FemminArt Review

Arte e Femminilità

Antonella Taravella

La carne è aria macchiata di sangue

Il verso di Antonella Taravella è un limite sotteso, un margine, un bordo, come lei ama definirlo, dell’infinito finito, della sua risoluzione, dell’apparente suo magma che è invece parvenza manifesta. “Nuda, nella manciata di sale che resta, questo buio che porta le cose, come un respiro d’ossa”. C’è un momento in cui il poeta “vede” la vita, che è altro dall’immaginarla soltanto, o sospirare per la sua incompiutezza, ma vive il momento seguente come fosse il precedente e viceversa. Da allora in poi è condannato, a dirimere la questione saputa con orli che la gente intende. Per Antonella è la carne. “Un cappio di bava sul mio letto di carne, materia che incorre nelle mie parentesi di nervi”. Parentesi, stati di finta quiete momentanea, dall’oltraggio. “L’occhio si dispone, nella mistura che cola, dal bordo di pelle, intrecciata”. Carne acquiescente, al dileggio voluto, alla pace infitta della guerra del cuore.

E’ una carne dunque mansueta nel suo roboante taglio “ti faccio di sangue e le radici sono le mie labbra che suonano verbi..” , mistica e interiore nella sua scorza graffiata “basta lo schizzo di una parola, per farmi fragile .. per essere polvere , portata a spasso nelle tasche vuote”. Carne vissuta come topos sacrificale, prendete e mangiatene tutti, “divorando a piccoli bocconi, le mie parole”, ricondotta sempre al suo valore escatologico “..l’erezione della voce, la tua sulla mia, la fame è fra le lenzuola..”. La fame è fra le lenzuola. “..nei guinzagli ai polsi, fra baci umidi, fumanti nel silenzio”. E’ un passaggio questa carne, infinitamente doloroso, altro che piacere, sofferenza mostrata come “..un capezzolo turgido che racconta la storia, alla guancia sugli argini di una pazienza, di questi nevosi sepolcri squarciati..” “..un falò di latte che sale dai bordi succhiati”. Un continuo richiamare il bolo stesso del soffrire, rimasticato e passato di bocca in bocca. “..e nel ragguardevole allontanarmi, deconcentro la mia voce, grattando, il canale di scolo dei miei dolori”.

Una quota artica della carne che apparentemente stenta a farsi amore, ma non perché essa sia “E(pic)entro” dell’offesa, questa è molto, molto precedente nella memoria silenziosa di Antonella, “la memoria del seno, il deserto nella voce, un nido, un ramo intrecciato, null’altro che una sera nella solitudine di un’asola senza bottone, nello schianto di crepuscoli..”. Lo schianto dei crepuscoli. Non quindi per l’offesa, chè questa si scioglie “Sottopelle” “Tratteggio di te i sensi, le tue labbra sono l’inizio di un paradiso verticale, l’importanza di un pensiero..”. Ecco, per Antonella la carne è pensiero, pensare di non pensare, e l’amore quindi esplode, nel boato oggi permessogli, intro-estetico, come “..liquido nero, nobile sulle caviglie:latte, in questo sorriso spezzato dal cuore, la pelle si disarma, aprendosi:fauci dentate, fra le cortecce e le labbra..”. L’amore di Antonella, visibile e poeticamente smagliante, sta nella proposta non di farsi di abbandono, ma di accettare di rendere “..nulla la polvere:buca di carne, come amalgama nel marenero”. Capire, capire, perché siamo qui, e allora tutto ci è concesso, anche il nulla. L’importanza di un pensiero.

Antonella è mirabile perché riesce a decifrare l’esatta valenza, attuale, della carne. Non crogiolo di finte recriminazioni, né smania esorcistica o endorcistica, né pura vendicazione verso capri ignari, siamo tutti responsabili di questo sfacelo, e neanche di pura estetica formale e sensoriale di cui si nutre la moderna poesia cellulare, soprattutto al femminile. E’ una onesta decriptazione senza dimenticare l’origine “tradurre in segni l’ermetismo della tua pelle fredda”. Non è la carne, è il perché sia fredda. “lampi e furori ammaliano gli inchiostri, che ti vorrei raccontare..” .. “è un destinarsi l’incipit in capo al mare. onda che conserva la moltitudine, sui davanzali screpolati, e nelle foglie scartate dai venti più atroci”.

Novità di sangue offerto, oltre che sparso, anche in segni di interpunzione inediti, i due punti che saldano parole come braccia che stringono, ma soprattutto l’underscore, il trattino basso, che è un pensiero di ritorno più che una vidimazione, una terza dimensione delle cose già sapute, un’eco del coro, un ansimo di triste conferma. “m’appartiene accomodato_nella bocca” . “sei carezza_mutevole” . “e il corpo_deriva, scorre come carta scritta, piena di ancora”.

Ancora, Antonella, ancora.

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Antonella Taravella - Sbocciata nelle viscere - Edizioni Smasher

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28 Dicembre 2011 Scritto da femminart.it | Schede | | 1 commento

Auguri

Tempo di bilancio per FemminArt, non solo materiale ma direi soprattutto intimo, ideale, interiore. Oltre 120 recensioni sparse in un anno e mezzo di attività, raccolte negli attuali sette E-book di recente pubblicazione, un sito-blog che in taluni casi si è affiancato allo sharing evidentemente non più appannaggio esclusivo di Facebook, anzi, sempre meno, il partnerariato con l’Associazione Culturale EnPleinAir di Pinerolo (To), da cui è scaturito il progetto comune di Alfabetomorso, poi Mostra, giunto al suo Catalogo-Rivista N 0 e destinato a prospettive di interlocutore inter pares nel grande dibattito in essere sui Linguaggi sociali, mutazione dei grandi mezzi di Comunicazione e suoi riflessi sull’Arte e la sua grande prerogativa di indicatore, speculum, rilevatore delle istanze del vivere.

Tutto questo applicato al mondo femminile in modo specifico, tanto da far pensare ad una visione parziale, quindi scevra dalla considerazione dei più diversi elementi che sembrerebbero costituire il quadro più rigoroso, corale, obiettivo di una società, di un movimento artistico, di un pensiero.

FemminArt è nata, come molti sanno, per iniziativa di un maschio, e uomo, inteso come essere umano, quindi soggetto alle pulsioni di genere, talvolta scomposte, che formano il corredo genetico dell’attuale cosmo di relazioni fra i generi. E’ naturale che abbia incontrato nel percorso attestazioni di profonda stima ed empatia, questa nel dettato di costituzione dei social-network, senza i quali, ovvero con i tradizionali mezzi di divulgazione artistica, maschile o femminile che si voglia, l’esperienza mai avrebbe potuto aver luogo. Ed ha incontrato, nel medesimo percorso, energie di opposizione, dovute in parte al carattere nativamente ambiguo dei citati mezzi di comunicazione, e in parte ai contrasti a volte stridenti, politici, storici, umani, mai sopiti fra genere maschile e femminile. Per cui l’azione FemminArt è stata in qualche caso tacciata di strumentalismo, se non addirittura offensiva, un atto di spionaggio tattico allo scopo di perpetrare lo strapotere ideologico di sempre.

Pur non essendo immune dalla caducità e provvisorietà dell’anima, sia maschile che femminile, FemminArt ha scoperto in itinere il vero scopo della esposizione alla sofferenza che richiede qualsiasi atto di indagine, di valutazione, di conoscenza, in una parola artistico. Il fulcro è sito nella creazione di un nuovo genere, sia di espressione che genetico, l’androgino, ossia, ove possibile, la commistione del meglio dei due mondi, come recita il mito di Salmacide, dell’ermafrodito. Non è un semplice tentativo di riconciliazione, peraltro molto arduo, ma una inedita formula che dia maggior accento alla sensorialità, alla umoralità, alla cosmogonia, alla veggenza, peculiarità date sempre in appannaggio al genere femminile, ma che trovano anche nel sesso opposto espressioni di rilievo e comunque un generalizzato desiderio di travaso, così come il mondo femminile si riscopre sempre più assetato di una “mascolinità” ritenuta sempre interdetta.

Evidenziare i tratti di questa mutazione attraverso l’espressione artistica è il solo grande vero scopo di FemminArt. E la riprova non è tanto nei commenti rivolti al femminile, fidando cioè in una “interlocutrice”, laddove la maggioranza è stata concorde nel ritenere poco plausibile una azione del genere edita da una donna, quanto nel carattere, nel filo comune che ormai lega le meravigliose e variegate espressioni dell’Arte al femminile. Il filo è la maggiore aderenza ad un movimento reale delle cose, fatto anche di immaginario, ma soprattutto di verità palpabili, quelle insinuate tra le cose, che formano il vero concetto di solidarietà, tolleranza, anche gelosia e acuta ripulsa verso l’antagonista, ma in modo speciale una non-logica che si esplica per vie naturali nel farsi delle cose, e non nella velleità di un loro indirizzamento, nella evoluzione di un feto o di un male parimenti, e non in una logica di schieramenti contrapposti e dominanza, in una parola guerra, aspetti ancora troppo preminenti nell’Arte e nella vita al maschile.

Resta da capire quanta reale volontà di cambiamento sussista in entrambi i generi, quali gli effettivi collegamenti con un’Arte sempre più asessuata, quali le curiosità innate che non siano solo desiderio di possesso e annientamento. Ove queste istanze dovessero restare inevase allora FemminArt chiuderà il suo spioncino su un arcano che era meglio non toccare, violare, come vuole il pensiero debole dei mondi paralleli. Ma FemminArt è caparbia e ostinata. Come una donna.

     Sergio Gabriele

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Gli E-book di FemminArt

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21 Dicembre 2011 Scritto da femminart.it | Editoriale | | 5 commenti

Carla Crosio

Brainstone / Pietracervello 1

Venerdi 16 Dicembre si terrà ad Ivrea (To) l’inaugurazione dell’installazione permanente dell’Artista Carla Crosio, nell’ambito del progetto “Installazioni per le città d’Europa. Omaggio a Septème”.

Carla Crosio ci ha abituati da sempre alla irrisione della tecnologia intesa come strapotere del potere, ammucchiando computer e cavi sbagliati o tendendo ardite linee grafiche fra il nulla e l’impossibile, ma mai si era diretta verso il centro della contraddizione, quella che ha determinato in catena tutte le altre, quella che è motivo di se stessa nello sterile arrivismo dell’autocancellazione: il cervello umano.

L’Opera di Carla Crosio, gigantesca per costruzione, una machina, rappresenta il sarcofago delle umane aspirazioni ed è bene che sia piantata in una rotatoria stradale come metafora del girare dell’uomo intorno agli interrogativi di sempre, tornando sempre al punto precedente, ovvero la celebrazione futile delle sue capacità quando non riesce a sopperire alle più elementari regole di convivenza con i suoi simili e con il mondo che lo ospita obtorto collo.

Si dice, che il cervello venga utilizzato al dieci o quindici percento delle sue reali possibilità, ebbene, quelle che siano ora Carla Crosio le ha saldate all’interno di un invisibile, un bozzolo inaccessibile che svelerà a chi avrà il compito di drenare le tracce di una “civiltà” scomparsa il reale peso del quindici percento. Se sia zero Carla lo lascia, appunto, ai posteri. La saldatura dei lobi parietali, temporali, occipitali rammenta la satirica performance del Dr. Frankenstein, l’esatto modo in cui viene allestito oggi un programma di governo, un piano di sviluppo per i popoli del terzo mondo, una assise nelle grandi confederazioni, organismi internazionali e l’immensa sarabanda di vuoto che serve solo a mantenere se stessa. E’ il carattere della saldatura che Carla Crosio usa ad essere determinante, in quanto si rifà alle curve con cui la scatola cranica media alla elasticità del tempo, o alle faglie telluriche, che noi chiamiamo terremoto, o castigo di Dio, asservite al medesimo scopo. Solo che la incisività dell’operazione dona al risultato il valore di una ferita malamente cicatrizzata, nella quale ad esempio è stato lasciato per incuria un attrezzo o dello sporco.

L’Arte non è Politica, si grida da più parti e se ne intuisce il motivo, perché lo scopo finale dell’urlo all’insulto richiederebbe il silenzio e nulla più, e invece l’Arte ha bisogno vitale di esprimersi perché per l’Artista è come respirare, è come vivere. La contraddizione del dire per non dire è cosa che si mostra in taluni Artisiti in modo inverecondo. Non nella libertà mirata di Carla Crosio, non nella sua volontarietà di ergersi a peso di limite, provocazione alla bilancia, sussurro gridato a ciò che forse è il fine ultimo dell’Arte, ben oltre l’intrattenimento e cioè quello di capire, conoscere, apprendere in che luogo siamo, in quale reale significante, dopo che si sono diradate le nebbie dell’ubriacatura di massa fatta di virtuale, falso divertimento, istigazione onirica alla vendetta verso chi ci ha voluti così, spesso identificato agli opposti come una entità astratta, un motore immobile, o il vicino di casa cui d’un tratto dà di volta il cervello.

La Pietracervello di Carla Crosio è un paracarro sistemato ai bordi del tempo, segno di una distanza qualsiasi, ornamento d’acciaio sul petto di città distrutte, pietra filosofale fardello dei cercatori della quintessenza, perché le principali, acqua aria terra fuoco non erano bastevoli per il vivere. E’ il masso che si è staccato improvvisamente dal monte Toc sulla diga del Vajont, è il monolito che Kubrick pone in “2001 Odissea nello spazio” parimenti al margine dei quadrumani omicidi per spartizione d’acqua e dei valorosi astronauti in cerca del monile magico e che trovano, invece, ovunque, il limite di sé, la spettacolare vuotezza del proprio essere, voluto oltraggio alla semplicità.

O forse sarà soltanto l’interrogativo incompreso di un bimbo che non sa di esservi contenuto.

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Comunicato Stampa

Invito Inaugurazione

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14 Dicembre 2011 Scritto da femminart.it | Schede | | Nessun commento

Margherita Levo Rosenberg

La fatica della luce

Diversi sono i topoi sui quali insiste l’installazione di Margherita Levo Rosenberg dal titolo “Se Dante e il vento ed io” che ha poi partorito la Mostra d’Arte Contemporanea “La fatica della luce” che va ad inaugurarsi il 18 Dicembre 2011 a Casale Monferrato. Il primo: il Ritrovamento. L’Autrice ritrova in una soffitta dei versi anonimi in endecasillabi che idealmente tentano di ricomporre altrettanti sparsi, come dilaniati, della Divina Commedia di Dante Alighieri. Il Ritrovamento è più che un rinvenimento, è raccogliere la richiesta di aiuto che viene dalle viscere del vissuto umano occultato, insabbiato, contaminato. Levo Rosenberg fa suo il gesto già pietoso dell’anonimo che, emulando il Sommo Poeta, come fa ogni perfetto autore di panegirico su tomba vuota, ricompone le spoglie del dire, come se le verità sapientemente esposte fossero state smembrate allo scopo di confondere il messaggio, infierendo come Seth sulle spoglie di Osiride. E’ esattamente ciò che avviene oggi con la Cultura del passato, viene impatinata in sottovuoti pubblicitari allo scopo di svuotarne il contenuto in una sorta di imbalsamazione, lasciandone la sola forma utile al mercimonio. Levo Rosenberg conserva accuratamente le patine e le trasforma in fiori.

Il secondo topos è Dante, ovvero l’Allegoria. Oltre che come Sommo Poeta, Dante passa agli occhi dei poco più attenti come un elegante fustigatore dei costumi, dell’Uomo più che dell’Epoca, non ingombrante come Savonarola, difatti viene tacciato da talune fronde come troppo acquiescente alle Corti contemporanee, ma egualmente caustico e impietoso per chi sa andare oltre il verso. Senza dubbio intelligente e scaltro nella sua opera perchè si serve dell’Allegoria, che non è sita nell’esteriore legge del contrappasso, la pena rapportata al male compiuto, il cattivo all’inferno il buono in paradiso, bensì nella più acuta cosmogonia rappresentata del Giudizio, della Colpa, della Pena, del Premio o del Castigo, creati a bella posta nella loro coreografia esteriore, non cioè come contenuto puro e spirituale, ma dall’uomo sull’uomo, per incutere paura quindi sopraffazione. Non vengono risparmiati infatti uomini di Chiesa e potentati Amministrativi, come non viene risparmiato l’Amore, quando frutto delle sovrastrutture colpevolizzanti che l’uomo sa infliggere a se stesso ipocritamente. Lo stesso Paradiso è immerso in un empireo di luce a volte innaturale che qualcuno identifica come un Inferno al contrario, ovvero di perfezione anacronistica destinata ad una eternità di tedio perché inconfrontabile con il male e con il suo libero arbitrio, uno dei primi doni che Dio ha fatto agli uomini, precedente il Peccato. In summa Dante è filosofo essenzialmente, e la dilaniazione dei suoi versi appare agli occhi dell’anonimo, quindi di Levo Rosenberg, come la pira di Giordano Bruno o l’ostracismo verso Galileo Galilei e le mille espressioni del fondamentalismo che hanno portato alla diaspora moderna del significato, del valore della vita, della concezione dell’Universo, con conseguente perdita della Salvezza e della Speranza.

Il terzo topos, unificante, è l’Amalgama, precipuamente l’azione puntuale di Levo Rosenberg che costituisce il paradigma di Arte, non solo Contemporanea, ma di Installazione o Evento o Performance, ovvero del suo attimo dinamico inquadrato ardimentosamente in una statica di fondo qual è quella del panorama socio-cultural-politico. Levo Rosenberg è particolarissima nella sua azione perché staticizzando le forme in un meccanismo di reiterazione o composizione fantasiosa e fantastica dell’infantile umano, del Sogno, quindi del sogno di Libertà, schioda esattamente l’energia imbrigliata dalle convenzioni e dall’ipocrisia sociale e le restituisce al volo delle costellazioni, del senso, della ragione intesa come esaltazione dell’irrazionale cosmico. Così avviene in tutta la sua Opera, così avviene con i versi di Dante ripristinati su pellicole rayografiche e incesellati in anemoni che ondeggiano nel mare della stupidità umana come fari dell’intelletto nel pieno della tempesta buia che viviamo, come la selva oscura con cui Dante, non a caso, esordisce la sua Performance. Fioritura che rende onore e giustizia alle violenze perpetrate sui libri di testo assegnati a studenti ignari perché, primo ne comprino ogni anno una versione differente dallo stesso contenuto e alfine s’ingegnino soprattutto a decriptarne le note al margine, le uniche che a volte fanno luce sul vero significante, con estrema fatica. La Fatica della Luce.

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtualità e conoscenza.

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Comunicato Mostra “La fatica della luce” - 18 Dicembre 2011 - Casale Monferrato

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9 Dicembre 2011 Scritto da femminart.it | Eventi | | 3 commenti

Orietta Brombin

Cauta elegia dell’ineffabile

L’Opera di Orietta Brombin è una installazione permanente della volubilità delle forme nascoste fra le pieghe della realtà solida, una emersione provocata degli strati del tempo per come gorgogliano nella assuefazione del vissuto. Viene accostata spesso ad un concetto implicito di Grafica e Design senza che di queste sfiori affatto il valore simbolico, astratto, recalcitrante della edulcorazione visiva, estetica, del segno. L’induzione alla valenza grafica dell’azione, dell’intervento, è suggerito dalla pulizia del tratto dinamico e dalla fantasia con la quale esso muta, come fractali o irrequietezza di un caleidoscopio costantemente inedito. Quindi si distacca immediatamente dal Design perché procede nella metodologia perfettamente opposta. Non muta il dato reale dilatandone iperbolicamente i contorni, come fa la Grafica architetturale allo scopo di istigare a forme sostanzialmente avulse dal contingente, come sorta di frustrazione dell’espressione nativa, ma viceversa a questa ritorna, permane, evidenziando semplicemente ciò che già è contenuto in nuce in termini di esperienza metafisica.

Una Grafica visionaria, dunque, ispirata dalla concettualità insita nella superficie delle cose, attraverso una percezione medianica non determinata dall’estasi fine a sé, ma dall’esplicitazione del quantum armonico che ogni aspetto della realtà contiene, perché riportato all’attimo precedente, la concezione dello status e della sua contraddizione, l’errore, che determina altrettanto erroneamente lo stilema di alternativa. Orietta non si muove, cioè, in un’ottica di rifiuto, ma di acquisizione, dando risalto all’attitudine della mente umana non solo a sognare e ad immaginare, ma a ricollocare, o meglio a rimuovere lo strato di polvere secolare che ci impedisce di guardare il mondo con i suoi stessi occhi.

Ciò emerge dalla variegazione dello stile di intervento, a volte costretto nella apparenza statica dell’installazione, altre mobile sul piano rarefatto della forma medesima reiterata, la cui mutevolezza di attributi, colore o contesto, estingue l’omologazione e libera l’originalità che c’è sempre dietro il pensiero, mutevole, appunto, nella sua immutabilità. E’ come il miracolo di osservare un fiocco di neve, per quanto irregolare e unico nella sua forma, nella sua perfezione microscopica che sempre diversa può essere ma imprime nella retina un unico modulo sensoriale, elevabile ad archetipo, a memoria, quella dinamica e futuribile, non quella degenerata e nostalgica.

E’ una operazione interiore di distacco dal sé, nobile intento che ogni Arte dovrebbe avere, che permette di scandire saggiamente e serenamente il mulinare degli eventi nella loro successione, vista più come aggregazione casuale del vivere, che come disegno, o architettura o struttura. Quindi le installazioni nei luoghi classici decontestualizzati, una pala d’altare o un vano dimesso o attuale, assumono non già la valenza di vidimazione astiosa dell’abbandono, graficamente imbonita, ma di attraversamento di ciò che quel posto rappresentava e rappresenta ancora nonostante la divaricazione concettuale, unico aspetto di cui si occupa spesso l’arte contemporanea.

E’ un palpito, quello di Orietta, che si esime da giudizi di merito, ma dà rilevanza unicamente alla capacità della mente e dell’anima di collegare e decifrare gli ultrasuoni magnetici dell’esperienza, anche quella passata. Difatti, l’uso della fotografia è elevato da pura reminiscenza, velleità di rinnovare accadimenti estinti e portarne in futuro l’instabilità emotiva del presente, a valore universale del vissuto, collegandosi anche ad una realtà apparente, cosa che la fotografia fa anche quando è abrasa, ma decifrandone, attraverso una cornice o una disposizione sequenziale a volute centrifughe o centripete, l’aura di appartenenza al movimento sistole diastole di irrorazione sanguinea dei tessuti anche quando questi sono corrotti, come può essere un buon ricordo o la morte come viene solitamente intesa, come termine non già prosecuzione, in quanto attribuita ad un corpo e non al cosmo. E’ l’espropriazione del sé, come dice Elemire Zolla: “Una volta spogliati della nostra persona, si cessa di riverire l’essere nati da certi genitori in certi luoghi. Si enuncia allora con trasporto ‘Mio padre è il sole, mia madre la luna’ “

Orietta esprime una sorta di metempsicosi della forma, delle linee, degli agglutinamenti spontanei della Grafica del tempo e Design della natura, consacrando la realtà del vivere nella libertà di guardare vicino a sé, al limite ultimo della propria ombra.

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6 Dicembre 2011 Scritto da femminart.it | Schede | | Nessun commento

Marie-Luce Tardu

Distanza in stanza

Libera nei territori, dall’astratto alla linea angolare, già evocatrici della plasticità del segno, anche nel materico, risultato di una metabolizzazione continua dei significati instabili, interiori, ciò che cattura maggiormente in Marie-Luce Tardu è l’incasellamento, la reiterazione di un codice proprietario che si fa simbolo e insieme sua diluizione, liberazione della codifica dalla sua infrastruttura per assurgere a semplice concatenazione, in un assetto di carattere infantile, mediato non di meno dalla capacità dell’adulto sano a sapersi distaccare dallo schema.

Quando è subìto lo schema soffre la confusione delle forme in un rimescolamento a volte sciatto delle componenti, cromatiche o logiche, per ripulsa, irretimento o annichilimento, e ciò è tipico di un certo astratto, magmatico, nervoso, il quale, proprio in forza della malìa degli strati sovrapposti, induce ad una instabilità ancora maggiore del flatus iniziale. Marie-Luce non si esime dalle pulsioni di genere, ma trova sempre, anche all’interno di una sola opera, l’escape mentale che addolcisce la contraddizione e la rende congrua con la pace di cui ogni artista deve nutrirsi anche e soprattutto quando è in guerra, o semplicemente glie ne viene affidata l’ambascia.

Il suggerimento del codice, tipico dei moduli ripetuti, una sorta di puntinismo dei significati reduci, emula il linguaggio della follia, nella ripetizione cadenzata e nella proposta di una interpretazione ex-novo che intimorisce e innervosisce l’ordine costituito, in modo particolare perché l’ex-novo si rinnova a sua volta ad ogni istante, negando il tempo dell’acquisizione, essenziale per i deboli della ragione. Viceversa Marie-Luce amplia gli spazi, annulla il limite gutemberg, il quadrato cui è perennemente soggetta l’opera, a favore di un prima e dopo che riguarda solo la nostra immaginazione e libera ebbrezza nella decriptazione, tallone d’achille di ogni criptazione, origine della tautologia, nell’arte come nella vita. L’uomo sembra essersi dato dei codici allo scopo di decifrarli, scoprirne sempre il nesso, come in una sfida, testimoniando in tal modo d’essere succube, dipendente dalla codifica, dal partitismo, perché in difetto degli scopi finali, universali, panici, quale appunto la vita stessa che, nella sua semplicità, non abbisogna assolutamente di alcun codice. Questo è uno dei temi portanti di Alfabetomorso Project.

Marie-Luce addestra il colore in modo da ridurre la reiterazione e la codifica a semplici artifizi visivi e meditativi, acquiescenti, dando la stura, ad esempio, alla bellezza del similes cum similibus, principio di associazionismo universale, contrapposto all’individualismo presente, oltre che nella nostra società, nell’espressione artistica di chi usa la grafica come elemento separatore dei segni anziché di unione.

La Grafica. E’ la cartina al tornasole dell’esattezza delle interpretazioni di cui l’Arte è portatrice. La Grafica non è soltanto stilizzazione, o avvincente deriva architettonica, in minima parte, ma il legame di fondo che armonizza le forme, il corpo per un cibo, o per un vino, un assetto generale che lascia deporre l’opera in un suo ideale contenitore, negativo, ovvero dai contorni perfettamente aderenti al segno ospitato. E’ ciò che viene definito spesso come un saggio compromesso fra estetica e funzionalità, lemma della stessa parola Grafica.

Marie-Luce è Grafica nelle sue composizioni, sia che si tratti di disegni, di sembianze umane, di guache o concettuale materico, sia nei suoi treni di illusioni che marciano spediti con un occhio alla testa e uno alla coda, perché nessuno si perda e si resti tutti uniti nell’identità molteplice, variegata e ciascuna dignitosamente unica.

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2 Dicembre 2011 Scritto da femminart.it | Schede | | Nessun commento

   

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