FemminArt Review

Arte e Femminilità

Giusy Calia

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Giusy Calia – Palpitazione dell’immagine resa

Fotografia onirica, trascendentale, orfica quella di Giusy Calia che scruta nelle imperfezioni sensitive dell’anima rendendole visive, circoscrivibili, simboliche, ma solo per l’attimo infinito della loro acquisizione, della sensazione tattile, più che puramente interiore, auditiva più che digeribile iconograficamente.

Si tratta di frames dell’assoluto che incutono il timore della percezione, quando con estrema naturalezza vengono visualizzati i respiri inceppati del cuore, o i sogni mnemonici della fase finale del rem, quando l’alba inizia a manovrare leve e interruttori per lobotomizzare le visioni, e renderle innocue rispetto alla follia.

Tutti gli scatti di Giusy sono opere che sembrano pensate, architettate, delle istallazioni e invece ad uno sguardo più attento appaiono come un flash mediale, un transito, una impercettibile effrazione della razionalità, come quando si ricorda improvvisamente il tassello mancante di una ripresa. Una rimozione. La fotografia di Giusy è una rimozione esautorata, dissolta, disintegrata. Lei agisce impietosamente sugli echi più disastrosi della fantasia negata, palpitazione dell’immagine resa, trattata, manipolata, ci mostra quello che mai avremmo voluto vedere, la perfezione o il futuro, in modo visivamente edulcorato, attenuato attutito, e questo invece nelle persone sensibili, quelle che più amano la sua fotografia, sortisce l’effetto opposto, inizialmente la morte, nella sua accezione più classica di elaborazione del lutto, subito dopo come materializzazione della quintessenza.

Non ci stupirebbe sapere che Giusy accosta una macchina fotografica inesistente, difficile da figurare, direttamente sulla fronte o sul petto, impressionando un tempo la pellicola, ora il file digitale scomponendolo, destabilizzandolo già nell’atto del suo formarsi in pallido codice binario.

Anche se è chiara una preferenza per la sembianza, il corpo e il luogo femminili, il dentro figurato da Giusy è profondamente asessuato, trattasi di presenze di confine, elfi o korrigan, fate che hanno smarrito la bacchetta e sono rovinate nel suolo nemico senza una scalfittura, gnomi universali che hanno assunto le fattezze umane corruttibili e infine corrotte, per ricordare al mondo la sua idiozia, la mancanza di semplice attenzione verso i moti interiori del sentimento, gli unici che hanno qualcosa da dire, sia nella donna offesa nella sua impalpabile sensitività reduce, sia nell’uomo derelitto nella sua smania di comprensione degli universi interi, libidine che gli toglie il gusto di stare un po’ sott’acqua e ammirare il cielo, il respiro e la felicità, come fa Giusy con i suoi obiettivi scintillanti sulla punta delle dita, di tutte e due le mani, e dei piedi.

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