Silvia Rosa
Silvia Rosa - Di sole voci - Poesia - Ed. LietoColle Libri - 2010
Voci di confine
Silvia Rosa assume il carico stesso del confine, modulando i registri delle voci diverse, timbri solitamente originali che riportano alle mille effrazioni dell’esistenza, quella resa, quella consolata, quella inconsolabile, futuribile nella sua accezione di anelito, sorpresa, e angoscia, della felicità.
Sono voci che come abiti Silvia indossa, fa suoi indipendentemente dalla taglia, dalla fattezza, dal colore, mescolando saggiamente gli impulsi dell’ego con la sua trasformazione in decomposizione sociale, sentimentale, corpo-tramite delle mille sinergie mancate, della medesima esistenza. E’ il punto focale, il core, della poetica di Silvia Rosa, l’espropriazione del sé attraverso la vivisezione delle pulsioni e la loro ricomposizione in forma, sia verbale che visuale, che appaghi l’idea della loro estinzione, con un gioco di rifrangenze, tutte esecrabili, che le riporti in vita, rendendo di nuovo liquido quel sangue rappreso, raggrumato, congelato, opinatamene ibernato.
Pulsione dell’anima, in un contraltare di prese e riprese del corpo stesso dell’amore, amato amante illusorio disincantante, l’indelicato esteta che si nutre della di lei significanza di eros e immaginifiche teorie del suo distacco, capace anche di amare, benissimo, ma che nel percorso frastagliato di Silvia ben poco può, perché lei è tutte, le amanti vibranti, e una sola risposta, per quanto completa, non può infiammarle la pelle, perché ogni amore è cautela e Silvia invoca per sé la mancanza dell’attenzione parziale, la sua esautorazione a favore di un movimento universale ridistribuito, anche se questo dovesse comportare la sua deflagrazione.
E’ palpabile il dissidio apparente fra l’obiettivo e la sua disintegrazione in itinere, come un meteorite che si estingue a contatto con alcuni strati della ionosfera. E’ espresso nelle richieste talmente accorate nella ricordanza da celare l’istinto all’oblianza, la delicata resa estranea a qualsiasi condizione, di appagamento come di delusione, per lei parimenti cocenti. E’ come se Silvia esulasse dal risultato, per esprimersi senza riserve né risparmi, lungo il terreno di mezzo delle sensazioni, sfuggenti o esemplificative, che costituiscono l’humus del confine, striscia, zona franca, terreno prediletto dagli amanti delle sensazioni pure, incontaminate, capaci di avvalersi dell’esito, qualunque, come prova provata del loro esistere. Per questo la poetica di Silvia è di confine, perché mira alla fibra essenziale delle emozioni di vita, alla loro matrice, non all’articolazione del loro divenire, evento casuale e come tale esposto alla casualità della riuscita. C’è chi piange per una delusione d’amore, Silvia piange per l’emozione di rappresentarne l’enfasi.
Pulsione del corpo. Nel primo approccio, quello stesso che Silvia ha con il proprio, questi potrebbe apparire uno scrigno delle provocazioni della mancanza, sia negli interlocutori, tutti, sia appunto in se stessa. Inducendo delle figurazioni, situate nei punti deputati all’erogeno collettivo, Silvia utilizza il grimaldello per esternare il peso, la convinzione e sua distruzione, del codice erotico stesso, significando a volte la ferita, a volte il desiderio inverecondo, un fuoco appunto che dilania, a volte un empito dell’anima, avallando il messaggio, che è proprio attraverso le contraddizioni del corpo che l’anima emerge e si solidifica. Questo punto in particolare, la presa di coscienza, o autocoscienza, per chi preferisce, deriva a Silvia non tanto dalle battaglie politiche realmente sostenute, ricordiamo che lei non è dislocabile, né socialmente meno che meno politicamente, quanto dalla sua reale cifra dell’essere donna. Donna quasi votata, a volte, alla contraddizione, dopo aver storicamente appreso che costituisce per lei l’unica arma per espugnare la fortezza avversa, non propriamente maschile, ma criminale, nell’accezione di negazione dell’altrui istanza. Tanto risibile è la contraddizione quanto enfatica, vitale è la rivolta, con la riappropriazione della coscienza intima, che si appaga nel disvelamento, quello tanto caro all’avversario quando si tratta di giustificare il semplice genocidio come atto d’amore inverso, o controverso, faccia lui. Lui. Il lui di Silvia è un anacoreta, un placido signore del tempo che sappia toglierle di mano la palla offuscata del futuro e condurla alla pace dei sensi che per lei non esiste, ma quanto è importante esservi condotti, a qualsiasi titolo, purché nel rispetto che anche l’amore negato, soprattutto l’amore offeso, esige.
Pulsione del dolore. Al pari del resto, è l’architrave del sesto acuto rappresentato dallo scrivere, dal vivere, dal sentire, dal percepire di Silvia. Dolore allocato nei ritmi brevi del suo orologio donna, sia esso genetico che erotico, anzi le due doglianze si sommano, si immedesimano in quel senso di sacro e nello stesso tempo anomalo, come anomala può essere vista a volte la voglia, il desiderio dell’altro, sia esistente che futuribile, come un trauma post partum o una vendicazione verso la propria natura, rea di gestire autonomamente gli scambi ormonali delle rotaie del senso. Dolore nel suo significato di delirio, per una umanità compromessa, un ritorno alle origini mancato, anzi per il loro abbandono a favore di una diatriba senza senso che ha preso possesso dell’animo umano, edulcorando le pessime intenzioni, rendendo l’amore una parola d’ordine scaduta e dal numero di caratteri esponenzialmente crescente per essere considerata sicura, tagliando anche le residue possibilità di cavare risposta dal niente, esegesi che sempre di nulla è formata. Dolore del vivere, che di null’altra motivazione abbisogna. E se l’individuo di norma tende a liberarsi dal dolore, con cachet pubblicizzati sempre più per la velocità con la quale agiscono, necessaria a creare spazio per altro dolore, Silvia se ne appropria, tipico dell’artista, del vate, dell’ignota scrivania nell’ufficio informazioni, della donna, della guardia confinaria, vopos di un muro, vigile soprattutto sulla propria integrità, nata, come si diceva, per essere contraddetta, compromessa, dilaniata a favore della ricomposizione della diaspora di fedi e sentimenti, e corpi vergini ma avvezzi alle mille delizie dell’amore concupiscibile, e aereo come il singulto definitivo.
La multiforme congenialità poetica di Silvia Rosa è avvalorata dalla sua metrica sincretica, innanzitutto sostenuta da iperboli incantate che rapiscono un ritmo crescente, quasi teatrale, soprattutto nella ricorrente domanda basita, quindi retorica, e fra le righe supportata dalle mirabili e mirabolanti devianze interpunzive, segnatamente la parentesi, virgole di dubbio che hanno come effetto il rafforzamento della tesi, qualsiasi tesi, e della antitesi, qualsiasi antitesi. Indicare le due vie, spesso molto più di due, di interpretazione, spesso foriere di significanze agli antipodi, come determinati verbi nel greco antico, ha il senso di spalmare il quantum informativo esattamente ai margini estremi della zona franca, in un duty free delle emozioni impagabili, nessuna delle quali, ha ragione Silvia, maledettamente, è tale da disabilitare il senso dello shopping selvaggio e dare valore, quindi, alla dinamica dei bisogni tesi al minimo esistenziale, concetto insito nella gioia, che parimenti viene mostrata come pulsione.
Difatti, nel percorso ammaliante nella desertificazione dell’universo sentimentale, e sensazionale, la pulsione alla gioia ha in Silvia Rosa un effetto catartico stravolgente, annidata non tanto nella vidimazione delle cause perse, in quel patetico ridurre i danni o saper incassare, ma nell’estrema volubilità cromatica di una poesia unica nel suo genere, fatta di suggestive volate verbali che tolgono il fiato, altalenanti fra libidini descrittive e spremute di poesofia, branca particolare della poesia che si occupa della traduzione della fede in gioia, potendo fruire più che del pensiero, il solito pensiero, della magia del verbo e della sua funambolica capacità di spaziare nei territori della felicità, che sempre nella terra mezzo si trovano, fra cespugli e aride concrezioni.
Silvia Rosa è molto distante dal compimento poetico e teoretico dell’assunto, e questo costituisce la sua bellezza e la sua forza, perché da essere vibrante sa far soffermare la nostra attenzione senza sacrifici mediali, ma beandosi del desiderio instillato, della risposta accuratamente dribblata, e quel passo improvviso di felicità compresa, più che vissuta, e regalata perché una cosa resti al di sopra di ogni fatuo esercizio mnemonico: il suo odore.
Sergio Gabriele - FemminArt Review