Bianca Madeccia
Bianca Madeccia – Il dolore convenuto
La poesia di Bianca spazia oltre il confine della terribile sorpresa, quella meraviglia strumentale che ci fa gridare allo scandalo perché l’uomo non è uomo. Ci sono messi intere di poesia della rivolta, dell’urlo, dello sconforto che si fa livore, dell’astio che si fa vendetta, e questo non è certo motivo di sminuizione. Ma in Bianca prende corpo il respiro della certezza, di tutto ciò che è incerto. Il suo sguardo a tratti disincantato rende solida la reprimenda, matura la sua presa d’atto, gelida la constatazione e ancor più glaciale l’indicazione. Perfettamente credibile, quindi come poesia lapidaria, razionalmente esoterica, rigidamente anarchica, sotto il profilo del noumeno, chiaramente.
Basta scorrere i magistrali versi alla Madre: “Dove sono finite le tue parole di ieri?” preparazione al macigno: “Assolvimi Madre, perché non ti somiglio”. E’ l’acquisizione di forza da parte del pensiero debole, la metabolizzazione reale delle distanze, prese e rimarcate verso un mondo che non ha diritto di replica alcuno. A volte basta un gesto per tacitar la bestia, a Bianca anche meno, un Epitaffio, che più che rivolto agli altri, refrattari anche alla morte, è un “mostrare le cicatrici alla luna” da parte di un “guerriero zen” che è “innamorato” della morte. E’ una presa di coscienza acida, “in ogni angolo della mia anima c’è una lapide ad un Dio differente” “e sono così brava che ho un camposanto tutto mio”. Non c’è spazio per altro, “in questo mondo ricoperto di polvere”, e il dolore viene alla fine esorcizzato, colto nel suo tratto di convenzione, come può esserlo anche la felicità, convenuta.
E infatti, talmente granitico è il fronte Bianca opposto alla lordura delle convenzioni, della degenerazione sentimentale dell’uomo, “agli umani piace recitare”, che il pianto si fa inno, la parola si fa poesia, come sentir parlare un retore di ferro che incanta al di là delle argomentazioni, scontate o meno. E’ la nemesi, della poesia stessa.
Con lo stesso spirito è gradita la sua “Invettiva”, sputo di fiele verso chi, umano o bestia, ha dileggiato, offeso, calpestato se stesso e il mondo, fino a renderlo “roccia annichilita”, “bordo acuto di una nuova forma”, leggasi lama, omicida, stragista. E, giustamente, che glie ne colga peste. Il mondo è una bascula, il male fatto ti ritorna, per il principio dei vasi comunicanti. E detto così, come un buongiorno cortese, non può che instillare rispetto per il dolore subito, tanto più gratuito, quanto più atroce.
Arriverà, l’individuo ansante, colto da rimorso, ad implorar bisogno, a vomitare pentimento e troverà poesia, che non intende, e lo sberleffo della tragedia che “quando si ripete due volte diventa farsa”.