FemminArt Review

Arte e Femminilità

Nadia Martini

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Nadia Martini – Il qui e ora

La Fotografia di Nadia Martini è placidamente inquietante, in quanto dislocata, rispetto al fuoco, all’intenzione, all’inquadratura, al trasposto significante del soggetto, che si tratti di lei stessa o particolari simbolici della realtà ha poco peso. Quello che affascina è l’indicazione casuale dell’obiettivo, cosciente che da esso fluirà una fetta rappresentativa di qualsiasi realtà, comunque poi espressiva di un pensiero non casuale e nient’affatto secondario o ininfluente. I bambini agiscono con questo metro interpretativo, danno all’azione, sia esso un disegno, una composizione, una foto stessa, il valore di opera circoscritta, compiuta e nello stesso tempo mobile e adattabile ai significati diversi. Libera. Aperta.

Nadia indugia sui particolari, a volte li corteggia con una ideologia da macro, e non per costruire il pezzo di un puzzle futuribile, bensì per lasciarlo fine a sé, uno degli innumerevoli possibili, per dimostrare che, al pari dei suoi simili, è bello, significativo, emozionante come non ci si aspettava che fosse. Il discorso della solidarietà umana, funziona secondo queste categorie. Nadia lo trasferisce ad una realtà iconizzata nella sua scomposizione, ma il concetto è lo stesso.

Scomposizione. In Nadia non significa affatto sezionatura, deflagrazione o altre manipolazioni che avvengono in casi di questo genere, al fine di espletare fondamentalmente un odio verso la realtà, il desiderio recondito della sua divisione, visto che non ne è possibile la condivisione. Ne risulta in questo caso una vera e propria resecazione, quello che passa in genere come giudizio salomonico. Nadia invece lascia inalterata la realtà, si limita a mostrarne un attimo enfatico come fa a volte l’occhio stanco, che si poggia soltanto sui particolari morbidi dell’esistenza.

E infatti il dettaglio è sempre esaustivo, completo, sia che parli di un tutto integro, sia disgregato. E’ un uso della fotografia mnemonico senza tempo, cioè proiettato parimenti sia nel passato che nel futuro, attraverso la loro progressiva disabilitazione, esautorazione. Perché il lampo fotogenico di Nadia sta nel qui e ora, nel fotogramma immobilizzato nella sua naturale aritmia, nell’ebbrezza di un momento che giammai vorrà ripetersi, anche se ne rimane traccia figurativa, che sembra man mano sbiadire come lo sguardo di una persona ormai distratta da altro. Eppure ha un senso, perché se la propria memoria funziona secondo una logica similare, gli scatti di Nadia diventano vere e proprie discrasie mnemoniche, il sogno, proiettato nel momento suo più u-topico, la casualità, del suo sopraggiungere, animarsi, forse realizzarsi e alla fine dissolversi nel piacere di averlo comunque vissuto.

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