FemminArt Review

Arte e Femminilità

Stefania Colizzi

stefania-colizzi_06.jpg

Stefania Colizzi – Tribalità della memoria ricomposta

Esiste il segno, nella storia dell’uomo, di un percorso tentato, abbozzato, perfino in parte realizzato. In testa le sue capacità sensoriali, il feeling cosmico che portava l’uomo delle caverne a stilizzare sui suoi muri le scene di ciò che era semplicemente accaduto, quasi in segno di scuse, non è infrequente nei protoinsediamenti, verso l’animale ucciso per esser stati costretti, ad ucciderlo. Nel prosieguo di ogni programma, il progresso, c’è questo segno di pentimento, di riconciliazione, di ricomposizione.

La pittura di Stefania Colizzi recita questo intendimento recondito, il colore inteso come passaggio, crisi nella sua accezione originale, e la rappresentazione si asservono a riconciliare, sopra tutto, l’uomo con la sua parte sinceramente positiva, quella che si attiva, quella che fa le cose, non le distrugge. I settori concorrenti, l’estrema fantasia dei simboli, apparentemente avulsi fra di loro, invece estremamente coevi, ricostituiscono pazientemente, e con amore, il palinsesto originale, la sinossi di quello che era originariamente il programma, e che ora langue nelle espressioni inebetite, sorprese, quasi meravigliate che il costrutto sia potuto crollare. Un quasi pedissequo urlo di Munch.

Le velature surrealiste, velature, perché Stefania è estremamente reale, compatta, rigorosa, le più forti delle quali riportano alla persistenza della memoria di Dalì, stanno a testimoniare la tentazione di mutare un programma fallito in un progetto semplicemente alternativo, originale, una parola della non-parola, un silenzio cromatico diffuso, un’ombra di felicità costruita che insiste sulla terribile premonizione che l’uomo ha dato a se stesso, proprio in quella caverna graffitata.

No, Stefania non fa parte della corrente del distruttivismo critico, o propositivo che dir si voglia, Stefania semplicemente compone la tribalità per quello che è, ancora, ricca delle infiorescenze del pensiero, come l’estrema lungimiranza che sempre ha avuto la follia. Gli antichi pellerossa recitavano, oltre che quando muore un anziano va a fuoco una biblioteca, che i pazzi e i bambini sono i più vicini agli dei. Stefania è pazza, di adorabile follia, e bambina nel suo maneggiare con interiore freschezza i tasselli di un puzzle, la storia dell’uomo, che resta magnifico, un caleidoscopio dei trend infitti, non importa in quale fianco, visto che la tela di Stefania sa anche disabilitare con destrezza la sofferenza, il deliquio, la melanconia in uno scenario poliedrico che non lascia il tempo per tirare le maledette somme.

Stefania coagula la simbologia immaginifica, quella dei Maya, dei tibetani asceti, degli sciamani africani in un pret a porter per le generazioni occidentali afflitte, quelle che ancora si commuovono di fronte alla stanza dis-adorna di Van Gogh, o agli scenari naturali che, a dispetto dell’uomo, continuano a tenere aperto il canale con l’infinito prossimo.

1 commento »

  1. Commento di Stefania Colizzi | 14 Luglio 2010

    Sono onorata di essere presente in una “stanza virtuale” in cui l’arte è rappresentata in tutte le sue varie sfumature ed essenze……
    Grazie…………..

    http://www.stefaniacolizzi-sco.com

Lascia un commento

Bad Behavior has blocked 79 access attempts in the last 7 days.

Chiudi
Invia e-mail