Cristina Pedratscher per Alfabetomorso
Cristina Pedratscher per Alfabetomorso – Il dolore dell’impresa
Nell’odierna accezione psico-virtualistica il mettersi a nudo è inteso al suo contrario, meticolosamente celare, in una parvenza di illusione semplicemente mostrata, le nudità di una scelta, di un pensamento, di una deduzione, di una azione, qualsiasi, che rischia fortemente l’esclusione dal magma omologante delle prese di posizione. Non è tanto la tesi assunta, che nell’odierna perversione dei simboli si confonde agevolmente con l’antitesi, quanto il terrore di non essere confacente alla richiesta sociale. Anche l’amore non fa eccezione e si riduce ad un confronto di matrici, ad una similitudine cercata fra i propri indistinti spasimi e l’esazione del ministero dei sentimenti, quasi fosse la questua debilitante, perché anacronistica, del posto sicuro. Ci si spoglia dove ci si sente al sicuro, perché la sensazione principe è quella di una manipolazione dell’io da parte di funzionari solerti quanto parimenti diffidenti, per partito preso.
Cristina Pedratscher aggira i cavalli di frisia dell’omologazione perché non interessata ad una verifica delle proprie dissolute certezze, si isola, parte dal sè pensante e dibattuto, per aprire uno spiraglio di chiarezza rispetto a se stessa, prima di tutto e forse come unico scopo. Il pretesto è la condizione virtuale, quel mare magnum nel quale siamo chiamati a svelarci come ci si denuda i piedi in una moschea, per rispetto sacrale alla divinità che rappresenta l’umanità interrotta e il perseguimento del Bene come scomposta ovvietà elusa.
Ma l’atto di mostrarsi, possibilmente per ciò che si è, implica una riflessione profonda su ciò che si è, non per mancanza di chiarezza, ma per il solito drammatico interrogativo circa l’uso che la collettività ne farà. Cristina contiene questa idiosincrasia e si limita a mostrare le sue titubanze più intime, ovvero se è giusto o meno mostrarsi, a chicchessia, e sopra ogni cosa se ciò possa effettivamente valere ai fini della risoluzione del sé. Difatti, il momento artistico, la traduzione dell’impresa in un atto obiettivo, incontestabile, funge da cautela verso l’enorme dolore che c’è sempre dietro l’indagine creativa.
E così le mani che tirano in versi opposti le ipotesi, ripetiamo, entrambe giuste, creano la tensione che anima la stessa ondulazione sciabordante, di un abito in flanella o di un peplo lacerato dalla violenza, o di connessioni informatiche indistinte, comunque di uno schermo che tende a mascherare ciò che l’agone acclama come manifesto. E’ qui che risiede la vera nudità, nella esternazione del dubbio, nel rendere il sentimento palpabile perché lacerato dalla coscienza che comunque vada il risultato sarà opinabile, perché oggi si premia la conformazione al gregge telematico, non l’esplicito pensante, sempre visto dalla Storia come insidia al sistema dominante.
L’attimo transustanziale risiede esattamente nell’espressione, quasi commovente, di aver accettato la propria dilaniazione pubblica, l’autodafè, e non meramente per risolvere un proprio autentico squilibrio, ricerca imperitura della propria egoistica identità, ma il suo percorso artistico, inteso come altruistico, cioè mostrare a tutti, il risultato incontestabile del travaglio. Questa è opera d’Arte, non il vanesio rimarcare come, con strumenti di eccellenza e una mente superiore, si possa realizzare ciò che l’uomo comune fugge per manifesta incapacità attribuita.
Cristina si immola, in un certo senso, per rimuovere la cateratta di cui soffre endemicamente l’umanità, e mostrare quanto sia difficile e impegnativa l’impresa di un angelo indulgente, che si sobbarca l’onere di una spoliazione, più concettuale che fisica, dalle infrastrutture che ci impediscono di volare.
E difatti un angelo appare, un bimbo tirato ad un ruolo non suo o lasciato da solo all’asilo la prima volta, o ingaggiato in un esercito con armi vere o violentato da chi ritiene l’infanzia la prima forma di libidine.
Cristina ci mostra come è possibile resistere, ci fa vedere che solo con l’assunzione del proprio dolore donato si diventa coscienti uomini liberi, sapendo accettare il limite dell’attesa e la sua forma sottile di vittoria.
……………………….