FemminArt Review

Arte e Femminilità

Gioia Marsi

gioia.jpg    E-Book:  Amara Gioia

Gioia Marsi – Amara gioia

“Qualcosa mi va storto, nella maglia il vestito o il tacco, che fruga scomposto fra i ciottoli del tempo”. E’ la prima delle numerose summe che la poesia di Gioia Marsi snocciola per i cantori dell’insoluto, per gli astanti della mutazione di genere, per chi non ce la fa più a leggere la realtà solo in termini di maschile e femminile. Gioia parte dalla sua femminilità conclamata, non patteggiata ma difesa soprattutto dalle sue stesse pulsioni, insieme irretite e liberate, nel pendolo che scandisce la ricerca della verità. “Lègami, passione, al corrimano di una stazione, alla ringhiera di un sottopasso che ignoro”. Passione, non ricerca dell’uomo o della donna in quanto tali, riferita all’ignoto più che al programma, rivelando la disincantazione circa l’ordito che sempre, maschio o femmina, soffre della decadenza della delusione antica.

Ma Gioia è splendidamente donna, ci tiene, “sotto il velo della pelle, emana l’alito indistinto del bisbiglio, l’ombra il palpito del desiderio, che prende la forma di una nuvola..”, solo una donna fiera di sé fornisce le piccole, lievi indicazioni, di come mirare di sottecchi il desiderio, e non flasharlo in una istantanea pronta a deperire. Donna, che giocoforza, per natura deve considerare l’uomo, il suo uomo anche se a volte ne farebbe tranquillamente a meno, ma c’è, ed è anche bello oltre che sciatto, o peggio. “Amore? Ma guarda, più osservo da vicino questo animale, le sue rughe, il suo ispido mantello maculato, più capisco come l’uomo, sornione, si aggiri nei dintorni della sua tana per carpirne l’olezzo, e fuggire lontano, lontano cercando la sua fine”. Un uomo esautorato, dunque, proprio rispetto alla passione, all’amore, più che alla donna in quanto tale, che continua a leggere come un trofeo di ubiquità, deità frustrata. “..Ulisse. Me ne accorgo da come grufola sul piacere di un gemito, o quando dice, sei la madre dei miei figli”. Eppure un uomo considerato un tramite di orgoglio d’amore, il transeunte ignaro, dell’amore stesso. “E ti depongo fra le mani sogni, disfatti angosce velleità, come liquido che cola, su dotti inesistenti”. Sublime spasimo, se non altro come chiamata in correità, perché è l’essere umano votato a cercare un simile su cui deporre le sue uova, non genera per partenogenesi, neanche i pensieri, e il fatto di ignorarlo lo porta fatalmente a cercare l’amore fra braccia, quasi sempre, sbagliate.

Sì, perché Gioia ad un tratto pare distaccarsi dal confronto fra i generi, oggi diventato foriero molto spesso di disgrazie, si rifugia nell’ignoto, e questo costituisce il vero arco portante della sua poesia. “Il tremito sospiro l’insolvenza, di una musica che evolve dalle curve, un ritmo di vergine incostanza, una voluta d’ansimo anteposto. Cancellami, ti piace? Distruggimi?”. Gioia mostra la regina, nuda, cosciente di un linguaggio di esternazione nei secoli oltraggiato e per questo criptato, ma oggi tant’è, ci si ostina a mostrarne l’intenzione di una incomprensibilità voluta. L’ignoto, è questo l’unico terreno d’incontro dei sentimenti e delle voluttà in pari grado, una sorta di dark room nella quale entrare fieri di essere irriconoscibili, una sacra rinuncia alle identità posticce e ben confezionate, a favore di una riconciliazione di senso, e desiderio. “Eppure nel sapore antico di sconfitta, risorge il mio anelito e in un attimo, son capace di dirti che ti voglio”.

Un’ignoto panico e ricostituente, che va oltre la generica voglia di sconosciuto, stilema che ha distratto schiere di donne e uomini alla ricerca dell’amore puro. Un ignoto che potrebbe definirsi storico, in quanto cosciente delle origini, di ciò che ci ha portato tutti, alla guerra, un ignoto vero perché basato sulla rivalutazione del presagio, degli amorosi sensi, della sensitività obiettiva, reale, quella che ci salva. E questo ignoto trasuda magistralmente dalla poesia “Del vento”, ministoria di un mobbing intenzionale a tarda ora, quando una donna sola che rientra deve sempre avere paura, paura dei tempi, della storia. Ebbene Gioia indugia, si inventa qualcosa di fuori posto da assestare, si appoggia ad un angolo, prende tempo, per guardare negli occhi la tigre, osservare l’ignoto e compararlo al suo nulla, e infine raccordarlo con l’intera voglia di esistenza, non mediata né dalla paura né dall’illusione, ma solo dalla realtà reale del sentire. “Mi afferro il piede e il segno, della fibbia mi sostengo, all’angolo. Ho caldo sul collo, mi sfrego e il buio sa di repellenza. Ho voglia di te, nulla che mi accarezzi dall’alto del dubbio”.

Provocazione verso l’origine del dramma, più che al risultato risibile, evocazione di sostanza, sacrificio del nuovo, libidine della ritrovata specie, ottimismo impenitente sull’animo umano, e non tristezza spremuta al frantoio delle identità, per non aver saputo, spesso, chiedere e non aver saputo, spesso, dare.

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