Margini
Ecco un esempio di dislocamento focalizzato, di tensione dell’immagine diluita nelle sue tendenze definite marginali, secondarie o anomale e che forse tali restano ma, se filtrate da una concezione dello spazio polimorfo e traspirante, assumono la rilevanza di segmenti mnemonici consequenziali. La virtù di una foto apparentemente scontata, se non refusa, sta nel comunicare la vibrazione ottica, il “vacillamento dei sensi” che lo Zen chiama “Satori”, e che pervade chi della realtà coglie non solo il senso enigmatico, celato dietro ogni movimento o posa, la fotografia nasce sostanzialmente da un
interrogativo che la reazione chimica degli elementi tende a vidimare, o a derubricare, ma affascina chi della realtà scopre la meraviglia insita nell’essere qui e ora, e non sulla malìa delle indicazioni futuribili o delle attenzioni, paure, poste in scena.
Quando l’apparente centro dell’idea viene distribuito in una serie di convergenze paritarie, come avviene in Lorena Kirk Gianoulis Peace, la mente dell’osservatore si distende, non più oberata dalla significazione, sui particolari concomitanti, una semplice movenza o un oggetto sposato al soggetto, di cui assume l’identità per procura, liberando l’immaginario su quegli aspetti del nostro campo visivo sui quali ci fissiamo spesso in maniera acritica e asensoriale, pur di assecondare la nostra smania di percezione che non è logica ma legata semmai ad un pensiero altro, ad una azione diversa, ad un contesto agli antipodi.
Il Satori è una operazione sensoriale, immaginifica, empatica, che la visione, qualsiasi, ha il compito di catalizzare, modulare liberamente evitando le matrici del condizionamento che ci impongono una concatenazione logica a tutti i costi. Ma proprio così facendo il filo comune della logica riappare nel suo aspetto naturale e pacifico, movimento in una direzione, sosta, inversione del tragitto, in una parola conservazione e sopravvivenza, libero arbitrio del pensiero autonomo, come il respiro.
Lorena è talmente in sintonia con la delocalizzazione spontanea, la segue cioè senza remore, che anche quando la composizione della foto è tradizionale, con il suo gioco di prospettive razionali e soggetto deputato a personaggio, personificazione visuale cui la fotografia è troppo spesso succube, ecco che favorisce una dinamica centrifuga anziché centripeta, con la cessione del risalto verso l’elemento grafico concorrente anziché costitutivo.
E’ un aspetto fondante della moderna comunicazione visiva che rispecchia le teorie del pensiero libero che dispone a piacere gli addendi senza cura delle connessioni, lasciando la soluzione affidata unicamente al modo in cui gli elementi interagiscono fra di loro autonomamente, in base alla particolare meditazione attiva del momento che forma il vero ragionamento costruttivo. E’ il management emozionale dell’immagine come della vita, il finale interattivo della storia, il puzzle cromatico della pace. Peace.
Lorena è il magico specchio che si sporge dall’angolo agevolando l’identità dell’essere, spazzando via la subdola parvenza che tutto sia inutile in questo andare confuso negato anche alle sinapsi precise che le formiche, simbolo spesso del muoversi senza senso, pur si scambiano con meticolosità, riconoscendo il simile anche fra milioni e miliardi, semplicità oggi fattasi utopia, visto che non ci si riconosce neanche fra due.
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28 Febbraio 2012
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Rifrazioni effrazioni
Mariagrazia Colasanto rappresenta lo stile grafico per eccellenza, quello che non si limita alle estrapolazioni della linea come raggiungimento del fine inesistente, ma sa abbracciare le allegorie che la Grafica suggerisce, le corde sottese alle linee, i riflessi magmatici che nasconde ogni perfezione stilistica quando è materia viva e non solo informale, quando è contemporanea nel pensiero al di là delle esagitazioni dell’apparente. Le colate di colore marginale, la certosina cura delle volute minimaliste, il corredo artistico della concezione, l’equilibrio della sostanza quando è vergine assunto di gravità, la performance insita nel mutamento dell’arco immobile, quale sono soliti raffigurare il mondo i puristi dell’architettura.
Soprattutto quest’ultimo. In “Consumptus”, ad esempio, il vuoto della forma umana, nella sua silloge di donna, viene riempito della scorza volubile della mutazione, della metamorfosi. L’apparente involucro esterno di concrezioni statiche pullula di vibrazioni dell’essere qui e ora, non si tratta di macerazioni, di involuzioni, ma del concetto grafico della stasi, contemporanea politica dei bisogni mutevoli e onnipresenti, che varcano il confine del possibile lasciando inalterata la domanda del vivere. In ogni proiezione concettuale del contemporaneo c’è una memoria disattesa, una intimità non vissuta, una esigenza sacrosanta. Mariagrazia non la cela dietro argute teorie, ma la mantiene svelata anche nella sua immobilità. La composizione al contorno degli archetipi per assunto immutabili, tipico del contemporaneo eluso, le classiche installazioni, in lei assumono il valore simbolico del pensiero precedente, rivelato dagli sguardi attoniti, memorie, del vissuto auspicabile, quando in genere l’installazione raggela i movimenti del pensare. Rigorosamente infigge.
“Ruggine”. Il mutamento della materia nella sua decomposizione affascina i negazionisti, che amano redarguire che la forma è labile, come la vita, senza speranza di rinascita. Il concetto femminile di eterno, che rende la donna simile ad una divinità, lascia invece in ogni deperimento il gusto della riedificazione, quindi in Mariagrazia la fine non è mai univoca, ma, grazie ad elementi onirici, il colore, o la destrutturazione dinamica, de-formazione interiore, induce ad un pensiero forte dell’annullamento, ritorto in se stesso, a volte con dolore, nell’opposizione ferma a qualsiasi forma di morte. Viene riproposto il vero concetto di Contaminazione, termine obsoleto e abusato, ovvero confluenza di stimoli e correnti fattesi concorrenti nel salvataggio della forma pura. Basti vedere come muta in lei nel figurativo classico il recalcitrante urlo di Munch in una serie di rincorse plausibili a quella stessa pace del peso sospeso, risoluzione d’ambiente che sa fornire il pretesto per una rotazione a 360 gradi dell’esposizione polivalente. Questa è Grafica pura, non il bilanciamento delle figurazioni impossibili, questa è l’Arte, Contemporanea o meno, di deporre il vedente nell’ottica di visore, pace, acquisita anche quando gli artifizi rappresentano la guerra sempiterna dei sensi.
“Attesa”, “Germogli”, “Il custode delle pietre”, “Nella foresta”, è lo snodarsi del caravanserraglio dei momenti pittorici, materici, acquerello motile, post-impressionismi dei momenti reduci, espressionismo inossidabile come collaborazione fra l’anima, in primo luogo, e il contenimento della schizofrenia del segno, che pare indenne da qualsiasi analisi costitutiva delle fondamenta. Nel caleidoscopio dell’immaginario Mariagrazia non perde mai di vista le fondamenta, che danno alla sua opera validazione di corroborante esposizione, opposta alla confusione delle idee che giace sotto le mentite spoglie dell’avanguardia, visiva, tattile, compositiva.
Su tutto la leggerezza del sogno che innerva anche la natura morta con il filo incorruttibile del cuore.
Magicamente un cuore di donna.
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21 Febbraio 2012
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La donna è mobile
Eniko Buday situa la terminologia dell’essere, donna in primo luogo, fra le intercapedini del tempo, elevando a simbolo ciò che simbolo è già, per assunto storico, di una Storia dai contorni slabbrati, perché incerta nella sua costituzione, sempre più immersa nell’interrogativo fatuo di chi l’abbia creata, imbastita, allestita, fissandone i codici in maniera troppo spesso univoca. Per le medesime ragioni il secondo elemento a mutare significato è lo spazio, sfruttando le stesse manipolazioni della prospettiva che furono degli intuizionisti, o surrealisti, lasciando inalterato il background per come appunto è stato posto dalla Storia, dell’Arte parimenti, perché anche questa non indenne dal gioco degli specchi nel quale tende spesso ad ingabbiare la personalità, della donna in primo luogo.
Difatti, Eniko si giova, nella sua scomposizione delle dimensioni, di artifici esterni, avulsi, apparentemente caduti sulla scena, ninnoli, oggetti, confusioni parametriche del linguaggio, come elementi che la Storia stessa ha lasciato liberi, giudicandoli cascami, inutilità, retaggio di un post-futurismo anonimo, ritenuti innocui e che invece riappaiono in una girandola simile alle grandi implosioni cinematografiche, su tutte la scena in Zabriskie Point di Antonioni, nella quale oggetti comuni si disintegrano nella ricomposizione della drammatica attualità, genesi dell’Arte Contemporanea.
E all’Arte Contemporanea Eniko arriva con la soffusa eleganza dello sguardo vigile e pacatamente irrequieto dell’inquisito che si fa inquisitore, e pone gli eventi di fronte allo specchio della memoria, mostrandone la nudità di artefatto, ovvero di icona da appendere per irretire il fulcro positivo del ricordo, che è il balzo in avanti, la dinamica futuribile, che trova oggi nella donna il soggetto più preparato ad affrontare le rivoluzioni ottiche che la crosta terrestre fa ormai fatica a contenere.
Per Eniko tutto questo ha un valore puramente demistificatorio, rivelandosi artista ante-litteram, gioca in fondo con gli elementi secondari che le vengono messi a disposizione. Il punctum delle sue icone rimane la fluttuazione dell’essere, la levità, fuggevole imprendibilità di concetti e valori. Le scene di coppia, intese come valutazione del paradigma stesso dell’amore, sono alterate dai simboli reflui come può farlo un bimbo che vuole inquinare la scena, non per dispetto, ma perché per sua natura è portato a scomporre per poi ricomporre, testimoniando in viva voce la funzionalità del gioco e relativo giocattolo.
Ancora una volta emerge la sensibilità alternativa della donna, infantile in quanto generatrice d’infanzia, che irride alle simbologie precostituite e cristallizzate con simboli fortuiti che hanno il dono della casualità, fatalismo cosmico di cui la
donna è maestra. Vediamo che succede se nell’oleografia di un idillio compare una arancia rinsecchita, o una porcellana o una semplice matita, spesso in negazione dell’identità visiva della protagonista. E’ la domanda se l’amore vero risieda all’interno dell’individuo oppure nella sua mirabile capacità di allestire un profilo, uno status, una parvenza.
E beninteso non è solo nel gioco degli affetti, fra uomini, e cose, che Eniko despazia, ma nell’attualità del rapporto di vita che si crea fra il respiro e il no-sense, fra chi vive il mondo come un progetto, quasi sempre fallace, e chi affronta la realtà per la sua prerogativa istantanea. Con chiarezza e coraggio.
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A proposito della immagine n. 6 dell’album di Eniko qui proposto, ve n’è una molto simile in “La camera chiara” di Roland Barthes, nella parte in cui espone il concetto di “punctum” di una fotografia. La foto raffigura la Regina d’Inghilterra a cavallo e Barthes dice: “in questa foto il punctum è rappresentato dal completo inestetismo della Regina”. Ecco, Eniko ha il dono naturale di rivelare il punctum non a parole, ma con un semplice gesto visivo.
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14 Febbraio 2012
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Variazioni luministiche
In Beatrice Maranini la posa fotografica è il suo sguardo posato sulle cose in forma quasi estatica, meravigliata, scevra dall’intenzione di voler interpretare o mediare in qualche modo i significati, neanche ritrarli obiettivamente e lasciarli iconograficamente inalterati, bensì registrarne le mutevolezze statiche e contingenti, assistervi decriptando gli ultrasuoni visivi che emanano sempre dalla realtà in simili circostanze acquisite. Questa trasposizione immutata emerge da tutto il cosmo variegato della sua ripresa, che siano ritratti o semplici panorami, i più difficili da mostrare come risonanti, o
autonome sollecitazioni della forma, “Distorsions” o “Prove tecniche”, o lo sguardo poliedrico sulle sfumature del bianco e nero. Non è un caso che i titoli siano prove o pensieri o domande o semplici intuizioni di rifrangenze, perché per Beatrice la realtà consiste nel suo continuo porsi come immaginario, anche quando sembra una inerte riproposizione di se stessa.
Ma è in “Variazioni luministiche” che Beatrice esprime con inequivocabile vigore l’asse portante della sua visione fotografica del mondo. Tagli di luce, fenditure visuali, strappi sulla tela del buio che assomigliano ad intromissioni perfette nella perfezione, e fin qui ci siamo, è frequente che il lampo di luce attragga chi vuole in qualche modo fermarlo nel tempo e nello spazio. Dove Beatrice riesce a porre e a porsi come plus è nella esautorazione della realtà dalla sua parte grafica e concettuale. I lampi di luce si prestano agevolmente a questa interpretazione estetica e l’Artista corre il rischio in questo modo di distaccarsene e farne distaccare il lettore. Una sorta di edulcorazione ottica di ciò che la realtà mostra a suo modo, con la forma perfetta insita e non ulteriormente modificabile.
Le forme di Beatrice sorvolano la eccentricità grafica, spesso sono il sogno di un momento, quieti bisbigli e mormorii di luci che per il voltar del sole accarezzano un mobile, o una parete, un tratto di tappeto o un anonimo pavimento. E’ un ascolto più che rifrazione ottica, è un placido avvicinarsi quasi ad un animale e semplicemente cogliere quello che sta facendo per proprio conto, né pensando che la nostra presenza sia invasiva, quella realtà ha bisogno di noi, del nostro occhio per il suo stesso incedere universale, e nemmeno che la nostra azione debba in qualche modo suggerire un linguaggio come si fa con una persona che crediamo non sappia o non riesca a parlare.
Questa caratteristica particolare che fa ritenere Beatrice una perfetta medium dell’istantanea, si eleva a metodo in maniera secca e precisa, e si rivela proprio in quelle manomissioni che hanno il sapore della perform, come in “Distorsions”. Nonostante l’azione di disturbo reflex il flusso è il medesimo, e nella forma sfocata e ridondante o nel semplice fermo immagine di una mano o un angolo del ginocchio, notiamo lo stesso rispetto di fondo dell’accadere, del proprio corpo, del proprio pensiero e dell’intorno in genere, nella modestia della sua restituzione.
Qualsiasi nostra visione è risultato di un rimbalzo di luce, e Beatrice lo avverte.
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3 Febbraio 2012
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