FemminArt Review

Arte e Femminilità

Rita Pacilio

Stami d’inessenza

“Portami via Luna nel tuo deserto. Qualcuno rinchiuda il mio cuore nel cemento. Fammi toccare il silenzio delle cose. Ora che sono schiava di questa carne.”

Rita Pacilio riduce l’infinito ad un lembo di sangue, non per obtorta significazione, non ha colpe poetiche rilevanti, di quelle che questuano al verso l’emorragia interna, ma per ansia di respiro, quando questo ci appare compresso dalla storia, passata presente, è ininfluente. E’ uno stato di catalessi verbo-tattile che attanaglia le menti che una spiegazione umana non sanno dare, alle maree di stati d’animo ambiverse che occludono semplicemente la percezione. “Mi vergogno del mio cantuccio, dove consumo, una quiete servile”. Il coraggio dell’intenzione, che si erge a quantum sacrificale di ritorno, è una paralisi cosmica, una de-significazione dell’oltraggio che passa attraverso lo slabbramento della ferita, una deflorazione postuma.

Non è solo la Carne, anzi questa si disfa in sottili strisce di vuoto, una apparenza mnemonica dell’universo interrotto di cui è l’ultima depositaria, prima di lei vengono le magie nere del rapimento sciatto dei sensi nei quali lei, Rita, è obbligata a torcersi, non perché direttamente implicata, ma in quanto schiava degli echi di rivolta che la donna ha visto pedissequamente soffocata nella violenza coatta, semplice negazione. “Sono il telaio di una tana vuota. Come dire dove la ruggine, ha coperto i vetri che non sapevo”. Rita diluisce nel dolore le violenze impersonali, quelle che hanno toccato anche lei, giocoforza, ma che vibrano come dissonanze lesive che viaggiano al di sopra dell’umana recriminazione. E’ l’immagine della bimba nuda che corre nell’inferno al napalm del Vietnam, la sua maschera di orrore che va oltre la sorpresa animale della strage, è grido colpito, raggelato che perde uno ad uno i riferimenti logici, interdetto persino alla follia. E’ la quantità del male del mondo che si fa sussulto esiziale ma votato ad una perenne coazione. “Ricordi la paura muta del cielo, perso nell’acqua? Ancora piove tra le ultime gemme di primavera”. Non c’è tratto di conseguenzialità, né di sequenzialità, sono ombre, casuali, deposte sul destino dell’uomo.

Non è solo Carne, ma Sofferenza, anzi di questa la deduzione si mescola all’origine e si fa fine con la stessa facilità di un acme fatto a pezzi. “Fingi il mio nome, lungo la strada inquieta, senza invecchiare l’orgasmo delle perle da infilare”. E’ Sofferenza di senso, più che di sostanza, la derubricazione del termine stesso “soffrire”, come un’antinomia palese che sfugge al magnetismo impresso nell’asse della Terra. “Le mie radici sono in tutte le cose. Si riversano come fisarmonica sotto la tua mano”. Ecco, nasce il bisogno di un padrone che interpreti il cratere della nefandezza, l’orrendo totem, il fatuo golem, qualcuno deve pur essere alla base di questa follia gentile che si impossessa di tutte le cose. “Dallo stesso buio, arriva il mostro goffo. Tocca con le mani sporche, e canta mentre gode”. In questa apparente sudditanza inerte è situato il fulcro della poesia di Rita, il suo respiro esplode proprio nell’anteposizione asfittica del deuteragonista, affinché sia la vittima che il carnefice piangano la fine di un mondo. “Mi hai cucito la bocca con il filo spinato..” , è l’attimo in cui la morte evocata stenta a venire, per fortuna, e molce il sentimento reduce, più vivo che mai. “..Non sento più il respiro da prostituta, né il calore di mia madre dalla carne giovane. Sento il suono e l’odore di un legno che arde. E le mie ossa impalate, lì a bruciare”. Ecatombe di felicità stese ad asciugare come panni ancora sporchi.

Rita Pacilio è senza speranza per assioma, ma proprio attraverso il suo martirio riesce ad infonderne, perché capace ancora di essere viva in eterno. “Ad uno ad uno colgo i colori della luna. E ne faccio primavera”. Rita è musica, oltre la musicalità del verso, bensì nello spessore atavico che ha il segno sonoro. Canta, fraseggi jazz che declinano la sua poesia di identica risultanza scritta più che intonata. Nella sua musica ritroviamo la stessa affabulazione sincopata all’infinito, vocalizzata nel silenzio, e come la sua poesia riesce a schiuderci paesaggi vergini, incontaminati, così il canto, nell’apparente disarmonia, ricostruisce in maniera certosina i madrigali della resa, dell’offesa, e ad un tempo, scandito, la nenia dell’anima che riassorbe il sangue e lo sigilla in costellazione, sfibra il pentagramma nei fili sottili che reggono la vita. Sorriso, abbraccio, felicità che come un gatto bagnato si ritira all’alba stanco di vicissitudini.

“Sale al cemento di cielo, la dolcezza di questo istante, da anni”.

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Rita Pacilio Web

Rita Pacilio su Facebook

Rita Pacilio - Tra sbarre di tulipani - Ed LietoColle Libri - 2008

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“Dimmi che” - Rita Pacilio canta le sue liriche

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2 Novembre 2011 - Scritto da femminart.it | Schede | | 1 commento

1 commento »

  1. Commento di Adrienne Jalbert | 2 Novembre 2011

    Bella symbiosa tra la voce/bocca e la musica. Mi piace!

    Adrienne Jalbert Web

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