Antonella Taravella
La carne è aria macchiata di sangue
Il verso di Antonella Taravella è un limite sotteso, un margine, un bordo, come lei ama definirlo, dell’infinito finito, della sua risoluzione, dell’apparente suo magma che è invece parvenza manifesta. “Nuda, nella manciata di sale che resta, questo buio che porta le cose, come un respiro d’ossa”. C’è un momento in cui il poeta “vede” la vita, che è altro dall’immaginarla soltanto, o sospirare per la sua incompiutezza, ma vive il momento seguente come fosse il precedente e viceversa. Da allora in poi è condannato, a dirimere la questione saputa con orli che la gente intende. Per Antonella è la carne. “Un cappio di bava sul mio letto di carne, materia che incorre nelle mie parentesi di nervi”. Parentesi, stati di finta quiete momentanea, dall’oltraggio. “L’occhio si dispone, nella mistura che cola, dal bordo di pelle, intrecciata”. Carne acquiescente, al dileggio voluto, alla pace infitta della guerra del cuore.
E’ una carne dunque mansueta nel suo roboante taglio “ti faccio di sangue e le radici sono le mie labbra che suonano verbi..” , mistica e interiore nella sua scorza graffiata “basta lo schizzo di una parola, per farmi fragile .. per essere polvere , portata a spasso nelle tasche vuote”. Carne vissuta come topos sacrificale, prendete e mangiatene tutti, “divorando a piccoli bocconi, le mie parole”, ricondotta sempre al suo valore escatologico “..l’erezione della voce, la tua sulla mia, la fame è fra le lenzuola..”. La fame è fra le lenzuola. “..nei guinzagli ai polsi, fra baci umidi, fumanti nel silenzio”. E’ un passaggio questa carne, infinitamente doloroso, altro che piacere, sofferenza mostrata come “..un capezzolo turgido che racconta la storia, alla guancia sugli argini di una pazienza, di questi nevosi sepolcri squarciati..” “..un falò di latte che sale dai bordi succhiati”. Un continuo richiamare il bolo stesso del soffrire, rimasticato e passato di bocca in bocca. “..e nel ragguardevole allontanarmi, deconcentro la mia voce, grattando, il canale di scolo dei miei dolori”.
Una quota artica della carne che apparentemente stenta a farsi amore, ma non perché essa sia “E(pic)entro” dell’offesa, questa è molto, molto precedente nella memoria silenziosa di Antonella, “la memoria del seno, il deserto nella voce, un nido, un ramo intrecciato, null’altro che una sera nella solitudine di un’asola senza bottone, nello schianto di crepuscoli..”. Lo schianto dei crepuscoli. Non quindi per l’offesa, chè questa si scioglie “Sottopelle” “Tratteggio di te i sensi, le tue labbra sono l’inizio di un paradiso verticale, l’importanza di un pensiero..”. Ecco, per Antonella la carne è pensiero, pensare di non pensare, e l’amore quindi esplode, nel boato oggi permessogli, intro-estetico, come “..liquido nero, nobile sulle caviglie:latte, in questo sorriso spezzato dal cuore, la pelle si disarma, aprendosi:fauci dentate, fra le cortecce e le labbra..”. L’amore di Antonella, visibile e poeticamente smagliante, sta nella proposta non di farsi di abbandono, ma di accettare di rendere “..nulla la polvere:buca di carne, come amalgama nel marenero”. Capire, capire, perché siamo qui, e allora tutto ci è concesso, anche il nulla. L’importanza di un pensiero.
Antonella è mirabile perché riesce a decifrare l’esatta valenza, attuale, della carne. Non crogiolo di finte recriminazioni, né smania esorcistica o endorcistica, né pura vendicazione verso capri ignari, siamo tutti responsabili di questo sfacelo, e neanche di pura estetica formale e sensoriale di cui si nutre la moderna poesia cellulare, soprattutto al femminile. E’ una onesta decriptazione senza dimenticare l’origine “tradurre in segni l’ermetismo della tua pelle fredda”. Non è la carne, è il perché sia fredda. “lampi e furori ammaliano gli inchiostri, che ti vorrei raccontare..” .. “è un destinarsi l’incipit in capo al mare. onda che conserva la moltitudine, sui davanzali screpolati, e nelle foglie scartate dai venti più atroci”.
Novità di sangue offerto, oltre che sparso, anche in segni di interpunzione inediti, i due punti che saldano parole come braccia che stringono, ma soprattutto l’underscore, il trattino basso, che è un pensiero di ritorno più che una vidimazione, una terza dimensione delle cose già sapute, un’eco del coro, un ansimo di triste conferma. “m’appartiene accomodato_nella bocca” . “sei carezza_mutevole” . “e il corpo_deriva, scorre come carta scritta, piena di ancora”.
Ancora, Antonella, ancora.
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Antonella Taravella - Sbocciata nelle viscere - Edizioni Smasher
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Commento di Antonella Taravella | 28 Dicembre 2011
Ringrazio per la profondità, per come è arrivata fino al midollo e ritorno.
Immensamente grazie
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