Conversations with the Vikings
Il cosmo artistico di Julijana Nemeti è estremamente variegato, dalla Pittura alla Scultura alla Musica, al Laboratorio inteso come concezione, performance ante-litteram, ma nonostante la diversità espressiva tutto pare ricondurre al filo comune del contatto universale con i simboli. Il titolo di questa scheda fa riferimento ad un Progetto in Pittura in cui Julijana raffigura splendidamente in forma di Graffiti il tentativo, come lei stessa descrive, di porsi in conversazione con l’antico mondo delle tradizioni nordiche, nel loro aspetto mitico, fondante, e il carattere stesso dei dipinti, che sembrano estratti da primordiali caverne precedenti qualsiasi tradizione e mito, lo dimostra.
Ugualmente nelle stampe, Julijana esprime il medesimo tentativo di dislocare i simboli in forma di cronaca anacronistica, ovvero di ricerca dell’imprinting avvenuto in epoca lontanissima degli ideogrammi di vita, che non potevano chiamarsi stile, ma che rivelavano una chiarezza concettuale e cosmica dei pochi semplici passi che dovevano riguardare l’umanità e che invece ben presto sono scaduti nella follia della sovrastruttura e della guerra, odio e violenza che hanno infangato qualsiasi tradizione, qualsiasi mito, a qualsiasi latitudine. Per cui Julijana in realtà nella sua Conversazione chiede all’uomo come ciò sia stato possibile, e come il dio Odino abbia potuto permettere che l’ingegno la capacità la lungimiranza dell’uomo potessero poi scadere nella sopraffazione e annientamento del proprio simile.
E così arriviamo alle Sculture, che riportano il conto della sovrastruttura per estenderlo all’epoca presente e a quella futura, nel medesimo appiattimento cronologico anacronistico. Le Sculture di Julijana sono in realtà delle composizioni simboliche, inquietanti, perché paiono assemblaggi nelle mani di un bimbo, che si diverte a livellare la cosmogonia che gli appartiene, utilizzando dei semplici scarti generazionali, bambole, monconi di ferro, oggetti decontestualizzati che finiscono per mulinare nell’accezione del presente come gli antichi ideogrammi tribali che hanno perso la loro forma. E’ quindi un accorato, gioco di ricostituzione che mostra la positiva voglia di credere ancora e sempre nell’uomo, laddove esperimenti di questo genere nascono sempre per sottolinearne la disintegrazione. Julijana pone nel suo lavoro un calore freddo, una impietosa ma appassionata, e per questo corroborante, analisi del disfacimento
attraverso la salvabilità di ogni simbolo. L’operazione è affatto nostalgica e prova ne è che le ambientazioni assumono carattere concettuale, performativo, contemporaneo, sinonimo di diluizione dei significati per non impazzire, di fronte alla pervicacia con la quale l’ottusità umana ancora faccia straccio dei suoi ricordi più ancestrali, di quella consegna cosmica affidatagli da un dio che egli stesso si era creato in forma totemica.
Il fulcro dell’Arte generale di Julijana sta esattamente nella riappropriazione del carattere divino e divinatorio dell’uomo, nelle sembianze di Jord, la Madre-Terra, dalla quale secondo alcune versioni è poi scaturita la Triade delle divinità più potenti, come sempre composta da forze in opposizione tra loro, talune terrifiche e inspiegabili, come dimostra quella egizia di Osiride, Iside e Seth, il malvagio, che fece a pezzi il corpo di Osiride e lo sparse per tutto l’Egitto. Ma grazie a Iside, Osiride tornò intero, e così grazie a Julijana, e alla sua Arte, ci gioviamo del vero cuore dell’Uomo che sopravanza qualsiasi tragedia.
E compone con maestria la forza del vivere.
…………………
…………………
Julijana Nemeti Web
Julijana Nemeti su Facebook
…………………
Condividi
25 Gennaio 2012
Scritto da
femminart.it |
Schede |
|
1 commento
Eros, Immagine e Sostanza
Liuba è una performer dell’Immagine, nel senso che disallinea i cardini dell’impostazione fotografica trasferendo al risultato visuale i termini di concettuale, di installazione, stilemi dell’Arte Contemporanea, trasformando in definitiva l’Immagine in Icona. E in questo si serve di scatti, o snaps, come lei li chiama, lanciati da una camera qualsiasi che quindi non ha più il compito di artefarre la realtà in forma sempre concettuale ma elaborata, bensì quella di ricevere dalla stessa gli impulsi che emana e che costituiscono l’aura, ovvero la parte mobile e cangiante della realtà, la sua stratosfera, che molti sono in uso definire la vera Sostanza. Snap significa letteralmente catturare, quasi pizzicare, ad esempio lo snapshoot è l’artificio che
consente di catturare un fotogramma da un video e trasformarlo in scatto, shoot, che mai avrà, anche nel migliore dei casi, la fisionomia di uno scatto fotografico vero e proprio, tanto che i puristi della fotografia riconoscono quando uno snap è stato trasformato in inquadratura fotografica, operazione simile al ricavo della stessa all’interno del fotogramma originale. Motivo per cui molti lasciano visibile l’orlo periferico imperfetto della foto, una volta rappresentato dai forellini di trascinamento della pellicola, per Liuba è la presenza quasi fissa in scena della macchina fotografica o di un artificio qualsiasi che dimostri che lei sta snappando il preciso momento di rifrangenza reale trasformandola in visione d’Arte.
Liuba dice: “Uso il mio corpo per parlare, e la fotocamera per scrivere”. Corpo in questo caso inteso non solo come forma esteriore, motivo della galleria qui presentata, ma nella sua accezione generale di ricettacolo di sensazioni, visive, interpretative, deduttive ossia di lettura, riportate poi come codex digitale, come un poeta può fare con una poesia, anche questa per i motivi citati in perenne mutazione, come uno scrittore con un saggio, un musicista con evocazioni sonore e così via. Se oggi assistiamo ad una fusione dei vari generi, dove l’uno attinge a piene mani nell’altro, quadri sonori, poesie visive, lo dobbiamo al metodo di carattere performativo di cui Liuba è autorevole interprete. In Liuba il metodo è visibile qualunque sia l’oggetto preso in esame, che siano nature morte o vive, styling o grafiche concettuali, forme o composizioni, dalle quali cerca continuamente di astrarre il desiderio, che poi è quello di capire, interpretare, proporre, vivere.
Nella serie di selfportrait di momenti del suo corpo affronta la divaricazione che c’è fra senso e sensazione, simbolo e acquisizione, confine sul quale si agita, a volte dilaniato, l’Eros.
Liuba dice: “Quando io comincio ad essere seminuda, arrivano ispirazione e libertà”. Gli snaps del suo corpo allo specchio fanno parte di un linguaggio oggi particolarmente in voga nel post-virtuale, ideologia da social-network, nella quale esiste un lavorio incessante sul proprio “profilo”, fatto sì di informazioni di base, serie e circoscritte, ma soprattutto di immagini, tese a rappresentare il presunto migliore di noi, il lato vincente, maggiormente rappresentativo, poco importa se riscontrabile nella realtà. E’ la moderna elargizione dell’esibizionismo, che si distingue da quella del suo progenitore per il fatto di mostrare sempre più spesso quello che non si ha, rispetto a ciò che realmente si possiede. E così l’esibizionismo erotico è divenuta una pallida acquiescenza a modelli e simboli acquisiti, per lo più malamente e goffamente interpretati, tanto da creare, inconsapevolmente, un anti-linguaggio, ironico, satirico, critico, performance a suo modo.
Liuba al contrario resuscita l’esibizionismo puro di cui l’Eros si nutre in modo vitale, dando rilievo alle forme e alla loro proiezione mentale, il desiderio, scatenato dal semplice io iconografico inflazionato, riempito di valori nuovi che sono il ricordo ancestrale della voglia, dell’attrazione, dell’enfasi stessa del desiderio, quello che monta ma non deborda nella voglia assoluta di possedere, deriva post-consumistica multimediale. E’ l’Eros di vita, che si nasconde in tutte le forme pure che oggi ancora sopravvivono, dal rituale sano del cibo, alla cultura onesta dell’immagine, basti pensare al nudo nella Fotografia e nell’Arte in genere, alla distinzione di Bellezza che il corpo femminile possiede per assunto, sempre se sgravato dalla ideologia della conquista, fino ad arrivare alla Sostanza dell’Eros, che è quella di appetito reso e mantenuto vivo per la perpetuazione della specie e sua conservazione, possibilmente non geneticamente modificata.
Tutto questo perché Liuba riesce a pizzicare quel che di indistinto la realtà lascia ancora aleggiare intorno a sé, e che costituisce, in qualsiasi ambito, la differenza fra consumo e Arte, fra il semplice vegetare nei simboli deteriorati e il vivere consapevole, meditativo che fa del fisico la prima forma spirituale.
Onore e merito a Liuba, Geisha del terzo millennio, sospesa fra origine e salvezza.
Pare che l’esordio della Geisha sia “Sono qui per quello che vuoi, quanto vuoi e per il tempo che vuoi”, come, per citare il filosofo Manlio Sgalambro, “..vascelli ormeggiati in rada, giunti da ogni dove, per soddisfare i tuoi desideri”.
……………………….
……………………….
Liuba Luce Web
Liuba Luce su Facebook
……………………….
Condividi
20 Gennaio 2012
Scritto da
femminart.it |
Schede |
|
1 commento
La donna e il non luogo
Mariella Soldo parte dalla essenza della donna per sancirne la disubicazione, il confine spurio, la defrangenza di limite, segni che è in sua completa appartenenza, quel brivido che taluni definiscono assoluto, per utilità, e che invece si giova della sua continua ridefinizione. Un continuo assestamento di tendenza, esclusivo della donna, che porta Mariella a definire un “non luogo” il punto d’incontro delle dilaniazioni sociali oltre che di genere. Difatti la sua non è l’ennesima crociata, sacrosanta, delle rivendicazioni di categoria, ma la rivelazione di una sensibilità nel leggere le cose di tutti, maschi e femmine, che finisce a ritroso, quindi in modo critico, per specificarne il sesso. “La donna è il non luogo, lo spazio senza forma, il corpo e l’anima senza promesse. Una linea che si spezza, un cerchio inafferrabile. La donna è il confine, la libertà, il pensiero. Un frammento, il mare. Il sorriso, il silenzio, l’amore senza nome”.
Dell’inafferrabilità dell’essenza della donna è stato cantato da molte, anche icone in empireo, fuori sospetto, ma spesso si trattava di una autosospensione dal giudizio di merito della parzialità maschile, poi neanche tanto tesa ad afferrare quanto ad esecrare, con violenza ottusa. Mariella non mostra smanie di revanchismo, verso genere alcuno, semplicemente riconduce l’inafferrabilità a linguaggio sensoriale, codice di disappartenenza, rinuncia all’esclusività come unico artificio di sopravvivenza. “Nessun filo umano reggerà quest’impossibile sospensione. Amare nell’invisibile, in un silenzio tattile e fugace. Solo gli occhi vibrano, in questo freddo invernale, tra visi sconosciuti. Il mondo è per nessuno”. La donna è fuggevole, inafferrabile per chi tende a impossessarsi del suo mistero, è perfettamente chiara e leggibile per chi ne sa accogliere le indicazioni, che sono quelle di una fuga dalla realtà restandovi saldamente ancorati. Passionalità razionale.
“L’ebbrezza della perdita – E il mondo ci restituisce alla notte, alle autostrade di vetro, ai silenzi, ai volti che ci passano accanto. Ci restituisce, ogni volta, al nulla dell’illusione, come un incontro che si dissolve, nell’ebbrezza della perdita”. Lo scopo di Mariella non è infrangere la realtà in un muro contro muro, ma attraversarla nelle fenditure che nascondono la contraddittorietà di ogni essenza. “Muore un desiderio tra la fessura di due mani che si stringono.. muore in quello spazio senza tempo.. muore l’amore”. Morte non vista come fine, effrazione, ma come attimo esiziale della compiutezza di un uomo perennemente alla ricerca, perennemente distratto altrove. La fessura è l’attimo di abbrivio dal quale s’invola la vera comprensione, l’unione degli opposti nel loro distacco, che li rende finalmente visibili.
E Mariella s’invola davvero. “Mi porto negli occhi la polvere dei viaggi, il ricordo di quei volti che non ho conosciuto.. Mi porto negli occhi le storie infinite che i treni percorrono..” “Sono Simone Weil, ricordo di essere nata a Parigi, l’anno mi sfugge, in una famiglia che non cercava nulla.”, “Vivo nei non luoghi, nelle città disperse, nei tram, nelle metropolitane, nelle periferie”. Viene da pensare a Pasolini, che in India, mentre Moravia dormiva in albergo, frugava nei suburbi e nelle peste dei suoi odori. Notate come parimenti si fa vigore sociale, politico della contraddizione e della sua acquisizione: “Fuggirò per sempre, perché avrò il coraggio di essere ovunque, quando la luna sarà alta o quando il cielo si coprirà di nuvole. Mi rifugerò nelle chiese ortodosse, come le donne greche o russe bacerò instancabilmente scure icone di legno, mi confonderò nelle moschee ripetendo con fervore preghiere in cui non credo..”.
“Sarò adolescente, donna, bambino, uomo”
“Le strade buie, all’uscita della fabbrica, invitavano soltanto ad andare a casa, con l’ansia attenta di ricevere il calore di un amore, più che il calore di un pasto..” “Il materialismo delle fabbriche, nascosto nei fumi, si è rivoltato nel mio corpo. Il momento in cui Dio scese in terra, conquistandomi, resterà il solo segreto che mi porterò dentro.”. Perché, sia stato costretto a scendere.
Il non luogo delle donne che spesso gli uomini non vedono.
“L’uomo, nella sua forma più semplice e arresa (quando sogna), si pentirà di non aver mai conosciuto la musica profana del silenzio”.
“La donna e il non luogo” sarà evento rappresentazione il 20 gennaio 2012, presso l’Associazione “Angelus novus” di Bari, con i versi e monologhi di Mariella Soldo e Ilaria Iris Palomba affidati all’attrice Francesca Montanaro e alla chitarra di Pietro Verna, presentati da Marisa Arbore.
………………..
Mariella Soldo Web
Mariella Soldo su Facebook
………………..
Condividi
16 Gennaio 2012
Scritto da
femminart.it |
Schede |
|
4 commenti
Dal segreto del cono d’ombra (o della catastrofe di Fukushima)
Il disastro risiede nella specularità dell’individuo rispetto al sè. La mutazione delle forme dipende dal contrasto che si crea fra gli opposti, quando questi non diventano opposizioni. Il registro delle mutazioni non è altro che lo stridere, lo sfrigolare, l’assestamento. Il libero arbitrio dell’individuo è un assistere, a ciò che apparentemente egli stesso ha provocato.
La catastrofe
Si crea, si genera, nel momento in cui l’individuo non resiste alla tentazione di inserirsi nel movimento autonomo della costruzione o decostruzione del cosmo. L’energia che l’uomo ricava dalla terra è un semplice richiamo, una emanazione magnetica di uno svio inopportuno. Viceversa l’uomo si sarebbe dovuto sostentare con la forza del suo solo stare, come fa un cervo quando la landa è completamente ricoperta di neve. E’ chiaro quindi che il cosiddetto granello di polvere che inceppa il meccanismo è, il meccanismo, che scorre come il fiume gelato sotto la spessa coltre di ghiaccio.
“Dal segreto del cono d’ombra” di Margherita Levo Rosenberg è una evocazione del mistero della catastrofe. Nel suo vortice si assiste alla decomposizione della galassia che ha preceduto il suo big bang. E’ l’anello infinito della catena infinita, che ribolle nel magma come ancestrale tendenza a creare spazio nello spazio. Non è un ordine di pensiero, né tanto meno un tentativo di creare la domanda per una risposta che non può esistere. Ogni assoluzione dell’operato dell’uomo allo sbando, ogni scientifica discolpa, arde nel cono d’ombra come il pianto disperato di chi aveva in mano la soluzione e l’ha lasciata semplicemente scadere. Quando l’essere umano ha scoperto che poteva infrangere la sua stessa vita e quella altrui, la vera mela nell’Eden, ha decretato la sua e altrui fine prima che potesse solo pensare all’architettura del porla in atto.
Il cono d’ombra è un occhio che ci guarda, ci limita, ci demargina in funzione solo della consequenzialità, archivia, derubrica ciò che chiede la sua prova d’appello. L’uomo si è dato, nella legislazione, tre gradi di giudizio, che molto spesso ribaltano completamente le prove iniziali, perché queste nel frattempo, stridono, sfrigolano, si assestano nello sciame sismico residuo di ciò che è avvenuto una volta e per sempre. La sentenza passa in giudicato, e la colpa si diluisce nella sua incompiuta vacuità. Perché la colpa è una ipocrisia sociale, un palliativo di resistenza, al dis-ordine naturale che non si è saputo interpretare.
Il cono d’ombra è il mistero che aleggia sulla Verità, sulla sua trasparenza, che si estingue nell’affanno delle prove dell’esistenza di Dio, una ridda di tesi e antitesi che crea confusione nel momento in cui passa la risultanza, nell’oblio, e provvede alla sequenza di ciò che, per inerzia dialettica, non viene preconizzato, intuito, paventato.
E così il cono d’ombra si fa sole della certezza disacquisita e non ci resta che porre rimedio a qualcosa che deve ancora accadere. La Cosmogonia, come la teoria del Caos, non è la deduzione di regole sconosciute, ma l’attuazione del presente che ci vive addosso, esattamente come la catastrofe.
Un feto. Il segreto del cono d’ombra sta esattamente nel momento del concepimento, nella sua liberazione, nell’astrarsi dal compiuto e vigere solennemente all’altro da sé.
Intierezza dell’esistere.
………………..
……………….
Margherita Levo Rosenberg Web
Margherita Levo Rosenberg su Facebook
………………..
Condividi
13 Gennaio 2012
Scritto da
femminart.it |
Schede |
|
Nessun commento
Figli diversi della stessa luna
Daniela Cattani Rusich si immerge e ci immerge, al primo incanto, nella levità assoluta del verso, la poesia per antonomasia ancestrale, in un sogno post-crepuscolare rinverdito da una neo-figurazione critica, ambiversa. “Fremono di argento vivo gli anni acerbi, crescendo l’erba ai bordi del pensiero, e il tempo è oceano stellato senza fine..” “Le nuvole di oggi mi attraversano il cuore: sono gocce di pioggia, e di sole cadute.. gli aquiloni strappavano il filo, e restavo a guardarli volare”. E’ Aria, come lei stessa narra, è “..ossigeno, brezza, vento .. impalpabile, invisibile, trasparente..”. La poesia sembra involarsi nel ludibrio di sé, unica pace possibile, il segno di presenza in elementi naturali o nei moti impervi, ma cautamente celati, del nostro opalino interiore “Luna a rovescio dentro lo specchio del mio sogno, tengo stretta tra le mani nelle notti
silenziose”. Dalla lirica “Mia viandante senza tempo (a mia figlia)”: “Eppure ho il tuo sorriso sulla pelle, come un destino ricamato a mano, l’istinto a vivere – languida carezza – unica arma che possiedo, in pace e in guerra”. Ma è proprio la ricerca dell’iperbole cantata ad insinuarci l’idea di una calma solo apparente.
“Calano sipari lunghi, gli anni invasi, frutti maturi esplosi, come bombe a mano”. E non è il ricorso al lessico di guerra, questa guerra che ci appartiene, ad introdurre la poesia del dilaniamento, ma l’ancora tenue e lieve accadimento “mentre bevo il mistero, che pian piano mi invade”. Poesia presaga quella di Daniela, che il Bene e il Male articolano il cammino come due gambe dello stesso tronco. E’ il mistero del perché ciò sia, e neanche il dubbio, in quanto il verso spigliato non ne dà adito, “Arresi a un viaggio smisurato e fragile .. sopravvissuti in volo” , “Danza sulla mia lingua – danza senza pensare – che tutto il bene e il male, scorrono via come un tormento”. Ogni poetare verte su un mistero, quello di Daniela è il tempo, che livella i facili entusiasmi e le ispide rinunce, “Il tempo è argine sfiancato di speranze”.
Nella lirica “Porrajmos” , sullo sterminio nazista degli zingari, oltre agli ebrei, Daniela anima un intenso confronto fra dannazione e redenzione, “Insito è il male nella natura” fa dire al nazista “la libertà è un vizio capitale”, risponde lo zingaro “Siamo zingari e abbiamo le ali, scorre la vita nei nostri capelli..” e di contro “bastardi noi non ne vogliamo, la razza va salvaguardata..” e infine “E allora dimmi, soldato, dimmi, perché sollevi la mia sottana? perché mi frughi fra i vestiti, spingendo la lama dentro ai miei sogni?” . Più che antitesi fra Bene e Male in quanto tali, distinzione capziosa in quanto esiste l’uomo e basta, è il grido poetico della frattura che esiste fra amante e amato, l’uomo verso se stesso, prima ancora che verso il suo simile. Siamo “Figli diversi della stessa luna”, ma qualche capoverso in avanti “ - figli bastardi della stessa luna -”. E’ la coscienza, amara, che l’Amore, cantore di ogni poesia, si nutre di ferite, “O forse perché inverno ci raggiunge sempre, da lontano, come una perla che rotola piano.. cadendo soavemente sulle ferite aperte”.
E allora subentra la carne, è una regola, come salasso sacrificale, “La parola, soltanto, gronda sangue”, “Mi puoi fare, dire, baciare, sbagliare, giocare, volere, impazzire… farlo subito e sentirti morire.” .. obnubilata, “..le mie nuvole, le ho succhiate da piccola..”, dall’amore cieco “Gli occhi di un cieco tu li hai mai guardati? Sono rivolti al sogno che non muta”. E’ un grido disperato che si fa ferita “..ogni ferita è un crocevia d’istinto”, che si fa amore per l’aguzzino, sindrome di Stoccolma, per liberare l’afflato universale svanito “..da che fui venduta a un mercante spiantato di sogni e poesia”. L’urlo si lacera, dilania, “Strappati un po’ anche tu quel sorriso, dalla faccia di bronzo.. e con me fottiti l’amore di carne, in vanagloria della sfida alla morte”.
“Voglio tagliente la tua spada nel fianco: su ogni petalo della rosa dei venti, su ogni punta della stella puttana, su ogni notte morsa coi denti”.
Daniela è magica nel suo modo d’amare, e ricordarci l’amore che era, e che è.
……………
Daniela Cattani Rusich Web
Daniela Cattani Rusich su Facebook
……………
Condividi
11 Gennaio 2012
Scritto da
femminart.it |
Schede |
|
2 commenti
Absolute
La sostanza delle cose sfugge all’uomo da sempre, teso nella argomentazione della stessa e non nell’individuazione, impegnato a definire, poco a scoprire nonostante la prosecuzione logica dell’andare oltre se stesso. L’Arte si è opposta sempre alla velleità di celare, attraverso la scienza, la propria immagine riflessa. La Fotografia si è spesso interposta fra Arte e obiettività, fantasia, immaginario e rigore scientifico del risultato. Nella mutazione che ha condotto ogni forma d’Arte a rappresentare il metafisico, l’oltre, il nocciolo acclamato come sostanza, la Fotografia si è spesso rifiutata rimanendo legata al peso reale della visione, quasi ad impedire voli nell’onirico, ritenuto dubbio, ma solo meravigliando per la sua capacità di immortalare, e fra le altre la sostanza è proprio l’ideogramma della morte, pose che ci sfuggono in genere, tagli
di visuale che parrebbero volerci riportare ad una consolatoria concezione empirica della fantasia, dell’Arte, della vita. Vicky Monck è capofila della Fotografia come Arte pura, Sostanza, Risoluzione.
Nella infinita, meravigliata e meravigliosa serie di Selfportrait, apparentemente centrata sul sé, Vicky scompone l’interrogativo sulla propria identità in una serie di rifrazioni del medesimo soggetto, ciascuna autenticata dal momento, dal contesto, dall’azione, primo segno di avanguardia: l’Arte non è legata ad una ricognizione, catalogazione di momenti spuri del passato, che possono anche aver avuto una sostanza ma che ora, mentre parliamo, non ne hanno più, bensì al loro “divenire momentaneo”, alla esplosione o implosione del dire che si fa frammento e come tale molto più incisivo nella ricerca della verità di quanto siano le statiche reiterate, che addirittura, se riproposte all’eccesso, alterano, contraddicono l’impegno attuale. Vicky impressiona la pellicola nel flatus, qualcuno la chiama radianza, qualcuno intermittenza, che emana dalla realtà come attimo esplicativo che si fa uno con l’interrogativo, sostanza che si fonde con la sua sembianza, il significante con il significato.
Certo, la sequenza finale, raggelata comunque in una serie di fotogrammi, scatti, quindi inamovibili nel tempo potrebbe far pensare al medesimo rischio di perfezionamento della perfezione, ma in Vicky l’alea si dissolve, in quanto non lascia memoria del vissuto, trattandosi di semplici flash che la mano del soggetto non ha fatto in tempo a negare. Si può tornare a capo, sine fine, nessun momento è uguale alla precedente tornata, ma insegue il nostro attuale suscitando pensamenti e ripensamenti, perché, appunto, è materia viva, terreno instabile, risonanza, eco doppler, per cui muta perfino la forma fisica, come nella vita, di continuo, il fiume non è mai uguale a sé stesso, diceva Eraclito, e soltanto in questo divenire può risiedere una speranza di risposta. E neanche si può parlare, nel caso di Vicky, di divenire più o meno opportunamente rappresentato, perché lei rivela una non-coscienza della rappresentazione, lo dimostra il continuo, martellante rifarsi alla forma, come se lo scatto fosse unicamente lo sguardo, di quel momento, quindi finché vive, e si vive, è opportuno porsi la domanda. In questo caso la rappresentazione è da vedersi come quesito, performance, ed è davvero raro che la Fotografia si presti alla perform, in quanto pensa di esserlo nativamente, quindi scevra dal bisogno di
attualizzarsi.
Anche quando il soggetto muta, quando non è più il sé ma il qualunque, cosa, persona, ombra, la sensazione non cambia, è sempre la parvenza di una intuizione, felice o subita, con piacere o con orrore, che distrugge la foto e con essa la macchina, la fedeltà o le alterazioni, per lasciare il posto ad un ricordo presente, che si fa dinamica di vita, in quanto il futuro non è altro che un indistinguibile presente.
Questa è Avanguardia, contenere il futuro in un presente in grado di acquisire il passato, questo è l’Unum, fonte di Verità, questo è Assoluto. E Vicky è lì, imprendibile come il suo occhio, dentro e fuori la camera.
…………….
…………….
Vicky Monck Web
Vicky Monk su Facebook
…………….
Condividi
9 Gennaio 2012
Scritto da
femminart.it |
Schede |
|
3 commenti
Entropia cromatica del verbo
Estrapolare il dna della parola stesa dalle intercapedini del colore mostrato come lessico figurativo. Non si tratta soltanto della commistione dei linguaggi parlati ma del contemporaneo esibire la contraddizione della tendenza relegata. All’inizio del codice scritto c’è il segno, il semios, che marca l’occhio con l’analogia del concetto traslato, il corpo eretto o disteso, l’arguzia del limite ovvero la dissuasione dall’andare oltre il significato, in funambolismi retorici congeniali al disfacimento dell’uomo. La confusione semantica nasce proprio dall’effrazione del tabù della scrittura, il significato traverso, il detto per non essere detto e viceversa, la politica della parola.
Grazia Ribaudo tende a ricollegare l’origine al senso, non semplicemente attraverso la sovrapposizione degli schemi logici, ma amalgamando il non detto con la pari elusione di senso del colore, impasto cromatico afferrato nella sua identica decomposizione. E’ una lotta fra simboli elusi, che distende l’agonismo in una tabula rasa delle sensazioni. E’ un vezzo, un piglio che apparentemente aggiunge distrazione a distrazione, ma erompe verso la trasfigurazione del limite nella coscienza del non voluto. Di esperimenti pollockiani di artifici imposti alla tela, tagli in taluni casi, è ricca la storia, ma sempre partitivi, distaccati nel senso come se il resto del codice fosse altro affare, una trance ipnotica del rifiuto che attrae la circostanza ma pone in oblio il quadro generale. E non basta contaminare, termine desueto e parimenti parziale, ma fondere, mecciare i significati corresponsabili, porli sullo stesso livello di astrazione coatta.
Grazia non sparge ectoplasma su un qualcosa di disacquisito, bensì muta la forma stessa del disequilibrio in una tendenza apocrifa della stessa sostanza, libera in un certo senso la struttura dalle reali contaminazioni subite, estorte, perpetrate per farle assurgere al loro valore nativo di espressione, quasi tribale, endogeno, autoctono. Si esime dalla proiezione del nuovo codice, ma questo non ci interessa, perché il nuovo è ormai congeniale al vecchio precedente, e si fa stantio nell’attimo stesso della proposizione, ipocrita nella fibra, tautologico. E perché spetta ad altri l’armistizio, a coloro che l’hanno dichiarata scientemente la strage dell’incompiuto.
Grazia ci assiste, cautamente, nel massaggio emolliente degli orli asimmetrici, difatti il suo cromatismo è netto, lampante, come bordate grafiche ineccepibili, contorni estranei alla forma della quale ricordano la cura, l’attenzione, il neologismo spontaneo, naturale. Grazia suggerisce ciò che il verbo, la poesia, la scrittura in genere dovrebbe attuare per avere ancora una valenza mostrabile, comunicabile: richiamarsi al colore nella sua capacità di debordare dagli assunti di previsione, logica compresa, semplicemente pungolare e non esprimere, in quanto non vi è veramente più nulla che sia degno di essere espresso. Si parla sovente di scrittura cromatica come estrinsecazione della parola dal suo valore, ma vibrata nel suo semplice suono, eco, riverbero.
Quei fortunati che vi riescono non compiono l’azione inversa di Grazia, ma la stessa. Un concerto afono delle partiture compromesse, un requiem gioioso dell’intento dell’uomo di colpire il suo simile nella parte più debole della sua cosmogonia: il ricordo. Quel segno impresso sulla cera che il bollore della stupidità ha trasformato in tinta colata che Grazia raggela con la sua energia vibrata.
X-Mailers, esempio fra i tanti, anche dei verba volant in cui mancano riferimenti alla scrittura, di come una email sia dolorosamente accompagnata da stringhe interminabili di simboli avulsi, disutili, che soverchiano la sostanza e pongono il quesito se il vero messaggio sia il contenuto o il contenitore. E Grazia sigilla l’urna del papiro con la ceralacca polimorfa della casuale dis-attenzione. Invio.
Grazie Grazia.
………………
………………
Grazia Ribaudo Web
Grazia Ribaudo su Facebook
………………..
Condividi
2 Gennaio 2012
Scritto da
femminart.it |
Schede |
|
1 commento
La carne è aria macchiata di sangue
Il verso di Antonella Taravella è un limite sotteso, un margine, un bordo, come lei ama definirlo, dell’infinito finito, della sua risoluzione, dell’apparente suo magma che è invece parvenza manifesta. “Nuda, nella manciata di sale che resta, questo buio che porta le cose, come un respiro d’ossa”. C’è un momento in cui il poeta “vede” la vita, che è altro dall’immaginarla soltanto, o sospirare per la sua incompiutezza, ma vive il momento seguente come fosse il precedente e viceversa. Da allora in poi è condannato, a dirimere la questione saputa con orli che la gente intende. Per Antonella è la carne. “Un cappio di bava sul mio letto di carne, materia che incorre nelle mie parentesi di nervi”. Parentesi, stati di finta quiete momentanea, dall’oltraggio. “L’occhio si dispone, nella mistura che cola, dal bordo di pelle, intrecciata”. Carne acquiescente, al dileggio voluto, alla pace infitta della guerra del cuore.
E’ una carne dunque mansueta nel suo roboante taglio “ti faccio di sangue e le radici sono le mie labbra che suonano verbi..” , mistica e interiore nella sua scorza graffiata “basta lo schizzo di una parola, per farmi fragile .. per essere polvere , portata a spasso nelle tasche vuote”. Carne vissuta come topos sacrificale, prendete e mangiatene tutti, “divorando a piccoli bocconi, le mie parole”, ricondotta sempre al suo valore escatologico “..l’erezione della voce, la tua sulla mia, la fame è fra le lenzuola..”. La fame è fra le lenzuola. “..nei guinzagli ai polsi, fra baci umidi, fumanti nel silenzio”. E’ un passaggio questa carne, infinitamente doloroso, altro che piacere, sofferenza mostrata come “..un capezzolo turgido che racconta la storia, alla guancia sugli argini di una pazienza, di questi nevosi sepolcri squarciati..” “..un falò di latte che sale dai bordi succhiati”. Un continuo richiamare il bolo stesso del soffrire, rimasticato e passato di bocca in bocca. “..e nel ragguardevole allontanarmi, deconcentro la mia voce, grattando, il canale di scolo dei miei dolori”.
Una quota artica della carne che apparentemente stenta a farsi amore, ma non perché essa sia “E(pic)entro” dell’offesa, questa è molto, molto precedente nella memoria silenziosa di Antonella, “la memoria del seno, il deserto nella voce, un nido, un ramo intrecciato, null’altro che una sera nella solitudine di un’asola senza bottone, nello schianto di crepuscoli..”. Lo schianto dei crepuscoli. Non quindi per l’offesa, chè questa si scioglie “Sottopelle” “Tratteggio di te i sensi, le tue labbra sono l’inizio di un paradiso verticale, l’importanza di un pensiero..”. Ecco, per Antonella la carne è pensiero, pensare di non pensare, e l’amore quindi esplode, nel boato oggi permessogli, intro-estetico, come “..liquido nero, nobile sulle caviglie:latte, in questo sorriso spezzato dal cuore, la pelle si disarma, aprendosi:fauci dentate, fra le cortecce e le labbra..”. L’amore di Antonella, visibile e poeticamente smagliante, sta nella proposta non di farsi di abbandono, ma di accettare di rendere “..nulla la polvere:buca di carne, come amalgama nel marenero”. Capire, capire, perché siamo qui, e allora tutto ci è concesso, anche il nulla. L’importanza di un pensiero.
Antonella è mirabile perché riesce a decifrare l’esatta valenza, attuale, della carne. Non crogiolo di finte recriminazioni, né smania esorcistica o endorcistica, né pura vendicazione verso capri ignari, siamo tutti responsabili di questo sfacelo, e neanche di pura estetica formale e sensoriale di cui si nutre la moderna poesia cellulare, soprattutto al femminile. E’ una onesta decriptazione senza dimenticare l’origine “tradurre in segni l’ermetismo della tua pelle fredda”. Non è la carne, è il perché sia fredda. “lampi e furori ammaliano gli inchiostri, che ti vorrei raccontare..” .. “è un destinarsi l’incipit in capo al mare. onda che conserva la moltitudine, sui davanzali screpolati, e nelle foglie scartate dai venti più atroci”.
Novità di sangue offerto, oltre che sparso, anche in segni di interpunzione inediti, i due punti che saldano parole come braccia che stringono, ma soprattutto l’underscore, il trattino basso, che è un pensiero di ritorno più che una vidimazione, una terza dimensione delle cose già sapute, un’eco del coro, un ansimo di triste conferma. “m’appartiene accomodato_nella bocca” . “sei carezza_mutevole” . “e il corpo_deriva, scorre come carta scritta, piena di ancora”.
Ancora, Antonella, ancora.
………………….
Antonella Taravella Web
Antonella Taravella - Sbocciata nelle viscere - Edizioni Smasher
Antonella Travella su Facebook
………………..
Condividi
28 Dicembre 2011
Scritto da
femminart.it |
Schede |
|
1 commento
Tempo di bilancio per FemminArt, non solo materiale ma direi soprattutto intimo, ideale, interiore. Oltre 120 recensioni sparse in un anno e mezzo di attività, raccolte negli attuali sette E-book di recente pubblicazione, un sito-blog che in taluni casi si è affiancato allo sharing evidentemente non più appannaggio esclusivo di Facebook, anzi, sempre meno, il partnerariato con l’Associazione Culturale EnPleinAir di Pinerolo (To), da cui è scaturito il progetto comune di Alfabetomorso, poi Mostra, giunto al suo Catalogo-Rivista N 0 e destinato a prospettive di interlocutore inter pares nel grande dibattito in essere sui Linguaggi sociali, mutazione dei grandi mezzi di Comunicazione e suoi riflessi sull’Arte e la sua grande prerogativa di indicatore, speculum, rilevatore delle istanze del vivere.
Tutto questo applicato al mondo femminile in modo specifico, tanto da far pensare ad una visione parziale, quindi scevra dalla considerazione dei più diversi elementi che sembrerebbero costituire il quadro più rigoroso, corale, obiettivo di una società, di un movimento artistico, di un pensiero.
FemminArt è nata, come molti sanno, per iniziativa di un maschio, e uomo, inteso come essere umano, quindi soggetto alle pulsioni di genere, talvolta scomposte, che formano il corredo genetico dell’attuale cosmo di relazioni fra i generi. E’ naturale che abbia incontrato nel percorso attestazioni di profonda stima ed empatia, questa nel dettato di costituzione dei social-network, senza i quali, ovvero con i tradizionali mezzi di divulgazione artistica, maschile o femminile che si voglia, l’esperienza mai avrebbe potuto aver luogo. Ed ha incontrato, nel medesimo percorso, energie di opposizione, dovute in parte al carattere nativamente ambiguo dei citati mezzi di comunicazione, e in parte ai contrasti a volte stridenti, politici, storici, umani, mai sopiti fra genere maschile e femminile. Per cui l’azione FemminArt è stata in qualche caso tacciata di strumentalismo, se non addirittura offensiva, un atto di spionaggio tattico allo scopo di perpetrare lo strapotere ideologico di sempre.
Pur non essendo immune dalla caducità e provvisorietà dell’anima, sia maschile che femminile, FemminArt ha scoperto in itinere il vero scopo della esposizione alla sofferenza che richiede qualsiasi atto di indagine, di valutazione, di conoscenza, in una parola artistico. Il fulcro è sito nella creazione di un nuovo genere, sia di espressione che genetico, l’androgino, ossia, ove possibile, la commistione del meglio dei due mondi, come recita il mito di Salmacide, dell’ermafrodito. Non è un semplice tentativo di riconciliazione, peraltro molto arduo, ma una inedita formula che dia maggior accento alla sensorialità, alla umoralità, alla cosmogonia, alla veggenza, peculiarità date sempre in appannaggio al genere femminile, ma che trovano anche nel sesso opposto espressioni di rilievo e comunque un generalizzato desiderio di travaso, così come il mondo femminile si riscopre sempre più assetato di una “mascolinità” ritenuta sempre interdetta.
Evidenziare i tratti di questa mutazione attraverso l’espressione artistica è il solo grande vero scopo di FemminArt. E la riprova non è tanto nei commenti rivolti al femminile, fidando cioè in una “interlocutrice”, laddove la maggioranza è stata concorde nel ritenere poco plausibile una azione del genere edita da una donna, quanto nel carattere, nel filo comune che ormai lega le meravigliose e variegate espressioni dell’Arte al femminile. Il filo è la maggiore aderenza ad un movimento reale delle cose, fatto anche di immaginario, ma soprattutto di verità palpabili, quelle insinuate tra le cose, che formano il vero concetto di solidarietà, tolleranza, anche gelosia e acuta ripulsa verso l’antagonista, ma in modo speciale una non-logica che si esplica per vie naturali nel farsi delle cose, e non nella velleità di un loro indirizzamento, nella evoluzione di un feto o di un male parimenti, e non in una logica di schieramenti contrapposti e dominanza, in una parola guerra, aspetti ancora troppo preminenti nell’Arte e nella vita al maschile.
Resta da capire quanta reale volontà di cambiamento sussista in entrambi i generi, quali gli effettivi collegamenti con un’Arte sempre più asessuata, quali le curiosità innate che non siano solo desiderio di possesso e annientamento. Ove queste istanze dovessero restare inevase allora FemminArt chiuderà il suo spioncino su un arcano che era meglio non toccare, violare, come vuole il pensiero debole dei mondi paralleli. Ma FemminArt è caparbia e ostinata. Come una donna.

Sergio Gabriele
…………………..
Gli E-book di FemminArt
………………….
Condividi
21 Dicembre 2011
Scritto da
femminart.it |
Editoriale |
|
5 commenti
Brainstone / Pietracervello 1
Venerdi 16 Dicembre si terrà ad Ivrea (To) l’inaugurazione dell’installazione permanente dell’Artista Carla Crosio, nell’ambito del progetto “Installazioni per le città d’Europa. Omaggio a Septème”.
Carla Crosio ci ha abituati da sempre alla irrisione della tecnologia intesa come strapotere del potere, ammucchiando computer e cavi sbagliati o tendendo ardite linee grafiche fra il nulla e l’impossibile, ma mai si era diretta verso il centro della contraddizione, quella che ha determinato in catena tutte le altre, quella che è motivo di se stessa nello sterile arrivismo dell’autocancellazione: il cervello umano.
L’Opera di Carla Crosio, gigantesca per costruzione, una machina, rappresenta il sarcofago delle umane aspirazioni ed è bene che sia piantata in una rotatoria stradale come metafora del girare dell’uomo intorno agli interrogativi di sempre, tornando sempre al punto precedente, ovvero la celebrazione futile delle sue capacità quando non riesce a sopperire alle più elementari regole di convivenza con i suoi simili e con il mondo che lo ospita obtorto collo.
Si dice, che il cervello venga utilizzato al dieci o quindici percento delle sue reali possibilità, ebbene, quelle che siano ora Carla Crosio le ha saldate all’interno di un invisibile, un bozzolo inaccessibile che svelerà a chi avrà il compito di drenare le tracce di una “civiltà” scomparsa il reale peso del quindici percento. Se sia zero Carla lo lascia, appunto, ai posteri. La saldatura dei lobi parietali, temporali, occipitali rammenta la satirica performance del Dr. Frankenstein, l’esatto modo in cui viene allestito oggi un programma di governo, un piano di sviluppo per i popoli del terzo mondo, una assise nelle grandi confederazioni, organismi internazionali e l’immensa sarabanda di vuoto che serve solo a mantenere se stessa. E’ il carattere della saldatura che Carla Crosio usa ad essere determinante, in quanto si rifà alle curve con cui la scatola cranica media alla elasticità del tempo, o alle faglie telluriche, che noi chiamiamo terremoto, o castigo di Dio, asservite al medesimo scopo. Solo che la incisività dell’operazione dona al risultato il valore di una ferita malamente cicatrizzata, nella quale ad esempio è stato lasciato per incuria un attrezzo o dello sporco.
L’Arte non è Politica, si grida da più parti e se ne intuisce il motivo, perché lo scopo finale dell’urlo all’insulto richiederebbe il silenzio e nulla più, e invece l’Arte ha bisogno vitale di esprimersi perché per l’Artista è come respirare, è come vivere. La contraddizione del dire per non dire è cosa che si mostra in taluni Artisiti in modo inverecondo. Non nella libertà mirata di Carla Crosio, non nella sua volontarietà di ergersi a peso di limite, provocazione alla bilancia, sussurro gridato a ciò che forse è il fine ultimo dell’Arte, ben oltre l’intrattenimento e cioè quello di capire, conoscere, apprendere in che luogo siamo, in quale reale significante, dopo che si sono diradate le nebbie dell’ubriacatura di massa fatta di virtuale, falso divertimento, istigazione onirica alla vendetta verso chi ci ha voluti così, spesso identificato agli opposti come una entità astratta, un motore immobile, o il vicino di casa cui d’un tratto dà di volta il cervello.
La Pietracervello di Carla Crosio è un paracarro sistemato ai bordi del tempo, segno di una distanza qualsiasi, ornamento d’acciaio sul petto di città distrutte, pietra filosofale fardello dei cercatori della quintessenza, perché le principali, acqua aria terra fuoco non erano bastevoli per il vivere. E’ il masso che si è staccato improvvisamente dal monte Toc sulla diga del Vajont, è il monolito che Kubrick pone in “2001 Odissea nello spazio” parimenti al margine dei quadrumani omicidi per spartizione d’acqua e dei valorosi astronauti in cerca del monile magico e che trovano, invece, ovunque, il limite di sé, la spettacolare vuotezza del proprio essere, voluto oltraggio alla semplicità.
O forse sarà soltanto l’interrogativo incompreso di un bimbo che non sa di esservi contenuto.
…………………….
…………………….
Comunicato Stampa
Invito Inaugurazione
Carla Crosio Web
Carla Crosio su Facebook
………………………
Condividi
14 Dicembre 2011
Scritto da
femminart.it |
Schede |
|
Nessun commento