Analìa Sanchez Plaza
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Analìa Sanchez Plaza - L’ebbrezza dell’indistinto
La fotografia di Analìa Sanchez Plaza è amara con dolcezza, estremamente calata nell’immaginario della realtà, aspra nei toni medi, quelli che vogliono passare inosservati nella corretta esposizione, nella luce appropriata, nelle ombre che sdoppiano i fuochi trasferendo al pensiero le dimensioni multiple del vissuto, nella serena concentrazione del bianco e nero che restituisce smalto ai colori della vita.
Nell’impressionismo del quotidiano Analìa coglie l’attimo raggelante del realismo fotografico, dell’obiettività senza fronzoli e senza sconti, l’amara vicissitudine, tanto in un murales, nel calore umano dell’animale, nell’espressione acuta o dispersa di un bimbo, nell’abbandono di un clochard, in una insegna sbilenca, nell’umida periferia anonima dei disperati, nei resti di un disastro, di una tragedia o di una semplice distrazione. Quindi una fotografia di trincea, ma di questa abbandona la dolorosa sembianza cieca, la nudità del reportage impietoso sui troppi aspetti del dolore di cui questo mondo rigurgita.
Il motivo della presa di distanza dall’ovvietà dell’iconografia tragica sta nell’umanità sottesa che Analìa riesce a far emergere da qualsiasi soggetto, una dolce enfasi dei particolari secondari ma assoluti che spesso non sono situati nel dettaglio ma in una sorta di aura che aleggia su tutto l’impianto scenografico, come se il particolare ripreso galleggiasse nell’eternità del tempo avulso dai concetti di Bene e Male. Questo artificio medianico alleggerisce la profondità del dolore acuto, come può farlo la pittura preraffaelita in gestazione della prospettiva, senza edulcorare la scena o ridurla ad una mera scenografia del semplice visivo, rischio che corre la fotografia iperrealista.
Analìa allunga il tempo dello scatto fino a rendere passato il futuro e viceversa, inserendo l’ottica sonora di un paesaggio naturale anche sulle pareti abrase dell’incuria umana. Ciò rivela un pensiero precedente la presa della camera, una mestizia che si trasforma in carezza attonita su un circostante amato indipendentemente dal suo potenziale destabilizzante. L’incedere di ogni uomo e donna che fa della realtà un percorso obbligato per elevarsi a livello dei sogni, i primi a cadere dacché si nasce alla vita.
L’ebbrezza dell’indistinto, il trasferimento di dimensioni che ci coglie quando siamo felici, anche immotivatamente, soprattutto, di una ragione che non ci fa fare salti di gioia ma direttamente levitare nell’empireo delle cose, nell’amore che non occorre scovare nell’eccezionale, ma che ci accompagna nel passo lieve della disincantazione, nell’assoluta fermezza della vita.
Tutto ciò potrebbe essere più palese negli scatti informali, riflessi su vetrine del proprio io imprendibile, scie luminose filtrate dal parabrezza di un’auto in lenta corsa, notturni defocalizzati, ma è l’escrescenza più prossima dell’illusione, il resto, il vero, sta nello snodarsi dei sensi, tutti, e difatti Analìa è particolarmente prolifica nella sua produzione anche se, solitamente, un solo scatto li contiene tutti e tutti hanno la forza di variare il respiro che, come si sa, nella vita non si ripete mai uguale, come lo sguardo, come l’amore, come la felicità.
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