FemminArt Review

Arte e Femminilità

FixStefania Ciccarella

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FixStefania Ciccarella – Avatar

Ci siamo, è il momento in cui la donna si trasferisce nella sua icona, a dispetto e dispregio di chi l’ha sempre considerata vanamente e fatuamente tale. L’Avatar non è un manichino, anche se lo sembra, ma un essere dotato di una propria personalità che rispecchia, in genere, quella del suo animatore, del suo inventore, del suo scopritore. E’ un gioco a tratti intelligente, quando non scade nello splatter delle identità, in quanto aiuta a far chiarezza nella propria personalità, governando e guidando, ma diremmo meglio rappresentando i propri movimenti interiori, affinché attraverso una visibilità esterna si migliori, o prenda finalmente corpo, quella interna.

Stefania va oltre, il suo stimolo non si ferma alla concretizzazione virtuale del suo essere, semplicemente perché non ne ha bisogno. Seguendo le sue foto e le sue performance in genere ci si accorge che la sua identità è chiaramente impostata, nel registro voluto e per gli osservatori più o meno attenti che è in grado di captare, in ogni caso senza la sofferenza dello stile, intendendo con ciò il patema di interrogarsi del riconoscimento della propria identità. Chi non ha di queste doglianze è in genere pago di sé, e Stefania lo è come artista, come donna, come Avatar.

No, per Stefania l’Avatar non ha un significato di estensione di personalità, ma assume un valore di contrapposizione netta verso un system che ha fatto di lei, sempre, icona da manipolare, virtù da sconsacrare, anelito da soffocare, personalità da plasmare e ricondurre ai miti consigli di una società compartimentata ad uso e consumo del codice di guerra e sopraffazione. Tale codice ha mescolato eros e dileggio, sesso e disprezzo, femminilità e oltraggio, in un processo esattamente contrario, cioè di un Avatar precostituito come modello cui l’infausta prescelta doveva adeguarsi, pena la morte.

Stefania torna a capovolgere il discorso, a sfidare se le somiglianze che ci sono fra lei e il suo Avatar siano esteriori o interiori, nel suo seno procace o nel taglio pensoso dello sguardo, nelle braccia che sono state sempre tese all’abbraccio o nelle borchie e fibbie spuntate come fiori d’acciaio per proteggere la sua intimità dai diserbanti spruzzati a pioggia.

E l’amara conclusione è che, qualora il system avesse mai in animo di riconsiderare la pratica, lo dovrà fare, ahimè, sull’Avatar di Stefania, accontentandosi di quel sesso virtuale tanto decantato agli albori di una svolta tecnologica che lasciava presagire ben altro che una foia cibernetica affidata ai mille fili di un guanto spaziale, condom galattico. Lo stesso Virtuale veniva allora inteso come mancanza, surrogato, indice di frustrazione, senza pensare che ben prima si era operata una sistematica lobotomia delle idee e dell’amore.

E ora misuriamoci con l’Avatar di Stefania, sperando che un suo sguardo non ci muti in una statua di pietra come faceva Medusa, che fu trasformata in un mostro, serpenti al posto dei capelli e altro, per essere stata violentata da Poseidone nel tempio di Atena, fulgido esempio di Avatar espiatorio, cui Stefania viene a rendere un po’, giusto un po’, di giustizia.

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1 commento »

  1. Commento di ElenaP | 26 Ottobre 2010

    epa.itepa.it

    splendido testo che decifra un lavoro molto interessante e intrigante dell’artista Stefania, grazie

    http://www.epa.it

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