Canti per un nuovo tempo
La poesia di Barbara De Palma è irrorata di sangue, fluido, vivo che preme nervoso sulla sfera dei capillari periferici che non deflagrano unicamente per l’argine della parola, del verso, dato e preso. “Dammi la tua Poesia! Dammela! La voglio ora e sempre… sulla bocca, nell’incavo crudele delle mani, sulla punta delle dita, sul palato muto”. Il primo confronto impietoso Barbara lo cerca proprio con il verso, la parola, esulando dai carichi cannibali che questa porta fatalmente con sé. E’ una presa di coscienza del nuovo, del distacco dalle contese, esorcismo o catarsi, a piacere, per impedire che il sangue, suo e altrui, scorra davvero. Un percorso ematico-semantico di lacerante liberazione. “E voglio anche violentarla (la Poesia), perché tu me lo consentirai, perché la dolcezza è così sacra, che si fa beffe perfino della violenza”. E’ il peana degli eroi, veri.
La contesa è nelle virgole di un uomo imperfetto, oscillante fra la sua identità di maschio, che non decolla neanche nel male, e l’impianto fallace del genere umano, “Sono in una tragedia d’inizio estate, dove descrivi bene i doni della tua prigione, e fai di me quello che più ti piace… come sempre… nel tuo stile”. Più che anteposizione violenta è un ricovero nella violenza della propria imperfezione, voluta, come lungo respiro per allentare la pressione sanguigna, “Sono pensiero. Sono immaginazione. Sono errore. Sono imperfezione. Sono marzapane”. Il sacrificio espiatorio della Parola.
Non c’è scopo al sacrificio se non nella propria elevazione, non per cautela di un corpo ormai reso, ma per virtù d’intendimento, anche e soprattutto perché sofferente e sofferto, “Stanno solo stringendo aria fresca di fuoco, e terra bagnata d’acqua: non c’è nessuno tra i vapori di quelle cento braccia”. Non è remissione, non è abbandono, il sangue continua a gorgogliare nell’arteriosclerosi del mondo.
La Parola. E’ sempre la Parola. “Come una parola perduta, dimenticata, nel labirinto delle lettere, che sento di dover cercare, ma non viene”. Eppure viene, e ne vengono tante, mai troppe, “intangibile ruota nella sfera di vetro, eppure sembra ferma”. Non basta, a Barbara non basta, ricucire gli spasimi, suturare le asole di vergogna che si aprono come fiori recisi, e torna a cercare “..l’odore acre della carne pesta …e oceani scatenati dalle parche maligne …e ritrovarsi straniti dentro gli orli di un libro ..e infine, ingoiando saliva… andare via..”.
E’ una marea, Barbara, perché sa che non c’è perché, né domanda alcuna, né risposte evase, ma un tornare ad impastare lacrime e schiaffi in ragione unicamente dello stupore, che come bestia è davvero strana, sa confondersi con la meraviglia, sa nutrirsi come vomitare, sempre in nome di quel bioritmo chiamato donna, che sa morire e rinascere con la stessa indomita caparbietà, “Ho bevuto il tuo sangue e ancora non mi vedi?… Ho bevuto il tuo sangue e ancora non c’è pace?”. La Pace, è come la Parola, cangiante come uno specchio che rifrange l’impossibile mutandolo in felicità del pianto. E’ come la Poesia, la Pace, ineffabile.
“Stanca di guerra, t’imploro di sfidarmi gli occhi… e perdere!”.
E si queta, Barbara, alla carezza di chi legge, nonostante, la sua Parola, “io… mi godo solitudini consapevoli e cercate, inebriandomi di mani e bolle di sapone”, “Ebbra di troppa guerra ormai, a null’altro credo se non a costellazioni danzanti di luce”.
Una marea. E come una marea “Bagnata dalla luna”, in una stupenda poesia scritta a quattro mani con Mariella Soldo, inconcepibile gesto di Pace che solo alla donna riesce, Barbara consegna il suo testamento apocrifo, “..sospesa su quel filo di terra, tra la Maddalena e Venere, tendeva la sua pelle bianca, sulle mani nere della notte..” “..dopo l’orgasmo della civetta bianca, che contro ogni sospetto, oggi… non arrecherà malaugurio, ma fortuna cieca”.
“E tace finalmente il cielo”. Fino alla luna nuova.
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14 Maggio 2012
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Antonella Anedda e la profondità dei dettagli – di Irene Ester Leo

Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.
Il corpo è la scure: si abbatte sulla luce
scostandola in silenzio
fino al varco più nudo -al nero
di un tempo che compone
nello spazio battuto dai miei piedi
una terra lentissima
- promessa.
(A. Anedda)
Ci sono luci che brillano illuminando dal basso, dall’arsura, dalla fame che apre la gola, e che brulicano come le fiere formiche, nella franchezza infusa loro da un disegno slegato, bellissimo.
Antonella Anedda ha questa fibra, che la caratterizza fin dentro le ossa: è una silenziosa costruttrice di armonie. Conosce, per averle fatte proprie, le leggi nascoste della materia vita, per averle incontrate nella poesia, non come un esercizio di stile, ma in una missione di svelamento del mistero. E’ un voler mettere di fronte al resto non se stessi, ma ogni fonema, sottile e pungente spillo che regge le alchimie che i molti ingoiano senza sapore, senza conoscere ed individuarne il respiro. Ciò che nasce è una radice che si espande nella voce di chi legge. Siamo noi un doppio, cui ci affacciamo per mirare il possibile, lo strumento accordante, ancora prima che la musica.
Il nido è nei dettagli, che l’occhio non è abituato a tradurre in segno in conforto in disperazione in incontaminato, è tutto sotto quel velo bagnato dalla pioggia che non mostra, sottrae. Poi ecco il vento caldo del di dentro che asciuga, tende, rinfranca e fa scivolare lontano il lampo dell’abbandono. Indaga Antonella, tra le pieghe interne all’io comune, e costruisce, abbattendola in primis, l’utilità dell’ordinario. Rimane la struttura essenziale, l’icona perfetta nella sua umanità. Presagio principe del dire, delle nascite, in quei suoi versi sapidi, densi di dentellatura a vivo, intagliati nell’arte del togliere, chè come diceva Durer tutto è già nella natura, occorre estrarre la polpa omettendo la fermezza dell’involucro spesso inutilmente celebrato. Ma in questa ampiezza del poetico, cosparsa di voci, occhi, mani, colori, suoni, corpi, residenze, balconi, salvezze e nomi… in questo focolare che arde di legna verde e non passa inosservato, si sprigiona la creazione nel grado pieno di purezza, si manifestano essenze non apparenze.
E’ semplice, sublime, lasciarsi cospargere le mani, in una sequenza tattile senza eguali della scrittura, da questa tipologia del versificare assai rara. Si acquisisce la struttura sensoriale della poetessa, si diventa elemento al di qua della ”cornice”, della carta e del fuoco nero.
Sovrapposizione di occhi, senza blasone, ma con l’ardire della passione: chè Antonella Anedda è poetessa di fiato e di radice, ha conosciuto l’arte dello svuotarsi, del farsi concava, del trattenere così materia diversissima, filtrata e risorta. Scrivere è occorrere, trovarsi, soprattutto traboccare, ed in fine iniziarsi alla sintesi più infrequente.
Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell’ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l’attesa marina – senza grido – infinita.
Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
- da brughiera -
sulla terra del viale.
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.
(A. Anedda)

© Irene Ester Leo
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10 Maggio 2012
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Femmine
Veronica Bronzetti è una voluta, un vortice, un afflato iconografico che mulina sull’essenza primaria della donna, riportandola alla sua accezione di femmina, cosa ben diversa dalla mera esaltazione della femminilità. Se evidenziata quest’ultima appare come un orpello fra i tanti di cui dispone la donna, peggio ancora se inteso come recupero, segno di una smentita nel tempo e nella storia. Veronica non chiede bonus di femminilità, ma punta diretta al cuore, all’anima e alla sostanza corporea della femmina, da un lato sottraendo al termine la sua valenza di specie, dall’altro testimoniando che la femmina sta nel concerto delle emozioni estetico-formali e di spessore, contenuto, sempre, anche nella raffigurazione del frivolo.
La tecnica fotografica di Veronica Bronzetti è solo apparentemente di scena, studio, on-stage o make-up, meno che meno glamour, perché in ogni singola posa introduce l’elemento vivificante, alternativo, autonomo che crea il distacco dall’apparenza per rilevare il momento interiore, l’unum che la femmina possiede nonostante l’arcipelago cangiante del suo feed-back emozionale, che porta a parlare per lei di umoralità e non di umore.
E’ una luccicanza di stili che afferra la donna di fronte ad un obiettivo, non necessariamente fotografico, cosa che per lei accade nella vita piuttosto di sovente, in quanto, sia che si tratti di vanesia rimostranza o di costruzione certosina dell’identità, è per lei una forma di linguaggio, una espressione dell’io, sempre coraggiosa rispetto al rischio dei facili fraintendimenti di rito. Veronica rende giustizia al lato codificato del linguaggio, lasciando rapprendere ciò che la femmina ha non solo da valorizzare, ma esprimere.
In tal modo permette il libero fluire del desiderio, la femmina è fatta di desiderio, proprio o portato, come un’ombra, e proprio alle ombre Veronica affida la soluzione dell’identificazione, del centro del desiderio, oltre il particolare, a lei la scelta delle opzioni tutte legittime nel corpo della femmina, ma nel suo linguaggio, nel suo trasferimento, codice o comunicazione, aspetto di cui si vanta la foto glamour che invece solitamente è del tutto priva di prospettiva.
La perizia è nello scatto mentale prima che fisico, nell’avvolgersi alla condivisione del senso stesso di Bellezza, e la istintività della presa è dimostrata dai contorni che spesso restano sfocati, come di voluta o vortice che non ha avuto il tempo di curare la sua scia per l’attrazione subitanea verso il focus dell’anima, della femmina, della vita. E anche quando del tempo ne rimane, ciò non di meno l’istinto resta salvo e indotto non a caso verso la foto d’arte, che esprime come sempre l’immediato ripensamento sull’immediata intuizione.
Potrebbe riprendere, come fa, Veronica, anche gli attimi preparatori della non-scena, un confabulare fra modelle o gli ultimi ritocchi da back-stage, che resta fulgida l’idea che la femmina ha del suo personale anche quando non va in azione, che non ci sono in lei attimi da approntare perché vive in un continuo perenne approntamento, di sé e del mondo che da lei felicemente dipende.
E’ ciò che una volta soleva intendersi con “vera donna” e che ora, grazie a stravolgimenti storici e cosmici, è mutato in “vera femmina”.
E’ questo che Veronica intende, è questo che Veronica lascia mirabilmente intendere.
Nella foto presentata il fuoco è apparentemente sul make-up Mircko Fabbri, ma in realtà è saldamente su di lei, la femmina, e in questo solo Veronica Bronzetti poteva riuscire.
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7 Maggio 2012
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Un certo sguardo
Maria R. Orlando affronta nel suo album “Un certo sguardo” soprattutto l’aspetto corale della manifestazione gente, ovvero il flusso emozionale che si crea quando molte persone condividono la presenza più che la proposta, il formare corpo unico rispetto a qualsiasi rappresentazione, in quel movimento che viene spesso definito come semplice curiosità verso tutto e che invece è coscienza dell’essere, lì come altrove. Maria riesce a cogliere soprattutto questa anima migrante, come un movimento di stelle e pianeti, galassie che si spostano nella transumanza ideale del vivere e del sentire e che procedono verso mondi futuri, ere e generazioni di cui non dobbiamo essere necessariamente partecipi, giudici, critici, ma semplicemente capaci di un certo sguardo.
All’interno dell’album è incastonata una sequenza nella quale il movimento corale viene riassunto, puntualizzato, circoscritto nello sguardo di una donna, sguardo su uno sguardo che a sua volta esprime la medesima partecipazione visiva ad un intorno che accade e a un tempo la gioia di esserne parte. Solo la donna riesce a rubare attenzione alla scena, con il suo vestire, la sua posa, il suo sentire, senza detrarre nulla alla stessa, facendosi spettacolo al pari dello spettacolo, nella sua modesta particolarità secondaria che recupera meravigliosamente il distacco a volte traumatico che si crea fra rappresentazione e fruizione.
E solo una donna riesce ad intendere la sobria esultanza interiore di un’altra donna, la sua volontà ferrea di stare al mondo, di fare da viatico, espressione e contrizione, moltiplicazione affettiva di un sentimento che le parte dal ventre e là ritorna arricchito di mille sfumature corali che si sono fatte individuali, senza rinunciare al respiro generale che c’è in tutte le cose.
Maria R. Orlando riesce ad esprimere soprattutto questa fusione fra corale e individuale, sia nelle scene collettive capaci di coagulare un solo umore, e sia nel ritratto fotointeriore. E di ritratto è necessario parlare perché attraverso gli attimi che Maria coglie di una donna e del suo emozionato stare, ella riesce ad esprimere un mondo, una storia, la vita stessa, la narrazione quasi completa del suo esistere. Nei particolari di secondo piano è possibile intravedere il vissuto, i pensieri precedenti, quelli futuri, perché non c’è una posa prefigurata, ma l’esaltazione di un palcoscenico naturale di cui la nostra vita ha bisogno quotidiano vitale come l’aria.
In quelle poche sembianze c’è la storia di un amore, di contrarietà e sue ri-soluzioni, di istinti di base e proiezioni di senso, incertezza ed estrema sicurezza del proprio look, cosa che solo la donna riesce a mantenere anche quando inadeguata, anzi è il senso stesso di inadeguatezza a scomparire per lasciare il posto alla rifrazione interiore del sorriso.
E’ questo lo stile della Bellezza, che Maria coglie nel mondo di un certo sguardo.
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4 Maggio 2012
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Appartenenza
Icuco Mizokami definisce lo stilema del segno orientale nel suo divenire eterno quanto immutabile nella storia del suo pensiero. Il tratto scarno ma definito nella sua incompiutezza si rifà ad un ordine di idee che fluisce sull’onda del suo significato naturale, sull’accostamento fra emozione e sua sacralità imperturbabile, anche quando si tratta di un apparire secondario, perché sempre sorretto da una elaborazione interiore che genera l’attuabilità del segno. E’ la logica dell’ideogramma, nobile pratica orientale che amalgama origine ed esternazione, riunendo fra loro concetti mutevoli in una solo apparente gabbia stilistica.
Il mondo occidentale è abituato viceversa a raggelare nel segno il pensiero per come si è svolto fino all’attimo precedente, dando all’azione il termine di deduzione la cui eventuale integrazione a posteriori implica il concetto di cancellazione, tabula rasa. L’accezione orientale lascia sempre aperto il discorso in un work-in-progress dettato essenzialmente dall’Arte della meditazione più che dall’Arte del compimento.
Icuco ne dà prova nel figurativo, nella fotografia, concettuale come un respiro di sogni, nel contemporaneo inteso come assemblaggio di segnali che oggi ha assunto una salvifica convinzione grafica. Eppure nell’opera di Icuco i momenti diversi sembrano collegarsi ad un’unica visione che è quella di stare nelle cose assumendo volta per volta gli strumenti idonei all’interpretazione di un’unica sostanza, quella del pensiero.
E in questo rivela una onestà e una modestia sconosciute all’Arte celebrativa, perché sottesa momento per momento alla volubilità del tempo, ai principi zen del completo annullamento del sé inteso come motore significante, visione egocentrica dell’Arte, cui fa da contraltare una coagulazione dei momenti sparsi, degli attimi inerenti che ci fanno dono della capacità di lettura del cosmo e delle sue, intuizioni, visione centrifuga dell’Arte, intesa come testimonianza più che performance intromissiva.
E così nel dedalo dei graffiti di una infanzia remota eppure così ben presente nelle anime sensibili, che non intende rievocare alcunché ma identificare nel palese reale lo shining onirico che fa dire agli orientali che un luogo fisico che abbia vissuto una evenienza umana ne resti comunque per sempre intriso. Toponomastica dei sentimenti, di natura essenzialmente arcaica e tribale, che restituisce l’orgoglio di poter parlare con il fuoco o con i filamenti della pioggia o con
l’ovattato silenzio della neve.
Ugualmente negli oggetti del vintage post-moderno, assemblati o semplicemente fotografati nella loro sembianza reflua, si ravvisa non la puntualizzazione della decadenza, siamo tutti futuro scomposto di un passato opinabile, bensì l’armonia della memoria futura fissata nei suoni invisibili o nei colori pastello del moderno rutilante pubblicitario.
Tutto ciò spinge a parlare per Icuco Mizokami di Appartenenza, non tanto ad un pensiero, una filosofia geografica, una particolare teoretica dell’Arte, quanto al movimento puntuale che c’è in tutte le cose, belle o brutte che siano, che faceva dire ad Eraclito che tutto scorre non perché incapaci a seguire, ma perché per l’uomo è necessario, vitale, non separare nettamente il dolore dalla felicità e saper accettare il destino come forma suprema del libero arbitrio.
L’Arte è il sorriso della sconfitta, l’onorevole fuga quando tutto è perduto e la presenza incrollabile quando tutto si è perso. E questa è la certezza imprendibile che ci regala Icuco Mizokami.
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2 Maggio 2012
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Natura morta
C’è qualcosa di estremamente vivo e vivace nelle nature morte di Loredana Semantica. Una impalpabile poesia della vita, espressa da una donna poeta prima ancora, o congiuntamente, che visionaria, tesa alla ricomposizione delle mentite spoglie, dei poveri resti che questo mondo ci mette ormai a disposizione, rifiuti di una ideologia più che del processo produttivo. Una irrisione dei significati per come sono oggi mulinati dalla babele iconografica dei sensi, una riedificazione dell’interiore vissuta nell’intimo attraverso gli oggetti che come pietre ci vengono scagliati contro.
La Natura morta nasce essenzialmente come esercizio di raffigurazione, teso ad estrapolare la forma dal significato, e così frutta via dall’albero, oggetti fuori dal contesto, quindi la necroforia viene attribuita alla momentanea sospensione dell’oggetto, non già al suo contenuto vitale, una sorta di catalessi allo scopo di fissarne meglio il contorno, un fermo immagine. Alla stessa maniera viene trattato il nudo, quelle povere modelle costrette ad ore di posa in fredde accademie, con il gravoso compito oggi di ricomporre forma e sesso, simbolo e respiro, vuoto e valore.
In questo fermo immagine della storia, Loredana è poeticamente indulgente, benevola, restituisce un significato al vuoto a perdere, quasi a dire che anche l’abominio ha una sua ragione di esistere se solo smettesse di uccidere, per un attimo. Quando si vuole esprimere il degrado si va in una discarica, o in una delle tante città in emergenza rifiuti e così il risultato ultimo della catena del consumo viene visto come espiazione per aver fallito più di qualcosa durante il processo. In Loredana la lattina schiacciata esprime semplicemente una mutazione di forma, un movimento di sistole diastole, non che sia naturale sporcare il mondo, ma che oggi è mutata l’accezione di normale nel segno dell’autodifesa primaria della vita, dell’esistenza.
Come qualche mattina fa, a ridosso di un liceo all’ora d’ingresso, dalla macchina davanti una ragazza passeggero getta dal finestrino un pacchetto di sigarette vuoto e poco dopo l’auto si ferma e lei scende fumando, alle otto del mattino. E non che la scena abbia avuto un che di anomalo o anormale per il nugolo di studenti in attesa. Lei scesa, spostando di lato la sigaretta con tono gentile, come un ventaglio, ha iniziato a dispensare bacetti di saluto, seria, senza motivi di allegria, quasi fossero condoglianze per la propria e altrui natura morta. E tutte insieme quelle figure magrittiane costituivano lo scenario di un degrado fortunatamente vissuto, come lo stelo d’erba che buca l’asfalto.
Così Loredana, attanaglia il senso di abbandono e lo restituisce a componente essenziale, glabra, normalmente autogenerante, rendendo pieno onore sia alla forma che alla sostanza, allo stile come all’apparente. E ciò avviene anche nei ritratti puri, ovvero scevri da elementi contaminatori. L’alone di virtualità, nel concetto come nella realizzazione, che avvolge gli oggetti ridona loro il quantum onirico che oggi ha qualsiasi azione della nostra vita, sogno non come edulcorazione ma come vera chiave di lettura di una realtà diversamente inaffrontabile.
Perché, come dice Nietzsche, per l’uomo il sogno è un esercizio della vita vera.
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26 Aprile 2012
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Ritagli sonori
Lo stile di Barbara Bonfilio è limpido, tenace e sonoro nella giusta misura. Sull’acclarata sostanza figurativa introduce elementi diversi riconducibili solo in parte ai caratteri simbolici del contemporaneo. Fughe di tendenza verso impronte visive che molto spesso costituiscono la sola portanza del segnale, rendendolo compresso seppur futuribile. Segni di grafica concettuale o estrapolazione in contesti dimensionali e cromatici avulsi molto difficili da gestire in assemblaggio se non attraverso una pulizia dell’intenzione ante-litteram.
E difatti più che di assemblaggio è opportuno parlare di ritagli, come di modelli provati su una figura vergine soprattutto nei significati, quindi in grado di accettarne con spigliatezza le varie possibilità senza smentire la capacità di dedizione ai segnali diversi, più che nuovi. Il percorso odierno del figurativo-pittorico è sempre più fuso con le derive semantiche del linguaggio, con i nuovi codici espositivi del sé e della propria opera, a qualsiasi livello. E’ un fiume che scorre, spesso in piena, dal carattere segnatamente multimediale, scrittura intesa come segno, segno come evocazione verbo-concettuale, sonora nell’accezione di concerto delle emozioni concomitanti.
Nell’opera di Barbara questa particolare dinamica è subito visibile, metabolizzabile. Un timeline di un video in perenne fase di montaggio nel quale l’individuo è chiamato a convivere, con felicità, con i variegati costumi di scena, o parti, o semplici silenzi quasi ludici nel backstage dei proponimenti, spesso confusi ad arte, che sono in animo di chi apparentemente detta le nuove regole del nuovo dire.
Si può accettare qualsiasi evoluzione, siamo nati per questo, purché l’identità madre venga fatta salva, nella capacità di discernere, di non accettare supinamente, di non essere condizionati e corrosi dalla marea montante di un eclettismo elevato a bandiera dell’originalità, frequente rivelatore al contrario di una incertezza del vivere all’aperto. Agorafobia di cui Barbara palesemente non soffre, in particolare per il paradigma grafico ben chiaro nel suo dna, che permette il suo amalgama affabile, non pretenzioso di innovazioni fondanti, non nichilista nella macedonia degli stili verso cui tutti oggi siamo strattonati.
E in questo risiede la sua sonorità. I vari elementi componenti sono resi autonomi in una loro frequenza tipicamente uditiva, come se la compatibilità venisse cercata, proposta, condivisa non tanto nell’accostamento grafico-cromatico ma in una assonanza momentanea e non globale delle distinzioni del pensiero, mutuabili e interdipendenti, che caratterizzano l’Arte moderna, e con essa la vita.
E l’esperimento è riuscito, nella babele ritrovata e nell’irrisione gioiosa e visivamente appagante del tutto che nasconde il niente apologetico, che è virtualità critica del significato. Qualsiasi.
© FemminArt
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20 Aprile 2012
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Il sogno
Il tema del sogno che anima la mia installazione è immediatamente evidente dalla scritta che campeggia sulla panchina in legno tinteggiata con pittura di Ardesia. Il sogno colto innanzitutto come equivalente di libertà di espressione dei propri desideri e anelito alla loro realizzazione; infatti la panchina si colloca per eccellenza in un luogo aperto, privo di confini e il richiamo alla sfera onirica è sottolineato dall’ambientazione notturna con la mezzaluna e le stelle argentate appese a fili di lamè.
Nello stesso tempo il sogno/ desiderio interpretato anche come bene comune, egualitario per antonomasia perché da chiunque usufruibile senza distinzione alcuna di censo, tant’è che sulla seduta della panchina ho pensato di dipingere un senzatetto dormiente, come a dire, per usare una banale espressione, che i sogni non costano nulla, a tutti sono concessi, realizzano un principio di profonda uguaglianza.
Infine non ho voluto celare neppure l’aspetto più puerile del sogno, inteso come elemento preponderante dell’età infantile ed espresso dalla connotazione naif della rappresentazione figurativa del mendicante.
Antonella Casazza
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Antonella Casazza Scheda FemminArt - Pop pourri
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16 Aprile 2012
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Atelier di Strada
E’ un respiro di colori, quello di Garabato Garcia, che trasuda da pareti solite e non da suburbi recalcitranti e ove anche questi fossero presenti nelle tinte opache dell’abbandono, dell’emarginazione, recuperano il loro senso di vissuto tradizionale. Non si tratta propriamente di Street-Art ma di una estroflessione del magma di felicità nel quale a volte i colori e le forme si combinano, urlando esternazione come talvolta la persona inquieta che freme per uscire anche se fuori diluvia.
Garabato sente il desiderio più che di uscire di stare fuori, osservare la sua anima dal di fuori, bloccando le macerazioni che spesso accompagnano la creazione, spalmandole in diretta di fronte agli occhi della gente, sperimentando in anteprima su se stessa il doveroso rimando che l’opera d’arte richiede a gran voce proprio nel momento della sua gestazione. Per questo non si può parlare neanche di Performance, ambito nel quale viene relegato l’apparente momento live del concepimento, ma semplicemente di trasferimento, disubicazione di un movimento spesso troppo accelerato e risonante da poter essere gestito in solitudine o nella nervosa pre-produzione di una performance.
Risultato è che, se in un atelier l’artista si sporca necessariamente di colore, nell’outing Garabato si unge di materia cromatica, se ne nutre, si traspone essa stessa nell’opera e questa la agguanta, la manipola, la induce come può farlo un cucciolo lavato senza troppa voglia. Il prodotto, mai finito, scherza con lei, irride, ironizza l’organigramma, mai perfetto, prova e si prova in una stesura che non verrà mai cancellata o strappata o iniziata da capo.
L’artista si libera in tal modo dalla schiavitù della maieutica, del dover tornire continuamente il significato in modo che appaia frutto di un parto controllato, semmai quello di Garabato può essere assimilato ad un parto in acqua. Questa operazione di distacco non traumatico dal proprio prodotto, vitale ed essenziale per l’artista, si evidenzia in un allontanamento dall’opera, beneficiata in tal modo di incompiutezza, o meglio compiutezza in fieri, con una attenzione viceversa sul colore mai giudicato come uno strumento, un complemento, ma un respiro, un percorso libero di spaziare nell’intorno qualsiasi, che sia lo sguardo di un passante, una foto di gruppo, il riflesso della sua propria body-art, il particolare.
Trattasi di deduzione cromatica quella di portare l’opera fuori dallo spazio gutemberg dell’atelier e la singola traccia fuori dal contesto cui sembrava inevitabilmente condannata. Così il barattolo a terra con materia compositiva residua, che diventa componente, così tutti gli elementi al contorno, scolature, piani posposti, angoli di luce, reiterazioni, virgole di ripensamenti che tali non sono mai stati ma tragitto.
Oltre che tradizionale è un intervento che può definirsi naturale, come vegetazione che ripulisce anche l’incuria urbanistica o la discriminazione architettonica, non assistendo all’intervento in-compiuto, ma facendo propria la sudorazione di un uomo prigioniero della sua libertà.
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Garabato Garcia su Facebook
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22 Marzo 2012
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