Roberta Demeglio
Roberta Demeglio – Apparizioni fatue
Arte di preveggenza quella di Roberta Demeglio, capacità sensitiva di produrre un risultato fisso dal punto di vista dell’immagine, anche quando questa appare mossa, e variare immediatamente il registro delle possibili letture in modo proficuamente caotico, magmatico, proprio perché esteticamente congruo, formalmente ineccepibile. Ciò è possibile grazie ad una tecnica acquisita e metabolizzata, fotograficamente equilibrata per l’originalità della composizione e la virtù di animarla, cioè dotarla di anima. Ma non è questo l’obiettivo primario, quando invece fotografia di genere, puntata al compimento, lima i particolari, assesta le sfumature come in un vernissage e presenta l’ipotetico assunto. Roberta non ha assunti da esprimere, tutto varia in maniera vibrante e continua, pixel che si autodestabilizzano volutamente, terremotano la visione definitiva che non è mai la stessa, ansimano del palpito della conseguenza infinita.
Le forme. Nell’accattivare la sostanza Roberta la plasma a futura memoria, indistinta, la corteggia nella parte visiva riconoscibile, la segna e risegna nella chiave della migliore lettura canonica, nell’attimo stesso la scompagina, la frulla nella matrice gestalt del fruitore, richiamando alla sua mente tutti gli stilemi considerati e conducendolo ad una confusione parametrica risonante, che nei casi migliori produce per paradosso una risistemazione quieta dei significati, una pace, una liberazione, una catarsi di senso.
La figura della donna, ad esempio. Soprattutto in termini fotografici, solitamente viene magnificata a tal punto da creare uno schermo di irraggiungibilità estetica, una sorta di deificazione iconografica che ne destabilizza l’acquisizione perché turbata dalle concrezioni del condizionamento sociale, per cui lo sguardo devia, sempre ad esempio, su conclamate evocazioni erotiche travestite da apprezzamenti sull’estetica della bellezza, falso emotivo che nasconde la brama di possesso, la manipolazione dell’eterno femminino considerato nella sua valenza di procurata soddisfazione. E’ un percorso che elude, in realtà, la bellezza perché relegata a strumentale postfazione. Roberta al contrario utilizza la bellezza come punto di acquisizione iniziale, la riconvoglia nelle sue parti negate, o proiettate, e la ridepone su un terreno di sostenibilità, disponibilità, ricapitolazione, esatto, come l’esercizio di scuola sciamanica che tende a liberare non i progetti incompiuti, ma le forme di energia bloccate, insaccate, chiuse spesso in angoli ciechi. Ne deriva una revisione dell’erotico come capacità degli elementi contrastanti di coesistere. Anzi, si sprigiona il vero erotismo legato al corpo, più che al corpo femminile, di enfasi mentale e interiore, di circostanza più che di evoluzione, di per sé, questa, sempre labile e poco autorevole. Una magia delle evocazioni sconosciute, futuribili, più che il riconoscimento di dettati, di forme complici, ree d’immagine.
Tutto questo traspare identicamente in percorsi che esulano dal corpo in quanto tale e lo materializzano viceversa nell’interiore spinto, quello che non si ferma di fronte al richiamo conclamato, ma viaggia nei deliri, nelle ricomposizioni empatiche di una realtà che poco si presta all’esercizio dell’immaginario, ma sprofonda, spesso, nelle volute dell’inconcreto, nel silenzio afono di qualsiasi espressione. Roberta ugualmente pazientemente ammaestra gli inconfessabili tremiti sconnessi in una fluttuazione dei particolari che, pur volendo apparire come confusione, così come il corpo tendeva ad apparire staticamente perfetto, riunisce le immagini sparse come membra di Osiride raccordate in un unicum che, ben lungi dal sedare l’esagitazione, le rendono il riconoscimento formale dell’accettazione, quindi ancora una volta liberatoria.
Con Roberta non si teme di impazzire, se si parla di follia, né la perdita da separazione, quando si parla di amore, quell’indistinguibile abito interiore che si usa vestire all’occasione, come una posa scenica, per poi ammutolire quando nel backstage se ne chiede ragione. Un amore pacifico e indistinto, equilibrista su corde incerte, è vero, lo testimonia l’immagine comunque eiettata, non presentata, nervoso ancora una volta al riguardo della sommatoria, ma sostanzialmente catarifratto di occhio in occhio, merito primario della fotografia che non deve aprire alcuna finestra, ma semplicemente prenderci per mano ad interpretare, più che a subire, a sentirsi lì e ora e non qui e sempre.
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