Loredana Semantica
Loredana Semantica - L’informe amniotico - Edizioni Issuu.com
La cifra della poesia
Loredana Semantica snocciola le ore del pensiero, scansiona l’infinito perché, come lei stessa dice, non c’è un grado oltre cui si diventa perfetti, ma, a testimonianza che questo limite apocrifo esiste, si entra in uno stato di grazia. E’ l’acquisizione di merito che Loredana compie dacchè ha imbracciato la penna e si diverte, tragicamente, a bersagliare i teatranti e il proscenio stesso. Lo stato di grazia è l’amore, noumeno dell’ineffabile, sgravato dal suo compito matematico di quadratura dei conti d’illusione, di perfetto inquisitore dell’altrui memoria, di cumulo di punti da presentare alla cassa per un articolo premio che non serve mai a nulla, anche se mancava in effetti nella nostra casa.
Loredana ha compiuto da tempo l’esame autoptico dei liquidi prima del rappreso, ha identificato ormai con meravigliosa puntigliosità i quadranti sghimbesci nei quali s’è voluta confondere l’esistenza, con trattati di filologia teologica e teosofia anamnestica che sono come i punti della cassiera. Loredana respira in ampio, ha la veduta globale della poesia, di per sé indecifrabile e che lei, con amore accarezzato sulle spoglie infinite, propone in forma sequenziale, in onore alla gente, distratta, che deve, posizionare uno step prima o dopo l’altro, perché altrimenti non capisce, e quando non capisce reitera nel dramma, quello stesso di cui si sente vittima, puntata, dal mirino della sua stessa iniquità.
La visione d’insieme sta nelle teatranti figurazioni di spelonche rattrappite, di cieli infuocati che stingono come cellophane alla fiamma, nel gotico di affastellate prospettive invertite in dimensioni traslate, un noir delle emozioni colanti che porterebbe a pensare allo spleen talora mistico degli ingenui dell’interiorità. Loredana non rifugge in essi per compiere l’istante egotico dell’autocompiacimento, anche e soprattutto di morte, che vanifica la poesia in una emorragia di nero, effetto che ahimè circuisce il gotha dei poeti, gli altri tacciono semplicemente, no, per Loredana è un esercizio di stile, una patina funzionale simile agli occhialetti in 3d, che semplicemente distaccano colori dando l’illusione della dimensione nuova, quella che non si riesce a conquistare con il sudore ematico della fronte.
Loredana onora il suo compito di vedetta, puntualmente censisce l’orizzonte nelle sue perfette antinomie, alternando l’enfasi della natura, e il suo amaro descriversi da sé, con il crogiuolo delle emozioni umorali, quelle fatte delle piccole vicende contrapposte, quelle che stimolano il confronto, o almeno dovrebbero. Corridoi del palpito immediato, prese e lasciti, le ore che miagolano come gatti affamati e resi, l’inutilità, del tutto, la memoria sterile, così brava a vidimare e così infausta nel tesorizzare. Tutti, almeno i poeti, ricordano l’armistizio, pochi i momenti di fiele che precedono la costituente, semmai questa onori le pie intenzioni.
Ciò che per altri è il cuore della poesia, per Loredana è luccicanza, proiezione di frattali, visioni, per una come lei che visionaria non è punto, profetessa nemmeno, ma assoluta sì, come il viaggiare e spesso si finge anonima, per onorare la folla eccentrica, e si spaccia per pessimista dei moti futuri del passato per parlarne, argomentarne, instillando in tal modo la fiammella che sta nella verticalità dell’amnio, chè a giudicare dal risultato bisognerebbe evadere dal compito. L’informe amniotico è proprio del dna della materia, non della sua manipolazione genetica, e così Loredana si distende, si riposa, si inalbera, piange e si dispera per un torto subito, crea indicazioni per l’umana disperazione, per il suo anelito di miglioramento, perfezione no, quella no, ma basta non dirlo, e cedere alla levità dei giorni assenti, delle parole non dette, della semplicità che è difficile a farsi, dell’amore che è soprattutto pensiero, vigilanza d’incanto che vuole le membra dell’uomo pacate, perché se si muovono è solo danno.
L’interiore di Loredana è la cifra della poesia, il suo plasmato lenimento che non vuole figurare alcuna mecca, ma si lascia andare nel ludibrio delle sensazioni vive, anche quando irridono il peccato, cedono alla lusinga pavesiana del mestiere di vivere, vero onere, ancorché alla sua malcelata insopportazione.
L’informe amniotico è un diario della leggerezza, paradossalmente, scuce lo striminzito abito dell’anima e lo ricompone in un patchwork di cordogli gentili, di amene tristezze sussurrate a cuore, alitate con il coraggio degli infermi, depositate con grazia, perfezione, sulle anime incrostate, crepate al sole di inverni glaciali, che neanche reagiscono nel sentirsi ancora considerate cellule vive sotto lo spesso strato dell’abbandono.
Un perfetto andare, cronografato per i patiti del contabattiti, eroi della pressione monitorata, che accompagna nel viaggio che comunque risulta straniero, nella centrifuga del vero dilaniato, ma suggerito all’ empito di chi nasce, cresce e muore con la dignità della coscienza della poesia che non si dice, ma si fa. Vivendo.
Le edizioni sono quelle di Issuu, l’e-book, o, come si vuol chiamarlo la virtuale e puntuale pubblicazione del futuro, che rende disponibile un magnifico pdf da stampare a chi ne fa richiesta, ovvero semplicemente si iscrive e prova l’ebbrezza del passare per la propria identità come unico prezzo per un cielo infinito di stelle.
Sergio Gabriele - FemminArt Review
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