di Fortuna Della Porta che va oltre la Poesia ma, opera iniziata già con “Gramaglie e Frattaglie”, entra nel novero della rappresentazione panica del dire inteso come vivere e partecipare ai suoi eventi come una festa, talvolta amara e indigesta, ma festa, una tammurriata. Come lei stessa afferma in postfazione il gramelot fonetico con cui si esprime deriva da diversi dialetti, non solo il partenopeo, differenti idiomi che portano in sé il sapore originario della mimica verbale più che del semplice comunicare. La lingua italiana prese le mosse proprio da quel koinè dialectos che rappresentava la summa delle mille espressioni nell’evidenza del loro aspetto comune, koinè. Fortuna, pur restando nell’ambito campano, svolge un’azione di collettivizzazione del linguaggio, sia in termini espressivi che contenutistici.

Le antiche presenze, talora nomate streghe, tal altra patriarchi o santoni popolari, hanno sempre ricoperto il ruolo sciamanico di ponte fra il vivere e la sua impossibilità, rendendo affabulabile, quindi assimilabile, anche le verità più scomode, “E peggio e pejo se jettano ‘nguerra, pe s’arrubbà nu parmo de terra, ‘ntussecanno mare e pastura, ca pure lu cielo se ne appremura” “E peggio ancora si gettano in guerra, per rubarsi un palmo di terra, avvelenando mare e cibo, che pure il cielo se ne preoccupa”. Quindi, come è a tutte le latitudini, la sceneggiata, la narrazione intese come esorcismo del male stesso e al contempo codice quasi segreto, esclusivo del comunicare, mettere in guardia. Si assurge in tal modo ad una carboneria semantica simile al passaggio in punto di morte delle consegne rituali, non solo perché nessuno ascoltasse, ma a che il tempo stesso e la vita e la morte ignorassero il soffrire che c’è dietro l’abominio endemico dell’essere umano. “Me porte into ‘a generazione. Ava e sullivava, ca ciucciuliav’ ‘a lli chiante, comme m’hanno cuntato” “Mi porto dentro la generazione. Nonna e la bisnonna che parlottavano alle piante, come mi hanno raccontato”.

© Fortuna Della Porta – “Metafisica dello zero” – © LietoColle Libri 2012

 

Quindi nascita del linguaggio come difesa, è uno dei motivi storici del codice, e di Poesia come mimesi, ovvero orpello delle forme non per esaltare pericolosamente ma quasi nascondere, cautelare l’empito di rivolta perchè la Poesia è, Rivoluzione. “Chiove e ‘nchiana , ‘ncopp’a la terra, nu frigido nivuro, comme’a lu vierno. Servisse ‘na scala .. pe gghì a cercà, sole luquente, e scansà ‘o sconcio, de li cappe a lu viento” “Piove e cade sopra la terra, un freddo nero come l’inverno. Servirebbe una scala, per andare a cercare sole lucente, e scansare lo sconcio delle menti nel vento”. Lo sconcio delle menti. E così l’Amore, “Mela avvelenosa ‘a vocca toja, m’arrasse da sempe, a scurcuglià l’ammore” “ Mela avvelenata la tua bocca, mi impedisce da sempre di indagare l’amore”. E la Natura: “Da ‘ndrete a li muntagne scennìa a freschezza, de la primma matina, l’acqua de lu mare se vuculiava quieta” “ Da dietro le montagne scendeva la frescura, della prima mattina, l’acqua del mare si cullava quieta”.Poesia come preservazione del lume dell’abbraccio popolare, del senso cosmico della ragione svuotata del suo artificio di morte e ricondotta a palpito di verità nascoste che rischiarano l’aria, mettono appetito di cibo e di vita ma non dimenticano l’origine di tutte le cose: “La spacienza fatta rulore, tu sempe venive pe me mettere ‘mmocca, insieme alla serpa d’ ‘a lingua toja.. na parola stuoteca, na ‘nfruata” “ L’impazienza fatta dolore, tu sempre venivi per mettermi in bocca, insieme alla serpe della lingua tua, .. una parola stonata, un rimprovero”.

Ecco la metafisica dello zero, questo titolo così apparentemente avulso dalla epica dei sentimenti popolari eppure così emblematico: non ci può essere metafisica nel nulla, in uno zero ma, aggiungerebbe la “sullivava”, la bisnonna: in quello che “sembra” uno zero.

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“Gramaglie e Frattaglie” su FemminArt

Video “Gramaglie e Frattaglie

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19 Marzo 2013 Scritto da femminart.it | Schede, Scrittura | | 1 commento

Daìta Martinez

Corollari centrati

Daìta Martinez“Tecnicismo boreale, sulla piega di (vestale), suadente anfratto, in diluito chiaroscuro, – fugato, dalla costola del boia discente”. Il verso di Daìta è fonetica scandita dall’anima del tempo, quel tempo, in cui sorriso e pianto rivelano al mondo l’incesto mal digerito. La scansione è vertiginosa perché non lascia spazio alla meraviglia del glossario messo a nudo ma schiaccia, occlude, ottunde proprio con il senso che ogni sincope contrae. “Slega nodo, lamiera, nel dorso di sale”. Le volute ritmiche tendono a confondere il passo, guarnendolo dell’incanto del segno, per stimolare il riflesso, o riflessione, che ogni strattonata semantica impone. Da un lato il coro, di chi si lascia confondere per non pensare, e circuire dalla parola che è mistica d’accento, dall’altro la piega inflitta che solo il verbo sagomato stila, per necessità di ribellione. “Verbi equi-distanti, stropicciati da corpi, di celeste ingenuità”. E’ il sangue di sempre che scorre al di là dell’artificio, “amplesso vermiglio la spugna di pietra percuote”. Ascesi di significati sghimbesci che reclamano un’ordine, un pensiero. Donna.

“E’ olio di mandorlo, sulla scogliera dei seni, alle cattive, vocalizzo dell’abbaglio”. Donna che si erge dal rimbrotto di parole orchestrato in processi sommari e che ora si ritorce all’aguzzino come spada forgiata nelle sue stesse tetre spelonche. “obliata la sede, – nauseabonda –, del regime, non riporto l’altro stile”, ma il suo medesimo. E’ l’ancora stessa del verso orchestrata in malìa di ri-torsione, l’esperimento nativo ri-tentato, “verso origina, supplica del goduto vizio, e naufrago, in te”. L’anabasi si tende, si flette, ultimo sguardo all’inconscio eluso, “macerie, la stanza di t.”, e plana sull’indistinto della memoria vergine, “generata nudità, matura il bacio nel ciliegio, schermata pietra di l’una”, e verso “l’una” abbrivia il centro, che è opale e summa, natura di quell’anima del tempo, “portati via cigno – tiglioso – irretito. sfida il guanto sul pretesto del fiume, santo – sacrosanto – contrito”, natura di vergine spasimo, risolto all’assassino, eterno nel suo incedere di vento artico del ritorno. Donna. “..per l’amore… quello ladro, quello dolce, quello che soffia in mezzo al mare.”

© Daìta Martinez © LietoColle Libri

 

E’ litania dell’incompiuto che nel cuore scava il nocciolo di niente che dà ragione al mondo, e alla sua stesa offesa. E il respiro segmentato si amplia ne “l’omelia dei seni a stringere l’amaranto, dei fili gementi al suo nasce l’una”, e si consacra, nel suo pamphlet di vita (finalmente) vissuta, corale d’abbandono sì ma fiera d’identità reclusa, proprio nei tratti della sua (e nostra) adorata lingua sicula, “culuri ammuttunati, & lu vuciu nta l’occhi, – trasi –, russi ri suli, spicchiati pi la strata .. a dumilaliri stu finu sali.. l’arrotino & lu pupu, a talìari .. a jurnata è lunga assai..” “colori ancora chiusi, & il mormorare, dentro occhi, rossi di sole, specchiati sulla strada .. il sale è a duemila lire .. l’arrotino & il pupo siciliano, a guardare .. la giornata è molto lunga “.

(…acchiana!)
(…sali!)

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13 Marzo 2013 Scritto da femminart.it | Schede, Scrittura | | Nessun commento

Maria Giulia Berardi

Emergenze

Giulia BerardiIl lavoro che compie Giulia Berardi è quello di ricostituire il diaframma sottile che esiste fra sogno e realtà, ancor meglio fra desiderio e sua attuazione, realizzazione, vidimazione concettuale. Si tratta di una pellicola labile che è stata distrutta dall’anteposizione coatta dell’utopia, stilema di impossibilità, e il vasto cosmo dell’onirico che costituisce la base per qualsiasi operazione di interpretazione, artistica e di vita. Tale delicato confine, limite, Giulia lo situa nell’acqua, elemento modulare, estetico e futuribile per eccellenza, per la sua capacità di adattarsi a qualsiasi forma, auspicando la reazione di verifica di cui ciascun movimento abbisogna.

Nell’acqua Giulia pone il sincretismo delle azioni quotidiane, quelle apparentemente ritenute congrue con le leggi fisiche, ma che oltre queste sono alla ricerca del senso dell’agire, prima ancora che della sua validazione. Il moto di una bicicletta, o le semplici sospensioni dell’umano stare, riflessioni, dubbi, certezze conquistate, la postura stessa esistenziale vengono rapportate al divenire qualsiasi del nostro intorno, troppo spesso ridotto a semplice elemento di corredo. Quindi, più che idealizzazione di una sospensione canonicamente onirica, Giulia al contrario descrive le basi solide dei piedi per terra, quel ritorno spesso traumatico alla dura legge del mondo, il disincanto, trasformandolo in una normale e incruenta operazione di stile. Difatti ciò che emerge dall’intero quadro è la trasparenza e, in questa, il movimento. Non vi è concessione alla parte negata del sogno, quella che non si fa ricordare, che ci fa sospirare, quando non ci tortura, sottraendoci al mondo come stupefacente, istigazione dei detrattori del sogno vissuto, spacciatori dell’impossibile funzionale alla coercizione, di mente e anima.

© Giulia BerardiLe emergenze di Giulia si fanno innanzitutto eccellenza, evidenza degli strati di memoria che il corpo è costretto ad attraversare, per dna, senza che diventino fardello, occlusione, immobilismo, ma facciano da pungolo innanzitutto per capire esattamente dove sia il pelo dell’acqua di questa castigata esistenza, quindi per valorizzare la dinamica dell’essere in tutti i gradi di movimento concessi dal particolare momento vissuto, sia esso in profondità sia che stia per esplodere nell’urlo di liberazione che ci vede nuovamente respirare.

L’Opera di Giulia è foriera di tutti quegli istanti di felicità che anche la tragedia nasconde, in piena ottemperanza al suo essere donna, ovvero mai vinta per sempre avvinta dal lato successivo di tutte le cose.

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26 Febbraio 2013 Scritto da femminart.it | Figurativo, Fotografia, Schede | | Nessun commento

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