FemminArt Review

Arte e Femminilità

Mary Bogdan

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Mary Bogdan – Risoluzioni

Nella sequenza “Love [Me] tender – intimate selfportraits”, Mary Bogdan, che si occupa parimenti di performance figurative, traccia in maniera splendidamente inquietante la risoluzione strategica della liberazione iconografica del sé, inteso come corpo, sostanza, diluizione animistica e animale del substrato costretto, imposizione della medialità deviata e compromessa. Tale stilema socio-culturale impone che la propria sembianza sia mostrata, o non mostrata, in forma aderente, succube, prona alla lettura automatica di massa, egualmente sottomessa.

Non si tratta di rispetto di modelli preconfezionati, questi vengono composti al computer con modesti software di registro, ma della svendita che si fa di se stessi quando ci si conforma ad un qualsiasi modello di riferimento. Come dire che anche l’alternativa dissacrante della propria rifrangenza, tipo tattoo, piercing, scarring, extreme autolesionistico, ossequia le direttive generali di chi utilizza le nostra identità come prototipi clonati dei futuri eserciti del nulla. Roland Barthes dice: “l’unico modo per reagire a questa società è allontanarsene”.

Mary con i suoi scatti si allontana, o meglio allontana confondendolo il proprio corpo qualsiasi, impedendo che possa essere catalogato, secondo i concetti di bello o brutto, carnale o spirituale, antico o moderno, vecchio o giovane, e soprattutto agita e confonde le coordinate erogene ed estrogene riducendole a forma magnificata, esaltando le pieghe ancestrali, i ricordi dell’abbraccio, del calore umano che emana dagli spostamenti contratti e placidi tipici del sonno rem. Non è tanto nella tecnica della camera mossa, che è come realtà manipolata, più che allontanata, e neanche nella dislocazione, quanto nella delocalizzazione. Agitare in continuazione i tasselli del puzzle, che per gravità e solo per gravità creano scie di indistinto, come sfida non a tentarne la ricomposizione, inutile, ma, e qui è la vera ebbrezza di Mary, a tuffarsi nelle concrezioni liquefatte, osservarne il nuovo modo di dire, e scoprire magicamente non dove è Mary, né cos’è, ma dove siamo tutti noi, nel tripudio della libera interpretazione, anche di sé, affrancata dal governo superiore del grande re delle cellule. Scoprire infine cosa, siamo, nel vortice levigato delle apparenze, un fiume di colori e sprazzi di ipofisi nel quale nuotiamo con semplici movimenti naturali. Fluttuanza nel corpo amico delle sensazioni ritrovate. Risoluzioni.

Nel film “L’infanzia di Ivan” di Andrej Tarkovskij, il bimbo soldato Ivan, sempre glaciale e triste più degli adulti navigati alla morte, ritrova il sorriso nel sogno, nel ricordo di quando giocava allegro con la madre, e l’estasi della felicità è de-localizzata nella mano che scompiglia lo specchio d’acqua che riflette l’immagine della madre, apparentemente disfacendola, in realtà riformandola.

Questo è Mary.

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