FemminArt Review

Arte e Femminilità

Angela Scappaticci

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Angela Scappaticci – Sinergiche dicotomie

Ci sono diverse soluzioni al dilemma della separazione dalla realtà e della realtà in se stessa, pulsione innaturale dell’uomo inteso come animale del mondo e che lo spinge alla costituzione ex novo di universi immaginari, fantascienze che hanno la velleità di poggiarsi sulle scienze refuse, contestate, annichilite. Cultori del no, dell’antitesi che senza la tesi negata si perdono nel vuoto espressivo, esposti ad ulteriori rinnegazioni, orfani comunque e irreversibilmente. Parecchia Arte Contemporanea è macchiata da questa tautologia, anche quando soddisfa la sete di proposte.

Angela Scappaticci tiene fede al dettato originario della quarta dimensione, ovvero di un tracciato non necessariamente legato ad una opposizione ma fiero della sua unicità quasi si trattasse dell’unica dimensione possibile. Lo si evince dalle fluttuazioni materiche di un mondo sommerso, dal plancton alle specie viaggianti che rinnovano l’eterna mutazione genetica del cosmo senza perdersi in teorie evoluzioniste o in ardite rappresentazioni di mondi paralleli. Tutto si muove per proprio autentico conto, dal colore sedimentato alle amebe di luce che si fanno strada fra le spatolate come una sottrazione di materiale anziché un apporto.

Angela dirige una scenografia reale, per lei non si può parlare di astratto perché è nel paradosso del sogno, nella sua enfasi guidata che risiede la risposta all’enigma se questa vita ci sia data come vissuta o solamente idealizzata. Questa dicotomia lacera l’individuo fino all’ossessione. Angela non la ricompone ma si limita a registrare le interazioni già presenti in una anemone che si disfa e viaggia al contrario o in una foglia che si screzia di vetustà come la mano dell’uomo che giudica di essere diventato, ormai, vecchio e localizza sbadatamente il nuovo in una giovinezza cellulare.

Angela dirige, la sinfonia del mondo pari che non abbiamo mai considerato, nell’esatta logica dello scultore che vivifica l’informe per quella che è la sua identità nascosta, primitiva, in nuce. E non è solo nell’impasto di forme e segni, di essiccazioni volute e non volute, terribile errore dell’artista che “casualizza” l’elemento imprevisto che viene, guarda caso, dalla realtà in negazione, ma anche dall’assecondare gli spazi reflui. Pur se costretta dal vincolo Gutenberg, l’inevitabile quadrato da cui il quadro trae il suo nome, Angela favorisce l’implosione che deborda lasciandoci immaginare le prosecuzioni in ogni direzione come un modello matematico di facile interpretazione.

Risultato è una stasi della memoria, anzi, una fuga in avanti del ricordo, come se il rimpianto di essersi persi nel se e quando della felicità si sciogliesse nella scoperta di una figurazione possibile, sostenibile, di aspirazioni e semplici desideri, aneliti che pure fanno parte dell’uomo, come Angela splendidamente ci dimostra.

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