Irene Ester Leo
Irene Ester Leo – La sostanza è netta come una preghiera
Poesia dell’implosione, secca distesa accalorata e vinta, nella propaggine infinita della resa mobile.
Irene Ester Leo si estranea dalla realtà con il piglio feroce della presenza acida e implacabile, quando tocca con il fioretto della sua figurazione il cuore delle ipocrite tendenze contraddette. “Saremo soldati semplici con una moneta di pane vecchio nel taschino”. Il suo verso assomiglia al silenzio scandito, come una goccia d’acqua perfetta nel suo innervamento diafano. Insegue le esposizioni incongrue della storia come una fiera la sua preda, no, non per sfruttarne gli errori, ma per rintuzzare punto per punto le pretese d’offesa della sua difesa postuma.
Osservare l’agonia preconizzata come “l’occhio del pettirosso.. mentre sull’altezza della follia piegava il collo contro la trappola della sua libertà”. E’ atroce il peso da sostenere per una simile vidimazione che solo il muto estinguersi della coscienza, in ogni suo impercettibile rifarsi il verso, potrebbe, al limite, sopportare. Invece Irene si impenna in funamboliche evoluzioni allo scopo di irridere ciò che resta dell’antico fulgore, dell’antica sostanza riflesso del cosmo, ridotta a preghiera. E’ innegabile la valenza risolutoria della preghiera, è l’unum indistinto che precede la sommatoria, è la quadratura non del cerchio ma del quadrato stesso. Quel che annichilisce è il suo bisogno. “E succhieremo il tuorlo del sole deposto nel nido asciutto di una piccola misericordia”. Come essere costretti ad assomigliare la natura alla natura.
Fortuna, nostra, vuole che Irene elegantemente si libri ad implorare eros dalle forme scritte, liberando le imposizioni dai legacci della virtù negata, “quando più mi decompongo queste ossa in azzardi”.. “quando mi avvicina alla morte.. solo allora io segno la sua verità”. Il tocco tagliente. L’eros lato scaturisce proprio dal contraltare di morte certa e vita presunta, come le bufere da forti squilibri di temperature, e Irene fluisce nella parola come oblio della memoria futura, fibrillante orgasmo di mancanza mancata. “Forse un iris nasce da quel fango, dopo.”
“Spilli che reggono il gioco della prossima estate”. Non c’è fonema che non sgorghi dalla vulcanica irruenza di chi prega se stesso, di stare calmo, di ovviare all’ovvietà, di suturare l’anima. “La polvere è l’ansia della spina che cade piano dentro le cose morte”. E ancora. Le virgole diventano angosce curvate e le battute di sospensione ansimi delle voluttà immaginarie che il tempo ci ha ricacciato in gola. E’ la carezza nervosa della dizione strascicata “quando mi apro la gola per vomitare fuori una fiamma erosiva”. Niente resta intentato di fronte al roboante dileggio della storia, e nulla resterà impunito.
Perché. “Io lo so che tutto è”.
Irene è il coraggio indomito della poesia, l’orma urlata della lingua strappata.