Giulia Lorvich
Giulia Lorvich – Urban queen
Indiscussa la matrice jazz, ma Giulia Lorvich non si accontenta di rispecchiare il tracciato melodico, seppur macerato, della jazz singer, ma fin dalle prime battute la sua voce minuta e incisiva ci fa perdere nel suburbio, altrettanto macerato, del rock&blues, del free jazz, del pop progressive, con tirate che ricordano l’anima inquieta di Janis Joplin, o le arie accattivanti dei Doors, e tutti quei maudit che si nutrivano in modo lisergico del blues dei grandi vecchi alla Bo Didley o John Lee Hooker.
Anche quando si concede, grazie alla sua voce dal registro univoco e plastico, alle canoniche atmosfere dello swing cadenzato, o del canto scat alla Betty Carter o la fusion melodica e nostalgica alla Flora Purim, Giulia ci tiene legati ad un proprio, esclusivo timbro nostalgico, una cifra musicale che non si esaurisce nello spleen sentimentale, ma quasi bisbiglia la sua radice territoriale.
Grazie anche ad un potente e caratterizzato ensemble, Giulia si permette evocazioni di disaccordo, un paradossale grunge, variazioni più di concetto che di stile, che donano al jazz e al suo riconosciuto feeling una vena a volte quasi dissacrante, armoniosamente distruttiva, legata al qui e ora della rappresentazione.
E infatti è il live nel live l’indirizzo principe di Giulia, quello che può fermarsi a metà strada per una improvvisazione, e comunque onorare infine il pubblico che sa aspettare la sua ennesima ripartenza. Timidamente imprendibile.