Laura Aprile
Laura Aprile – Neoclassicismo della forma postmoderna
Le tele di Laura Aprile poggiano sulla solida struttura classica della raffigurazione, ampi drappeggi di colore austero che senza timore mostra le striature del proprio pennello, l’ambientazione sobria ma di sottile e squisita eleganza, la figura rappresentata volitivamente adagiata sul triclinio, anche quando questo è un letto o quando è in piedi. Tutto sa di architettura di un pensiero che nel colore cerca la sua nemesi.
La figura è donna, solitamente, univocamente, come se lo sforzo primo fosse quello di rimarcarne la bellezza non solo in ogni occasione, ma perfino in ogni battito di ciglia, e soprattutto in ogni accorato grido sottaciuto, nei sospiri emotivi che esalano dalle pose mai convenute, eppure così istituzionali, ieratiche. Più che la donna in generale Laura raffigura se stessa, e in ciò vi può essere il primo elemento sviante, opposto proprio a coloro che pedissequamente sono alla ricerca di una identità, con o senza volto, più o meno aderente ai connotati fisici reali, più o meno conosciuti. E’ vero, la figura di Laura parte dal sé, ma per distaccarsene immediatamente come forma di espropriazione da un io quasi sempre frainteso, e vieppiù come articolo determinativo di un universo ugualmente frainteso: la, donna.
La donna di Laura ha una espressione sempre contrita, anche quando è serena, interiore, assoluta, senza indulgere ad alcun tipo di ironia, come se ogni singolo respiro fosse soppesato, per l’enorme valore di responsabilità che la bellezza femminile ha, in ogni circostanza. Gli attacchi più duri a questa figurazione vengono da chi vi intravede alterigia, superbia, vanità, provocazione, egotismo, propaggini sicuramente non assenti, come in ciascuno, ma non fondanti rispetto all’ego pittorico. Questi si situa soprattutto nel respiro vitale che la tela imprime, l’accurata unicità della ripresa che neanche la fotografia riesce a volte a garantire. La motile resistenza interna all’oltraggio, è questa la bellezza di Laura e la sua assoluta necessità come portavoce del mito umanizzato della donna.
La sintesi è rinvenibile, fra tantissime altre, nella tela di questa scheda: è la donna colta nel suo momento di assoluto dialogo onirico con se stessa, momento in cui generalmente si ritrova da sola, anche per scelta, ma più per condizione sociale. Le mani e le braccia quasi sospese, gesticolanti, come per redarguire un pensiero, accarezzare un dubbio, difendere un desiderio. E l’incontestabile assolutezza non è tanto nelle forme scoperte, seppur di sublime estetica vibrante, quanto in quello che doveva esserne il riparo, il plissè scomposto della sottoveste, vera rinuncia al costituito, alla remora sociale, all’inganno, alla cattiveria, perfino all’Arte, a favore dell’espressione autentica del cuore universale che la donna tiene con dolore custodito nel suo petto.
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