FemminArt Review

Arte e Femminilità

Georgia Privitera

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Georgia Privitera – Il violino della chiave

La perfetta esecuzione è figlia dell’enfasi corticale, quel sussulto del cervello, e dell’anima, localizzato in zone periferiche di raccolta definite esterne, o epidermiche, e che invece riassumono la sintesi delle percezioni, la loro summa delle diverse emotività, tecniche, interiori, di assunzione e rivisitazione, interpretazione e creatività, e che si traducono in organizzazione d’insieme, in una parola, di concerto.

Georgia Privitera coagula la lettura del brano, come è giusto che sia, grazie alla perizia acquisita, allo studio e applicazione, agli infiniti tour fisici e mentali che farebbero di lei quella che suole definirsi una interprete di eccellenza, una risonanza di classe delle intenzioni creative dell’autore più che dello spartito, frutto come si sa dei pensamenti e ripensamenti a posteriori dell’autore, quiet zone nella quale si adagiano tutti gli interpreti, di media o elevata caratura che sia. Georgia in più è passeggera, itinerante, quasi transfuga per indole umana, non abituata alla stasi geografica come a quella percettiva, scansiva, e questo le dona il plus per attraversare il borderline della esecuzione creativa, quella terra di mezzo che fa la differenza tra la cifra musicale perfettamente stesa e il proprio umore cangiante che vivifica il pentagramma.

Negli slanci di passaggio come in quelli di accompagnamento, abbrivio o semplice pausa, Georgia si esplica nel momento precedente, quel pendolo concentrativo e meditativo che irrequieta l’atleta ancor prima di inarcarsi sui blocchi, e che dà la spinta alla coesione necessaria all’ossequio al dettato e, cosa per lei parimenti importante, al proprio riflesso emozionale non ridotto a mera empatia, bensì a collegamento circolare delle sensazioni remote, che sappiano trasferire la vita intera nel suo momento u-topico e in quello dell’autore. Una medialità diffusa che si evince da movimenti del volto poco scenici, teatrali, che sembrano rivisitare la sua genesi curriculare, gli afflati segreti dell’autore e quelli manifesti del suo dialogo con la musica in generale, come fonte di vita, come vita stessa. Non si tratta di una pura attenzione verso il risultato, ma quasi di un interrogativo circa i transfet diversi che la vita ha voluto di lei, dalle aspettative degli uomini semplici alle teoretiche inviluppate degli artisti, dal focolare dei suoi istinti primigeni, che vibrano in lei come la limatura d’archetto, alle istanze dell’arte intesa come onore alla vita prima ancora che pulsione a primeggiarla.

Ne risulta una trance che attraversa i movimenti come ghiaia una rete metallica, una danza tribale ritmica con impennate di orgoglio sopito, scatti mai rabbiosi ma quasi adagiati con effervescenza nell’ensemble degli impulsi d’amore, verso l’arte, la musica, la sua parvenza onirica e la sua realtà non mediata, verso il percorso, fatto di continue accordature per non perdere mai l’appuntamento con le obliterazioni del tempo.

Un moto ambiverso che non cessa mai, anche quando ad esecuzione terminata l’archetto si solleva dal violino come il pantografo dalla linea elettrica aerea, secco e preciso e in più carezzevole, tonico, lenitivo come se si trattasse ancora di musica, verso, armonia, plastica dedizione del silenzio, modestia dell’applauso tributato, che suona impercettibile come il ticchettio dell’archetto che in codice rappresenta giusta considerazione, omaggio alla bravura altrui che, come la propria, è frutto del dono della vita, in primo luogo, senza discriminazioni, nel coro globale della rinascita auspicata.

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