FemminArt Review

Arte e Femminilità

Mariaelisa Giocondo

Vitali malesseri

Mariaelisa Giocondo nonostante i suoi pochi anni, venti, ha già strutturato il percorso indicibile della resa, arresa restituita, poesia di grido taciuto, sferzato come silenzio agli occhi del mondo “..ma cieco il mio udire, diventa urlo accecante, per i miei nemici, e per i miei amanti, e solo la poesia, riesce a mettere la fine”. E’ onesta, Mariaelisa, e fulgida nell’accettare le tappe che l’esistenza impone, la prima è di assumersi le colpe dello sfacelo, di offrire il petto alla luna, “non voglio più ascoltarmi, non voglio sentire le mie stonature, anche il bianco può far male, io vorrei solo la trasparenza, anzi io chiedo solo una cosa, l’invisibilità.. senza possedere una genesi, infinità strozzate di lacrime, nelle rilegature del cemento”. Ma è solo il primo momento, obbligato, non si può restare poesia introversa, che crepa dentro, come vuole il direttore. E Mariaelisa evade, lascia il suo corpo in mano a chi sa ancora cosa farne “perdonate le mie lacrime, condonate i miei silenzi, e le mille volte in cui avete pianto, per la vostra egoistica smania di me”, e osserva da vicino il vero perché delle cose “I nomi delle cose, fanno sempre un po’ paura, perché danno agli uomini, l’essenza degli atti, in cui vivere e morire, diventano una cosa sola”. Il percorso della poesia è passare oltre se stessi, e Mariaelisa fugge, da sé, precocemente.

“Così ti vedo sopraffatto, come un musicista, in una macelleria, ricattatrice di putrida carne, nella sempre più debole speranza, che il solo sapere, possa estirpare, il male altrui”. Il viaggio è compiuto, più che iniziato, la palestra del dolore per la propria misera condizione permette il salto, di qualità. “Pantheon.. E’ difficile dire quale sia la miglior cosa… Il silenzio e la parola, sono trombe d’aria incessanti, in cui ogni essere trangugia solitudine”. La via è giusta, la verità e il suo contrario, in quello che qualcuno chiama il balletto dei politici, mentre la gente muore, e il verso è infinito, gli opposti coincidono, e la Bellezza è un alito di vento impossibile, indistinguibile, come futuro nel presente, “Magna Grecia.. E’ terra fondata sul pensiero di volti amorosi, è assenza e presenza, è la parola, verso chi, con raffinatezza assassina, cerca di ostruire la sua poesia”. E’ il percorso verso la propria liberazione nella realtà seppur negata, ascesi mistica e razionale che, se giusta, contagia l’altrui.

Un senso di amore sobrio, dimesso, ma per questo obiettivo e determinante, concreto, perché scremato nella fucina della disillusione “Preghiera di una Maddalena.. Assuefazione callosa, di vitali malesseri, nei quali la paura, apre il portone della sua cantina, dopo aver passato le ore, dietro l’ululato di un “Toc.. Toc..”, redatto da reminiscenze infantili”. Prima cosa, l’accettazione del proprio male come dono del cielo di riuscire a guardarlo negli occhi, come la tigre, seconda cosa trasformarlo in Linguaggio in forza dell’abecedario delle reminiscenze infantili. Quando un uomo sa da dove viene diventa immortale. Da ultimo i Titoli .. Pantheon .. Magna Grecia.. Preghiera di una Maddalena.. sono poesia nella poesia, sua parte integrante, che rivela l’anelito del pensiero a viaggiare sopra le cose, senza finire nella carta moschicida, senza cedere al nemico neanche un lembo del proprio disincanto. “Così ruzzolano i titoli, sulla stampa, spargendo silenzio, sui guanti immacolati, dei chirurghi. Tutto è così. Tutto accade così.. dove gli uomini morti, diventano numeri inesorabili, cose!”. I guanti immacolati dei chirurghi.. che restano con le mani in mano, come cose.

Grazie alla esegesi della sofferenza, Mariaelisa riesce a stigmatizzare l’immanenza, dove “..il buttafuori dell’esistenza, ha ritenuto giusto concedere, solo un poco di sopravvivenza”, e nello stesso tempo sacralizzare il sogno, l’illusione pura, l’amore stesso “Quando il dissidio.. Quando il dissidio, diventa la sola strada possibile, è meglio abbandonare gli ormeggi, perché tutto ciò ha un solo significato: non è possibile esecrare Dio in Paradiso”. La più bella poesia d’amore nel suo abbandono mai letta. La congiunzione, disgiunzione, di Bene e Male, Sacro e Profano, Idealizzazione e Disillusione, è l’operazione più avvincente della Poesia di Mariaelisa, perché rivela l’uso corretto, sano, del libero arbitrio assegnatoci, senza cedere alle lusinghe del suicidio di specie né alle edulcorazioni asfittiche dei poeti di corte.

Tutto ciò permette la chiusura del percorso poetico di Mariaelisa, già compiuto ma ancora agli albori proficui, su due temi, inaffrontabili senza maturità: la terra natia, la Calabria, e la sobria collocazione dell’Amore nel suo alveo sociale, l’unico possibile senza creare gabbie dorate di sentimenti allo stremo. “Poesia delle paturnie.. Forse un mosaico di lacrime appese, al vetro, coda interminabile, di lingue buie dette emozioni. Greve melodia distorta, delle nostre voci in te. Calabria. Luce ad intermittenza, in balia di rumori visivi”.
E “Foglio operaio.. Non capisco, perché Andrea sia morto, ridotto in chissà quante lune, scaraventato via, da questa nostra vita, da una macchina tampografica, insomma uno di quegli aggeggi, che servono per scrivere, scrivere.. Quanto sia fondamentale, che il tuo corpo, non venga suicidato, per novecento euro al mese, di vita precaria”.

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“Federico Garcia Lorca.. ed io ho inventato dei nomi, come fossero esorcismi, ho curato parole, come indisposti del vivere… Eppure, il sole è sempre un giorno muto, ed io non leggo più voci, diventando arida terra, da calpestare, vicino al mio Guadalquivir delle stelle”.

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Mariaelisa Giocondo Web

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17 Novembre 2011 Scritto da femminart.it | Schede | | Nessun commento

Assunta Improta

Nuclei

Il punto di partenza di Assunta Improta è la Sfera, ciò che lei interpreta come Nucleo, punctum, articolo di perfezione, cuore pulsante dell’origine, fuoco vitale, magma incandescente che occupa, allo stato, ancora il centro della Terra, come riassunto di un vortice ben più complesso che presiede alla nascita stessa delle galassie, dei mondi al plurale, dell’infinito. Un Big Bang lontano dal suo esaurimento, come se la struttura dinamica del farsi, a livello universale, fosse in perenne virtù di concepimento.

Assunta ripercorre il back-stage della scomposizione della materia, la vivisezione cellulare, atomica, dell’essere, ribaltando le tesi che presiedono l’esame al microscopio che pare non avere mai fine, quello di ricercare l’unum ineffabile che pare sempre sfuggirci. La capziosità con cui la scienza divide l’indivisibile deve il suo scopo all’individuazione del perché della sostanza, ignorando che questa è avulsa dai concetti di ripartizione, deleteri per qualsiasi indagine. Assunta rappresenta invece il nucleo nella sua intoccabilità, redige la sfera in forma pulsante, radiante, come il sole, ma bada bene a non toccarne il bilanciamento di completezza, come se questa fosse affidata alla perfetta concorrenza delle forze e componenti apparentemente estranei fra di loro. Nelle visualizzazioni della cellula madre arriva sempre più in profondità mantenendo la distanza di rispetto, creando quindi l’opportuna implicazione con l’aspetto vergine della sostanza, acuendo per contro il pensiero dell’osservatore, favorendo l’allargamento dei confini della sua stessa introspezione. Il pregio di tutto ciò sta nel suo essere donna, nel valutare quindi ogni correlazione fisica, sensoriale, percettiva dal punto di vista del rispetto cosmico e della coscienza di essere portatrice, figura tramandante del mistero, cosa che all’uomo sovente sfugge, deviandolo verso la giustificazione spicciola e scientifica della minima parte del mistero, quella che emerge.

Difatti in Assunta il concetto di Sfera finisce per incastonarsi giocoforza in quello di Corpo, femminile nella fattispecie in quanto solo quest’ultimo riesce a distrarre la limitatezza fisica, il perché della morte, diluendo i significati in un misto di passione e speranza, obbiettività e metafisico, palpabilità e inessenza, secondo un concetto post-moderno di Eros, ovvero la pulsione di base che si fa portavoce di più alti intendimenti senza vanificarne la portata ineludibile di immanenza che finisce per essere sempre e comunque ultraterrena. Il corpo della donna già in sé suscita le reazioni più eccitanti di distacco dal territorio, e territorialità, mantenendo inalterata la sensazione di attraversamento ed elevazione. In più Assunta rende possibile il contrario, la rivalutazione dell’assoluto con il ritorno iconografico al veicolo, quindi al desiderio.

Ciò traspare anche dai volti che a contatto con la sfera smentiscono i loro contorni umani, si sfrangiano nella giusta ipervalutazione del pensiero, il mistero, ma conservano nello sguardo vigile il culto della donna intesa come passaggio, risoluzione, appagamento dell’infinito finito.

© FemminArt – EnPleinAir – 06/11/11

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Assunta Improta su Facebook

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6 Novembre 2011 Scritto da femminart.it | Schede | | Nessun commento

Rita Pacilio

Stami d’inessenza

“Portami via Luna nel tuo deserto. Qualcuno rinchiuda il mio cuore nel cemento. Fammi toccare il silenzio delle cose. Ora che sono schiava di questa carne.”

Rita Pacilio riduce l’infinito ad un lembo di sangue, non per obtorta significazione, non ha colpe poetiche rilevanti, di quelle che questuano al verso l’emorragia interna, ma per ansia di respiro, quando questo ci appare compresso dalla storia, passata presente, è ininfluente. E’ uno stato di catalessi verbo-tattile che attanaglia le menti che una spiegazione umana non sanno dare, alle maree di stati d’animo ambiverse che occludono semplicemente la percezione. “Mi vergogno del mio cantuccio, dove consumo, una quiete servile”. Il coraggio dell’intenzione, che si erge a quantum sacrificale di ritorno, è una paralisi cosmica, una de-significazione dell’oltraggio che passa attraverso lo slabbramento della ferita, una deflorazione postuma.

Non è solo la Carne, anzi questa si disfa in sottili strisce di vuoto, una apparenza mnemonica dell’universo interrotto di cui è l’ultima depositaria, prima di lei vengono le magie nere del rapimento sciatto dei sensi nei quali lei, Rita, è obbligata a torcersi, non perché direttamente implicata, ma in quanto schiava degli echi di rivolta che la donna ha visto pedissequamente soffocata nella violenza coatta, semplice negazione. “Sono il telaio di una tana vuota. Come dire dove la ruggine, ha coperto i vetri che non sapevo”. Rita diluisce nel dolore le violenze impersonali, quelle che hanno toccato anche lei, giocoforza, ma che vibrano come dissonanze lesive che viaggiano al di sopra dell’umana recriminazione. E’ l’immagine della bimba nuda che corre nell’inferno al napalm del Vietnam, la sua maschera di orrore che va oltre la sorpresa animale della strage, è grido colpito, raggelato che perde uno ad uno i riferimenti logici, interdetto persino alla follia. E’ la quantità del male del mondo che si fa sussulto esiziale ma votato ad una perenne coazione. “Ricordi la paura muta del cielo, perso nell’acqua? Ancora piove tra le ultime gemme di primavera”. Non c’è tratto di conseguenzialità, né di sequenzialità, sono ombre, casuali, deposte sul destino dell’uomo.

Non è solo Carne, ma Sofferenza, anzi di questa la deduzione si mescola all’origine e si fa fine con la stessa facilità di un acme fatto a pezzi. “Fingi il mio nome, lungo la strada inquieta, senza invecchiare l’orgasmo delle perle da infilare”. E’ Sofferenza di senso, più che di sostanza, la derubricazione del termine stesso “soffrire”, come un’antinomia palese che sfugge al magnetismo impresso nell’asse della Terra. “Le mie radici sono in tutte le cose. Si riversano come fisarmonica sotto la tua mano”. Ecco, nasce il bisogno di un padrone che interpreti il cratere della nefandezza, l’orrendo totem, il fatuo golem, qualcuno deve pur essere alla base di questa follia gentile che si impossessa di tutte le cose. “Dallo stesso buio, arriva il mostro goffo. Tocca con le mani sporche, e canta mentre gode”. In questa apparente sudditanza inerte è situato il fulcro della poesia di Rita, il suo respiro esplode proprio nell’anteposizione asfittica del deuteragonista, affinché sia la vittima che il carnefice piangano la fine di un mondo. “Mi hai cucito la bocca con il filo spinato..” , è l’attimo in cui la morte evocata stenta a venire, per fortuna, e molce il sentimento reduce, più vivo che mai. “..Non sento più il respiro da prostituta, né il calore di mia madre dalla carne giovane. Sento il suono e l’odore di un legno che arde. E le mie ossa impalate, lì a bruciare”. Ecatombe di felicità stese ad asciugare come panni ancora sporchi.

Rita Pacilio è senza speranza per assioma, ma proprio attraverso il suo martirio riesce ad infonderne, perché capace ancora di essere viva in eterno. “Ad uno ad uno colgo i colori della luna. E ne faccio primavera”. Rita è musica, oltre la musicalità del verso, bensì nello spessore atavico che ha il segno sonoro. Canta, fraseggi jazz che declinano la sua poesia di identica risultanza scritta più che intonata. Nella sua musica ritroviamo la stessa affabulazione sincopata all’infinito, vocalizzata nel silenzio, e come la sua poesia riesce a schiuderci paesaggi vergini, incontaminati, così il canto, nell’apparente disarmonia, ricostruisce in maniera certosina i madrigali della resa, dell’offesa, e ad un tempo, scandito, la nenia dell’anima che riassorbe il sangue e lo sigilla in costellazione, sfibra il pentagramma nei fili sottili che reggono la vita. Sorriso, abbraccio, felicità che come un gatto bagnato si ritira all’alba stanco di vicissitudini.

“Sale al cemento di cielo, la dolcezza di questo istante, da anni”.

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Rita Pacilio Web

Rita Pacilio su Facebook

Rita Pacilio - Tra sbarre di tulipani - Ed LietoColle Libri - 2008

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“Dimmi che” - Rita Pacilio canta le sue liriche

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2 Novembre 2011 Scritto da femminart.it | Schede | | 1 commento

   

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