Flora Pe
Flora Pe – A nord del desiderio
Le dimensioni del corpo sono infinite e infinitamente labili, come il pensiero il desiderio la remora l’inganno. L’anima. Il corpo raccoglie le tensioni, gli istinti, i continui ripensamenti, le paure, le vibrazioni. Ha il compito di riunire i pezzi sparsi di Osiride, quelli lasciati a fluttuare sulle acque limacciose del Nilo, Iside per pietà d’amore, responsabilità di amalgamare le sembianze umane, le fattezze, le timorose escrescenze, perché si possa gridare infine di averlo visto, che è vero che può non esistere e tornare ad esistere, eterno, come la voglia dell’uomo di essere vivo, e potersi librare al di là della coscienza.
I selfshots di Flora Pe riabilitano l’immaginazione a propria cura, lasciando a terra per un attimo infinito tutte le turbolenze del limite d’arrivo, la presa, del possesso come della razionalità vigile, quella che vanamente porge un aiuto per capire, sempre capire, perché sì o perché no. I nudi di Flora non sono portraits di una apparenza più o meno ambita, più o meno perfetta, sono impalpabili circostanze, agglomerati delle sensazioni reduci scarnificate dell’intenzione, e ricondotti a forma pensante del proprio corpo, per ciò che di più puro, ancestrale e nello stesso tempo carnale si possa volere da esso.
Flora è avulsa dal sé, sembra sia lì mentre spazia per tutti gli altrove possibili, raffigura semplicemente ciò che si agita nella mente di chi guarda, ninfa, dea delle opportune riarticolazioni, volutamente succube del potere allo scopo di disinnescarne l’empito omicida travestito da sensibilità erotica. Il suo corpo trasuda, sa far attraversare le perverse libidini allo scopo di rinvenirne il fine ultimo, motivo primo delle opposte assuefazioni. Sa offrirsi, giacersi, divaricare le tendenze risonanti all’attraversamento, pulsioni alla copertura, per lasciare poi annichiliti, esterrefatti di fronte ad uno sguardo, alle pose reiterate nell’infinito doloroso, alla bellezza talmente travolgente ed estatica da lasciare perplessi per il suo essere fuori di noi. Flora ce la porge, sul piatto d’argento delle nostre recriminazioni.
Tanto più le movenze sono meticolose, sospese su scenari urbani docili, skyline dell’impossibile, o su rarefatti paesaggi onirici, o lievemente costrette da set inappuntabili, dai quali la macchina fotografica scivola sulla natura possibile e il suo crine mnemonico, più la sua presenza evade, evapora, si sintetizza, per espropriarsi della perfezione e riassumerla in una lacrima di sangue o sulle pagine di un quotidiano dal quale poter sbirciare la vita futura, l’allegria della posa plastica, misurata, naturale. Il dolore, d’essere mera ambizione.
Flora rappresenta l’enfasi più estrema del nudo femminile, la soffusa corolla di un fiore estinto, censito al parossismo come foto segnaletiche sparse sull’impiantito, e non per confondere tracce o alterare la scena del crimine, ma semplicemente per attenuare lo sconforto per così grandi tesori dispersi, e insieme muovere la felicità per il loro sapersi involare a nord del desiderio, dove l’ultima voglia che ci rimane fra le mani è che compia la sua forma, qualsiasi, e torni a raccontarcela di nuovo.
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ma è sul suo sito che più si smarrisce la direzione, l’impulso e più si coglie la sua trasfigurazione d’essenza.
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