FemminArt Review

Arte e Femminilità

Sabine Modotti

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Sabine Modotti – Erotisme glacè

Sabine Modotti prende le distanze dall’impostazione di maniera dell’Erotismo fotografico, sia esso glamour o intimista o semplicemente formale, nel pieno rispetto comunque delle scuole di pensiero, che supporta con una pratica autorevole, cosciente delle proprie capacità espressive. Sabine s’affretta a diluire ogni riferimento, foss’anche solo di senso, e parlando di nudo è alle prese con una inflazione di sensi, per rimarcare la differenza del suo autentico stile personale, il proprio percorso tecnico e contenutistico, sebbene inserito nel medesimo settore dell’Erotismo.

Erotismo al femminile, univocamente, per una questione di scelta tematica e sensoriale che, al di là delle intenzioni puramente personali, dalle quali ogni artista deve prima o poi sapersi distaccare, tende a far emergere il logos, l’espressione visiva del significante. Il nudo femminile è archetipo di bellezza, estetica e interiore, di sensualità e sensorialità, puro da un punto di vista concettuale, visivo secondo l’accezione originale, un assioma, ma proprio questo aspetto ne ha costituito, nel tempo, il vero limite. Supersfruttato come stilema, conduce chi vi si accinge ad una cauta opera di distintività, pena il ricadere, per ovvi motivi, nel già detto e nel già fatto, con estrema facilità.

Sabine pone subito i suoi distinguo, come se partisse dal background sondato, epurato dalle manipolazioni per lasciare il campo al lampo visivo immediato, al di là del suo elaborato. L’utilizzo del colore, ad esempio, che nel nudo femminile spesso appare come una edulcorazione, una patinatura, eppure di colori è fatto. Sabine esalta le tinte forti, gli elementi al corredo grafici, stilistici, le composizioni simboliche concettuali, traslate, che parrebbero voler ghiacciare l’origine del senso, ibernare il respiro di fondo del fisico inteso come alito dell’anima, cuore del nudo, non solo femminile. Difatti, nella girandola dei simboli altri, il corpo rimane perfettamente plastico, vero, come della modella colta in un momento di break dalla scena. E questo è palese anche nei particolari ravvicinati, dove il monile risalta, ma non riesce a rapire la scena all’ombra indistinta della carnalità spirituale che il nudo da sempre solletica.

Anche nella estremizzazione, sia cromatica che compositiva, operata a volte al contorno o al centro stesso della scena, il core rimane la femminilità viandante, costretta a muoversi nel suburbio dei simboli indotti, talora violenti e spersonalizzanti, stalkati, ma comunque sempre vigile, attenta, a preservarsi e a dimostrare che il centro pulsante del cosmo rimane lei, femmina che dal maquillage delle ere decomposte riesce sempre a trarre l’esprit vital, e a darne adito.

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