FemminArt Review

Arte e Femminilità

Anna Toscano

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Anna Toscano – L’eternità accessoriata

Esiste un trauma di separazione per l’individuo quando lascia l’alveo materno, il comodo nascondiglio placentare che smorza i suoni, elide le tendenze spurie, mitiga gli affanni altrui. A questo trauma ci si riconduce ogni qual volta c’è da soffocare un grido, da comprimere una ribellione, da suscitare la funzionale disistima del sé, come se il distacco fosse stata una nostra scelta sbagliata. Ve n’è un altro di trauma della separazione ben più consistente, ed è quello che implode quando osserviamo che il mondo non è impastato con i sogni, che la realtà non è lo specchio dei buoni sentimenti, che la politica delle opportunità o delle cose pubbliche non è occuparsi degli altri, ma costruire paraventi di falsa bontà.

Anna Toscano è una traumatizzata della seconda età, quella sociale, la sua fierezza d’esser donna, non patteggiata con alcuna idiosincrasia, non riconduce ad un rapporto segnato dalla madre: “no ma’ non stiro le lenzuola, nemmeno gli asciugamani, li arrotolo sì, un armadio di salami”. Non è neanche una dissociata dell’amor cortese, l’illusorio dell’uomo inesistente e ingannatore, anche se a volte un sospiro ci indurrebbe a pensarlo: “mi hai dimenticata, nella tua sala d’aspetto”, “mi hai fatta in mille pezzi, uno di certo, lo tieni nel portafoglio, tra scontrini e fatture”. “Amanti sparpagliati come figurine..” “ce l’ho ce l’ho mi manca”. No, non è un uomo quello che fa dire ad Anna “è all’ora dei pasti, che sento il tuo non esserci”, perché non si riferisce al pasto a due, lindo e pinto nel suo audace egoismo, ma al convivio sociale, quella tavola imbandita per tutti che non c’è, e forse non c’è mai stata. “La dieta ringrazia, io felice con lei, ché non mi calza, la tragedia”. Ecco, la tragedia, d’essere stati tutti per nessuno, nel mondo fagocitato dallo stile personale, di affrontare un presunto generale. “Muschio essiccato, sulle pietre” “lo vedo lo vedo il nero catrame dei nostri giorni”.

Anna, come tutte le persone oneste, i poeti sinceri, i cantori dell’elegia della vita, rivolge su sé la disattenzione, mutuando il dolore universale, componendo la propria felicità del vivere in una miriade di specchi convessi, acché il mondo abbia a salvarsi: “abbattetemi, seppellitemi, dove possa sentire il frusciare delle pagine dei libri, che ho amato e non ancora letto”, e non per cheto ricovero personale ma perché “la speranza si consuma tra aghi, il caprifoglio è una vaga inarcatura di ciglia”, occhi troppo grandi, da tradire la propria fede e mostrare agli altri, tutti gli altri, l’impercettibile segno del pentimento, di specie.

“Sono sola ma non si vede”, perché è lei, Anna, a non nascondersi sotto la sabbia del masochismo di maniera che impedisce agli uomini di dare un senso alla tragedia, in quanto creduta propria, sono “i cassetti che non si chiudono nel comò della fortuna”, perché la fortuna non esiste, esiste la solidarietà sociale, esiste l’impegno, esiste il non cedere alle intemperie del genere umano, esiste la presenza in “questa eterna, parodia dell’assenza”.

Il poeta è un mistico, alla fine indossa il pastrano della noncuranza, con cui fa spallucce ed evade dal mondo immeritevole “il mio turno, è passato da secoli” “cerco un pertugio dove trovare, l’ovvietà della decenza”, ma Anna non tace, strizzando l’occhiolino indica l’infinito e “un elefante azzurro, vola sopra, una notte arancione, che non si posa”, ridono i suoi occhi, anche se, e forse proprio per questo, ha accettato di essere bruciata, da perfetta strega, insieme ai suoi “stivali e borse e scarpe e occhiali, che sia un’eternità accessoriata e un po’ patacca”

La patacca di chi ha spacciato il verso per illusione, e il canto per ossessione.

Già, trauma della separazione.

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