FemminArt Review

Arte e Femminilità

Orietta Brombin

Cauta elegia dell’ineffabile

L’Opera di Orietta Brombin è una installazione permanente della volubilità delle forme nascoste fra le pieghe della realtà solida, una emersione provocata degli strati del tempo per come gorgogliano nella assuefazione del vissuto. Viene accostata spesso ad un concetto implicito di Grafica e Design senza che di queste sfiori affatto il valore simbolico, astratto, recalcitrante della edulcorazione visiva, estetica, del segno. L’induzione alla valenza grafica dell’azione, dell’intervento, è suggerito dalla pulizia del tratto dinamico e dalla fantasia con la quale esso muta, come fractali o irrequietezza di un caleidoscopio costantemente inedito. Quindi si distacca immediatamente dal Design perché procede nella metodologia perfettamente opposta. Non muta il dato reale dilatandone iperbolicamente i contorni, come fa la Grafica architetturale allo scopo di istigare a forme sostanzialmente avulse dal contingente, come sorta di frustrazione dell’espressione nativa, ma viceversa a questa ritorna, permane, evidenziando semplicemente ciò che già è contenuto in nuce in termini di esperienza metafisica.

Una Grafica visionaria, dunque, ispirata dalla concettualità insita nella superficie delle cose, attraverso una percezione medianica non determinata dall’estasi fine a sé, ma dall’esplicitazione del quantum armonico che ogni aspetto della realtà contiene, perché riportato all’attimo precedente, la concezione dello status e della sua contraddizione, l’errore, che determina altrettanto erroneamente lo stilema di alternativa. Orietta non si muove, cioè, in un’ottica di rifiuto, ma di acquisizione, dando risalto all’attitudine della mente umana non solo a sognare e ad immaginare, ma a ricollocare, o meglio a rimuovere lo strato di polvere secolare che ci impedisce di guardare il mondo con i suoi stessi occhi.

Ciò emerge dalla variegazione dello stile di intervento, a volte costretto nella apparenza statica dell’installazione, altre mobile sul piano rarefatto della forma medesima reiterata, la cui mutevolezza di attributi, colore o contesto, estingue l’omologazione e libera l’originalità che c’è sempre dietro il pensiero, mutevole, appunto, nella sua immutabilità. E’ come il miracolo di osservare un fiocco di neve, per quanto irregolare e unico nella sua forma, nella sua perfezione microscopica che sempre diversa può essere ma imprime nella retina un unico modulo sensoriale, elevabile ad archetipo, a memoria, quella dinamica e futuribile, non quella degenerata e nostalgica.

E’ una operazione interiore di distacco dal sé, nobile intento che ogni Arte dovrebbe avere, che permette di scandire saggiamente e serenamente il mulinare degli eventi nella loro successione, vista più come aggregazione casuale del vivere, che come disegno, o architettura o struttura. Quindi le installazioni nei luoghi classici decontestualizzati, una pala d’altare o un vano dimesso o attuale, assumono non già la valenza di vidimazione astiosa dell’abbandono, graficamente imbonita, ma di attraversamento di ciò che quel posto rappresentava e rappresenta ancora nonostante la divaricazione concettuale, unico aspetto di cui si occupa spesso l’arte contemporanea.

E’ un palpito, quello di Orietta, che si esime da giudizi di merito, ma dà rilevanza unicamente alla capacità della mente e dell’anima di collegare e decifrare gli ultrasuoni magnetici dell’esperienza, anche quella passata. Difatti, l’uso della fotografia è elevato da pura reminiscenza, velleità di rinnovare accadimenti estinti e portarne in futuro l’instabilità emotiva del presente, a valore universale del vissuto, collegandosi anche ad una realtà apparente, cosa che la fotografia fa anche quando è abrasa, ma decifrandone, attraverso una cornice o una disposizione sequenziale a volute centrifughe o centripete, l’aura di appartenenza al movimento sistole diastole di irrorazione sanguinea dei tessuti anche quando questi sono corrotti, come può essere un buon ricordo o la morte come viene solitamente intesa, come termine non già prosecuzione, in quanto attribuita ad un corpo e non al cosmo. E’ l’espropriazione del sé, come dice Elemire Zolla: “Una volta spogliati della nostra persona, si cessa di riverire l’essere nati da certi genitori in certi luoghi. Si enuncia allora con trasporto ‘Mio padre è il sole, mia madre la luna’ “

Orietta esprime una sorta di metempsicosi della forma, delle linee, degli agglutinamenti spontanei della Grafica del tempo e Design della natura, consacrando la realtà del vivere nella libertà di guardare vicino a sé, al limite ultimo della propria ombra.

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6 Dicembre 2011 - Scritto da femminart.it | Schede | | Nessun commento

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