FemminArt Review

Arte e Femminilità

Maria Pia Ballarino

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Maria Pia Ballarino – Sincretismo religioso

Installazioni simili a stilettate che si infliggono in spazi di un ex-convento del ritiro, variante della dinamica conventuale che insiste sulla negazione degli stimoli e non una loro concertazione nella sinestesia delle percezioni umane, una clausura acritica che fa tabula rasa delle origini stesse dell’uomo, imperniate sulla diuturna com-passionalità fra bene e male.

Maria Pia sceglie la location sulla base dei conflitti sanabili e non compartimentati in un manicheismo di specie. L’Arte in primo luogo. Accorata espressione dell’io contrastato, più che negato, costretto a patteggiare il proprio respiro con le valutazioni di merito, da ambo le parti, che vogliono ad esempio la donna doverosamente mediata dai ruoli, prestabiliti in un consesso troppo spesso di soli maschi. Di seguito le espressioni generali di fantasia e virtualità, perennemente decontestualizzate dal sistema che giudica il quantum informativo dalla sua provenienza, dal genere dalla nazionalità dalla razza dal ceto sociale.

Ma quella di Maria Pia non è una lotta per la riconquista di spazi, anche se questa è insita nelle forme astratte che appunto si astraggono da qualsiasi stilema e loro imbrigliamento. Trattasi viceversa di una presenza, semplice attestato di convivenza, urlo tarpato che giunge di lontano, dalla storia, e ricorda alle memorie corte che chi brucia gli uomini ha bruciato prima i loro libri, e chi è intollerante lo è prima di tutto verso se stesso, e la propria incapacità di vivere e lasciar vivere.

Una crepa fra muri lustrati d’abbandono, che creano il rimpianto delle forme evase, rinnovano il senso della pulsione artistica come antico decoro della propria identità e irrefrenabile afflato di comunicazione, nel suo significato originale di condivisione. Risultato ne è che l’oggetto primigenio si rivaluta nel cubicolo del suo contrario, che diventa alveo di accoglienza, seppur dialettica.

Ma, superati i limiti del contesto il discorso procede e si rafforza, nel senso che dentro l’opera assistiamo alle medesime vibranze concettuali, dilaniazioni di contenuto che, messe da parte le rimostranze, si giocano la credibilità in una serie di quesiti endogeni, scompaginano il vissuto proprio alla ricerca di una sommatoria di sostanza che doveva precedere la scansione stessa del libero arbitrio. Non si imputa al male di esistere, ma all’uomo di essersi diviso fra bene e male, parola e silenzio, felicità e deliquio, dicotomie che hanno fatto la fortuna dei filosofi, semplici fotografi del disastro, e minato alla base la soddisfazione d’esistere.

Come dire che le opere di Maria Pia possono benissimo essere traslate in contesti meno strappati, ma conservano sempre il potenziale dirompente di una frattura annunciata, una confusione delle tinte che è semantica prima di tutto, cioè basata su una ricollocazione tanto fortuita quanto lo è stata la scomposizione. Perché l’Arte non è come la filosofia, che pretende di fornire delle indicazioni, fallendo miseramente come dimostrano i tempi che viviamo. L’Arte è un giocattolo dell’universo e resta solo a dimostrare la capacità dell’uomo, ma piuttosto della sua sacralità infantile, di assumere la coscienza degli elementi e saperne invertire le sequenze senza alterarne il significato.

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