Gabriella Sica
Gabriella Sica – Passione per Pasolini
Nel toccante ricordo di Pasolini, Gabriella condensa la sua poetica, raccoglie le sfaccettature, le sfumature, le eroiche pulsioni di donna, la ripulsa sociale e l’afflato poetico più puro, intenso, capace di sviare sull’etereo indistinto naturale l’astio di essere uomini e donne avvinti dal profondo dolore di essere umani. “Eretico poeta di verdi campagne”. “E il terrore d’ogni giorno, tu dici..”. Il ritratto di Pasolini è una enorme accorata carezza, oltre che ad un rivoluzionario liquidato, non è il primo né l’ultimo, ma forse all’ultimo depositario della forza e insieme dolcezza d’esistere che ogni vero uomo dovrebbe possedere per assunto genetico. “Negli occhi avevi ancora il mare azzurro, del Tirreno come Caravaggio”. L’Amore. Per un uomo a volte incompleto “poeta mai tiepido e a volte anche ossesso”, e in questo da capire, ma forte come la roccia a proteggere il mondo dalle ingiustizie e la donna che lo ama dal suo stesso amore. Ma alla fine “..non c’è riuscito Cristo in duemila anni, e sempre a sopraffare l’altro e i poveri della terra, gli ultimi gli esclusi e i poveri cristi”.
A tratti crepuscolare, la poesia di Gabriella tace con pennellate dai colori tenui la verità sempre saputa, di un amore affranto più che per strapotere di un manipolo di dittatori, per l’incuria, l’infedeltà, la tragica superficialità, di tutti gli uomini. Tutti siamo complici, dello sfacelo, nessuno si senta escluso. Ah, se fossi te, ragazzo, “..te che fuggi l’amore delle donne”. Questo amore fatto della semplicità delle cose minute, conversar fra amiche su “..un morbido divano il cibo e le parole”, sul “..balcone tra rossi gerani, e l’odore di salvia e prezzemolo, senza avere profondi pensieri”. La mente va ai grandi poeti capaci a cantar la “sacertà” degli aromi assoluti della vita. Una visione ancestrale come “..quel corridoio familiare che un vicolo era del paradiso”. Disincanto, soffuso ma aspro, perché “..troppo alto è lo sforzo inaudito per rifare la vita”. E così quel “..dio Apollo o a Ermete pari” giace a terra, nella polvere dell’Idroscalo, raggrumata di sangue.
E così “..di cedere il mio corpo, casto su un letto sfatto, non se ne parla neppure”, perché “..fra gli uomini d’adesso sotto il sole, uno del tutto buono e dolce non si trova”.
Nelle “Poesie per le oche”, Gabriella muta il suo grido nell’estasi fuggiasca delle movenze attonite proprio di quegli animali additati con disprezzo come emuli delle donne, o le donne di loro. Con una incredibile pace interiore “..mi placo mentre dolcemente vanno, placide nell’acqua trasparente, ingenue sul dolore della vita”. “E mi strazia la grazia di un’oca, che lenta e fiera s’allontana sola”. Non c’è che il silenzio della costernazione per reggere il delirio del mondo, e Gabriella lo fa con l’armonia del verso, la contemplazione del pensiero, vissuto come anelito perenne. “Ah! Potessi essere io una candida oca!”.
Ma la poesia che più nel profondo incide come un bisturi l’anima delle donne, e degli uomini onesti di cuore è “Estate”: “Potessi io avere un ragazzo sensibile, col sangue nuovo e caldo gli occhi belli, cominciare con lui l’estate senza bugie, bruciare infine al sole tutte le poesie.”
E’ la Merini di “..vorrei un figlio da te che sia una spada lucente, come un grido di alta grazia, che sia pietra, che sia novello Adamo..”. Non amiamo le citazioni, ma Gabriella Sica è quel sogno, è quella grazia.