Uomini messi a nudo
Olga De Gasperis non è soltanto “Uomini messi a nudo”, ma questo tema è senz’altro un tracciato principe della sua trasfigurazione artistica, imago pittorica, scultura a due dimensioni che non lesina la profondità espressa viceversa nel suo materico monumentale o nei vetri striati dall’orizzonte su gocce di reminiscenza, concrezioni di colore liquido, attraversamenti cromatici rappresi. Tutto, però, sembra ricondurre alla svestizione dell’aner, ovvero del prototipo dell’angelo vendicatore, mentore vessatore, inseminatore veggente, ma lasco e superficiale. Una sorta di tragedia lieve, quest’uomo ritratto nelle sembianze tenui del mannequin, non solo ingentilito dalle ali e dai tratti efebici, nient’affatto ferini, ma acidamente impreziosito da legacci sordidi, anche se appena accennati. Quest’uomo che stenta a farsi duttore, ma semplicemente padrone, di cosa poi se non del niente rappresentato, in una statica pseudoremissione da un peccato originale da cui oltretutto la storia lo dispensa, lo assolve. E’ come se dalla narrazione millenaria delle sue scorribande, quest’uomo, mostrasse poco più di un retorico pentimento, un afflato risibile di condivisione, lasciandosi immortalare nel suo sacrario di smunte argomentazioni: il nudo. Il nudo è la prima forma di travestimento, diceva qualcuno, ed è lì che Olga ricompone la mestizia dell’essere umano, nelle sue chiome fluenti che celano grumi di sangue, nei corpi a volte intrisi della femminilità che il maschio nasconde come una vergogna, nei sessi stanchi ma dignitosi, come se l’amore rifuggisse a volte dalla potenza ostentata, millantata da un fauno fiero di sé in punta di zoccoli, ma che poi detesta guardarsi nello specchio, proprio come l’animale.
In primis Olga rivolge lo specchio, riconverge il fuoco convesso, acché l’uomo abbia un istinto a ritrarsi, ottenebrato dall’idea della sua bruttura, ma qual è la sorpresa nel vedere la sua nudità riconcepita, nel rifrangente gioco della seconda e terza personalità. Una sorpresa amara, se raffrontata allo stilema che vuole la donna per ore a posare, in fredde accademie, o in studi altrettanto gelidi di artisti costretti fino alla demenza a ritrarre le forme auspicate del ritorno, di qualcosa che loro stessi hanno scacciato via con virulenza. Non si attribuisce ad Olga la temerarietà dell’innovazione, del ribaltamento dei ruoli, ciò cattura l’incauto superficiale, che si nutre ad ampi sorsi della figurazione nel tentativo di ripristinare le sviste adolescenziali dell’infanzia stessa del genere umano. Olga semplicemente svela a strati la cognizione ambiversa dell’origine, quella scevra da vincitori e vinti, a volte edulcorata con finalità opposte, di una cauta vendetta ante litteram, ma è solo un attimo, perché il dipingere mette a tacere le analisi sibilline dell’amore come odio rovesciato, dell’ipocrisia come difesa funzionale nell’eterno conflitto di genere.
Il colore. Disorienta la tela di Olga perché scimmiotta il manierismo di drappi e colonne dal capitello ionico, rubizzi giochi di prezzolate immobilizzazioni fra sacro e profano, rinascimentali travisazioni della realtà reale, in sguardi che si perdono fra fondali scenici qualunque. No, la scena è cruda, sempre, abbellita dalla misura presa con il pennello, ma impietosa. Il modello non ha artifizi scenici cui aggrapparsi, trompe-l’oeil che appesantiscano la sua leggerezza, ma viene lasciato nudo di fronte a se stesso, non in quanto svestito, ma, finalmente, attanagliato dalla ricerca disperata di un senso. Questo concetto è ribadito dal rifiuto di vie di fuga strumentali quali l’abbandono della prospettiva, la confusione semantica di colore e forme di picassiana memoria, nelle quali sarebbe stato facile stemperare la negazione negata, lasciando al lettore l’incombenza dei nuovi significati.
Olga si muove fra i generi, come veli che si svelano, prediligendo il figurativo concreto ma non formale, rispettando le proporzioni, i chiaroscuri neuroplastici, i movimenti cromatici dell’anima, senza lasciar loro il tempo di diventare dipinto, o schizzar via in analisi solforiche del rifiuto. Il gioco di luci che ne risulta è molteplice, l’uomo che inebetisce di fronte ad una nudità mai profondamente saputa, neanche nella propria partner più o meno occasionale, l’autrice si confonde con la messa in scena, rifrangendo il respiro di un’opera mai compiuta, bensì lasciata a un divenire quasi fotografico, ovvero di morte apparente, e il fruitore finalmente ripristina la sua parte in causa, come erede legittimo delle aspirazioni di entrambi, in un gioco di identità multiformi che va oltre il simbolismo o la partitura da palcoscenico. Trattasi di liberazione panica da
schemi e sovrastrutture, di fluido che scorre, amniotico o spermatico poco importa, a questo punto, tinto dalla gradazione del ritratto, che ritratto non è, ma tratto da ciò che il magma lascia alle volte intravedere a spiriti sensibili che pongono, e si sottopongono. Il tema è triste, il nudo non sarà mai nudo, veramente, i nodi non si sciolgono per una pura acquiescenza alle analisi interattive, seppur mediate dalla trama, ma Olga in fondo non vuole sciogliere alcun nodo, non vuole indurre, sedare o reiterare alcun conflitto, non si nutre dell’amaro calice della soluzione. Olga semplicemente mette se stessa a nudo, il suo cuore, il suo corpo, celata nell’ombra della luce del suo alter ego, del sogno sognato, e della realtà assolutamente enfatizzata perché resti presente, nello sguardo di ciascuno.
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31 Ottobre 2011
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Vulgata d’amore
Quella di Fortuna non può essere definita riduttivamente poesia in vernacolo, in questo caso partenopeo, anche se abbonda, ne è l’architrave, la magmatica e umorale onomatopea di questo lessico unico, “arravugliato .. sfasulando”, e nemmeno aulica per le ricorrenti citazioni in latino, che poi citazioni non sono ma incastonate nel verbo parlato. Viene da pensare ad una sorta di gramelot, ovvero quel misto di fonemi che la gente umile, sottomessa, di sempre è stata costretta a maneggiare, ritorcendoli come emigrati non tanto la lingua o le lingue di accoglienza, ma il misto di slangs portavoce delle cose da dire, quelle vere, irrinunciabili, ineludibili.
Il rimaneggiamento di Fortuna è però di classe, inappuntabile, preciso nei riferimenti e nel senso, come chi vuol mostrare che l’imbonimento della lingua del potere, volta per volta, è stato analizzato nel dettaglio per conoscenza delle armi del nemico, del suo codice, della sua orripilante tracotanza, “Mine, bombe.. anticarro, missili, bazooka, mitra, miccia.. spoletta.. di quanta consorteria di voci triviali ha bisogno la guerra?”. Un vocabolario conosciuto, sondato, come il nemico spesso non sa fare, non sa inquadrare, mirare, la sua vera spina nel fianco, “tremmo comme strega rognosa, appresso a tanta ammuina, e allora io mi voglio strazzià, strappandomi diente e capille, co’ fegato niro ‘e rapille”. Apparentemente il nemico esulta di fronte al suicidio delle idee di rivalsa, di rivoluzione, ignorante e ignorando che è proprio nella energia che l’anima nobile introietta, incapace ad assistere a tanto oltraggio, menomata a lenire siffatto dolore, il tallone d’achille dell’abominio, della tracotanza, “Fino al cuorecupo rimbomba l’in-civiltà, nei vicoli abbandonati, scozzano fame e lacrime dai piedi scalzi”. E’ questo la poesia, altrimenti il grido è vano, e autoreferenziato. Bisogna muovere le viscere, indipendentemente dalla probabilità di potervi abbattere il nemico, mettere in circolo energia, sempre, comunque, “Voglio un’ora per ancora una volta assunare, delle vele che si stregnene ‘o puorto .. delle vocche rorate dai baci, dei ventri che abbagnano orgasmi, dei papagni orgogliosi che nascosero, la furia degli amplessi, allora che le scummesse del cuore, canuscettero l’età dell’oro, l’ecumenico bacio fra terra e criature..” . Le scummesse del cuore. E’ qui la poesia, ricordare alla morte che non è la sola ad azzerare l’origine, e che non è neanche necessario che qualcuno lo sappia, ma che qualcuno lo senta.
“In un lampo si struzziò Raggione, annichilì il glossario dell’Altrui, roussoviani pampini di natura, s’arravugliarono all’interesse e sfasulando in vaniloquio .. visuarono le abbuggìe e gli abusi, l’assuefazione all’iniquo .. assurgere al potere et corrumpere, il patto comune, in somnium et insanguinata pace..”
Fortuna docet, giungere alla determinazione del Male non basta, la poesia svilisce nella semplice istantanea, occorre sì percorrere come Bellerofonte il campo Aleio, ma oltre al maiora delle idee straziate, comporre il canto, prendere per mano la Ragione e condurla all’incanto, “..in lotta con l’ignoto, vocche sempre pronte a canoscere, melograni sgranati, lengua che trase e jesce..”. Quindi la poesia di Fortuna si distacca, reseca, paradossalmente dai fronti contrapposti, dall’individuazione, constatazione, fatale al verso, e così facendo sprigiona l’eclettismo del vivere che non è solo linguaggio al riuso, equo e solidale, ma epos, quello stesso che malamente duchi e marchesi hanno appiccicato alla loro velleità di bonaria fratellanza culturale, mostrandone in tal modo la vera cifra, facendosi “sciamano nello scurìo, aprendosi a un sorriso, i monconi infantili delle mine antiuomo”, rendendo semplice e fonica l’impresa assurda di porre l’uomo di fronte alla sua nullità.
L’uomo. Ma anche la donna. “Il corpo delle donne, allisciato con carta a smeriglio, assaturato, svuotato, stinnicchiato.. addimostra ipsofacto il funerale dell’epoca, certe volte da scranni legulei appizzicati ‘ncielo”. Questo dimostra che Fortuna è donna dentro, trasversale per l’io diviso che ricompone nelle costellazioni dell’avvenire, quel passato dell’essere umano che ha fatto a pezzi la Storia. Ora è, qui è, non sui libri. E guardatevi bene, eroi d’ignominia, perché questa risata, vi seppellirà.
Il corpus della poetica di Fortuna non è politico, ma enfatico linfatico, ubiquità del verso, che rende imprendibili e all’occorrenza nocivi per l’ingiusto. E’ la maestria del codex srotolato, mostrato e restituito al mittente perché ormai assolto. “Fuit verbum olim. Una sola parola nei tempi dicunt scripta, d’inchiostro incancellabile”. Il resto è goduria, “treglie, tremmole, trotte e tunne .. purpe, secce e calamare ..vongole, cocciole e patelle”. Non è un caso che la tradizione popolare, da cui derivano le streghe, ha posto i veri confini della conoscenza, il limite d’abbrivio verso forme superiori, che dall’apparente melma stanano la sostanza, guidano all’ineffabile e porterebbero alla vittoria se questa non fosse la giusta allitterazione del perdente. La verità è. Punto. Puoi anche uccidermi, non è questa la svolta, avrò sempre di più la parola semplice, l’unica, “tra blindati troppo blindati, per contenere davvero la pace, scianca passi inediti e sorrisi, il futuro della gioventù dimezzata”.
Annientata, Fortuna, annientata.
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Fortuna Della Porta - Gramaglie e Frattaglie - Ed. LietoColle Libri - 2011
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28 Ottobre 2011
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Fra simbolo e animazione
L’Opera di Maria Luisa Scaramelli colpisce nell’immediato per l’assemblaggio fantasioso e fantastico di microcosmi che paiono giovarsi di poliedrica autonomia, ciascun ideogramma si moltiplica in una serie pressoché infinita di collegamenti, concatenazioni, suggerimenti che si riportano all’origine deduttiva come noumeno della grafica significante, il simbolo, la traslitterazione che utilizza il caleidoscopio per rafforzare, reiterare l’impressione nativa spesso riassunta in un frammento, una scheggia di cosmo bastevole quindi a se stessa. Sotto questo aspetto più che una raffigurazione si tratta di una defigurazione che ribalta la deduzione del simbolo in una induzione di carattere panico, universale tipica dell’affresco, del pamphlet e quindi la costruzione si muta in decostruzione, azione meritoria che distribuisce i simboli in una libertà che talvolta chiamiamo implosione, appaiamento su un unico piano, anche se a più dimensioni, significato principe dell’utilizzo costante del fondo bianco.

Ciò è reso possibile dalla estrapolazione dal simbolo del suo valore totemico, che non a caso deriva dalla iconografia precolombiana della quale Maria Luisa ha assorbito gli influssi da una esperienza sul campo, a contatto con popolazioni, luoghi, tendenze mistiche e interiori di queste latitudini. Il valore totemico è simile a quello preistorico, quando all’azione della caccia o alla figura dell’animale veniva attribuita la valenza di una proiezione sul futuro, più che una semplice cronaca, una interpretazione ante litteram dell’avvenimento, una sua traduzione in codice quindi in Linguaggio. Difatti è la stessa Maria Luisa a coniare il termine di Codice Scaramelli, per la distribuzione, ad esempio, delle icone in righe sequenziali ambiverse, leggibili cioè da destra a sinistra e viceversa, dall’alto in basso, in diagonale, nella perfetta stesura della matrice, delle grandi opere monumentali mistiche, spesso leggibili soltanto da un alto che le antiche popolazioni ignoravano, almeno secondo la nostra presunzione.
Il Codice traduce la fantasia descrittiva delle cronache in esperienza interiore mistica e visionaria che in Maria Luisa si trasferisce in un concetto postmoderno di affabulazione, o di approccio favolistico alla stesura di insieme, sia in onore alla estrema vivacità narrativa dell’Artista, sia per le implicazioni che comporta la codifica e decodifica, esigenze innate dell’uomo alla comunicazione e, al suo interno, definizione e caratterizzazione del quantum informativo.
Il risultato finale è di una gioiosa e cromatica storia delle storie, in grado di trasformare anche le brutture di cui la Storia si nutre compulsivamente, in una espressione del bello e del buono, non in quanto prerogative collaterali dell’essere umano, ma come modus operandi del trasferimento generazionale delle indicazioni. La Favola, anche la più nefasta, viene trasmessa al bambino sì per metterlo in guardia dalla cattiveria del mondo, ma soprattutto per avviarlo alla traduzione linguistica del dramma, spesso unica arma per affrontare la tragedia. E il valore mistico come difesa è il trait d’union del Codice Scaramelli, la supposizione fantastica che regge anche l’esigenza stessa di spiritualità, di viaggio, di compimento che ha portato a definire animistiche espressioni che la moderna terminologia ha mutato semplicisticamente in esoteriche, dal Grande Occhio, alla Grande Madre, al Tempo come illusioni benefiche da tramandare.
Difatti molto spesso le volute di Maria Luisa conducono alla figura del Super-Io della Storia come tutore di Bellezza, riassunto di Onestà.
www.marialuisascaramelli.it
Le Opere di Maria Luisa Scaramelli sono esposte fino al 25 Ottobre 2011 presso il Palazzo della Racchetta a Ferrara, nell’ambito dell’evento “Spiriti danzanti”
© EnPleinAir – FemminArt 18 Ottobre 2011
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18 Ottobre 2011
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Quadrato di luna

Nell’Opera di Margherita Levo Rosenberg vige una cosmogonia mutevole nel suo attimo fisso, un pendolo asincrono che si muove fra i significati nella loro stesura verticale e i simboli invertiti nel segno della composizione.
E’ la Dinamica temporale la cuspide del pendolo. In Levo Rosenberg il tempo raggela a temperatura ambiente, vaga fra le sospensioni e le statiche, recalcitrando menzioni della memoria. Tutto è fermo, composto, eppure la fibra appare in guardia, come uno scatto che deve avvenire, un felino che deve balzare, un volatile che vibra nervoso l’impulso delle ali e le ripone, lasciando interpretare la soluzione possibile.
La Grafica del costrutto è il braccio del pendolo, il filo sottile che lega fra loro le iterazioni, le perfette congiunzioni, le ispirazioni in ciò che pare il risultato finale degli allestimenti. La Dinamica interiore dissuade al contrario dal limite, conseguito, istruito, assimilato e offre al movimento l’onore della resa, l’attimo cogitante, quello che ci fa sentenziare quando l’opera è davvero compiuta, cioè mai, per fortuna.
Il fulcro vitale della Coscienza, quello che porta al riconoscimento della Forma e della sua cagione è situato nel peso del pendolo, il pondus, la verità, sempre opinabile ma incontrovertibile, assunta senza possibilità di ricredimenti. Come un focolare della Materia allo stato puro, in cui gli elementi, brace, fiamma, fumo e persino odore e calore giacciono indipendenti nel fermo immagine della Storia, irridendo ad azionare il meccanismo per la prova, del fuoco, nell’incertezza del verso che lo sviluppo assumerà, se diritto o contrario, sequenziale in moto razionale o mulinato dalla introversa revisione della Storia stessa. Quasi che la soluzione, di senso, di vita di libertà di sogno e sua realizzazione fossero ancora possibili.
In ciò risiede il carattere rivoluzionario e contemporaneo di Levo Rosenberg, quello di ampliare in forma armonica l’immanente anche e soprattutto nel suo attimo critico, nell’apparente contraddizione degli eventi, il sogno disilluso, affinché questo appaia possibile, congruo, anche nella sua negazione, in una accezione della felicità che è stasi di forme quiete che si normalizzano nel diapason del tempo. In fondo pendolo e diapason si assomigliano, come un quadrato di luna che irradia, pulsa un magma irrisolto che sa di vigilanza sull’Origine.
Mi è stato chiesto perché quadrato di luna, che è tonda, perché il piano che unisce i punti degli equinozi e dei solstizi, l’eclittica, è quadrangolare.
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(Foto di Marco Casolino che ritrae Margherita Levo Rosenberg che ritrae la sua Opera esposta nella Mostra Alfabetomorso)
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Margherita Levo Rosenberg Web
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13 Ottobre 2011
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