FemminArt Review

Arte e Femminilità

Francesca Pellegrino

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Francesca Pellegrino – La vigoria del termine offeso

Il peso sul cuore, per un dolore inevaso, semplicemente decifrato, quasi identificato. Non è, in Francesca Pellegrino, il dolore la forma prima della discomprensione, anzi, esso è a volte talmente cronografato da apparire quasi un movimento naturale dell’universo, una ruota gigante delle costellazioni, un argano del tempo immobile, “mi arrendo alla gravità del tempo, e chissà se l’alba smetterà di urlare nei miei capelli…”. “Il dolore bastonato di una cagna vuota..”. No, Francesca non teme il dolore, la sua corazza d’energia ne disabilita l’inganno, contornato nel profilo secco, “come in uno specchio che s’inverna freddissimo”.

Francesca rimesta nell’energia furibonda del ventre offeso, lesinando il vituperio personale, gli usuali conti interiori, la desertazione dei passi indietro, “mi è capitato di sentirli, persino lontana metri e metri, dalla mia solitudine”. E’ chiaro il dolore, la sua vittima, la sua causa, il suo nuce, “..occhi a scavare ruggine dagli occhi”. Impresa vana, di chi si ferma alle soglie della sofferenza, e si accontenta del “..rumore di quattro ossa arrugginite guaire morendo”.

L’outside della sofferenza è per Francesca l’empireo fuoco che divampa dall’anima fieramente imbrigliata, per scalpitarne la liberazione di puledra selvaggia: “La mia anima ha i calzoni corti dei ragazzini sudati, mentre biglie colorate rotolano inverni freddi..”, oleografia di un’infanzia tutt’altro che sepolta, sono “madonne che cercano il figlio” anche se lo hanno fra le braccia, per innalzarlo come trofeo ai giorni andati, a “questo male malato di sempre, che non ha mai saputo dire e fare e malamore.”

E si può dire e fare, e si può urlare, e “..per favore non venitemi a dire, delle soglie sveglie d’attese figlie di una foglia che cade, vergine e rossa. Come la bocca di una puttana..”. E’ tensione di lava pulsante, il riassunto della parte lesa che diventa gorgoglio d’incanto, “..la controra delle farfalle.. e qualcuna si lascia scopare cagna al primo fiore”. Sublime, questa “..assenza scritta su un muro”, quel muro su cui hanno fucilato le fragili speranze, lasciando intatte le prepotenti certezze, di una vittoria mai infranta, la presenza, l’essenza, il bollo senza scadenza sulla carta d’identità dell’universo.

E’ un gioioso utilizzare il verso per stigmatizzare il paradigma dell’oltraggio, recuperando la parte fisica dell’opposizione, gloria della poesia ricompattamento delle parole, del loro limite risolutivo, “perchè la parola fragile mi si rompe sempre in mezzo alle labbra, per poi andarsene dove era prima di adesso. Fredda. Anzi freddissima”. Resta il senso, il colpo di reni di una invincibile resa.

  • Bugia

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1 commento »

  1. Commento di Francesca Pellegrino | 21 Giugno 2010

    Tutto questo, è. Grazie!!!

    http://www.francescapellegrino.inlibraria.com

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