Maria Grazia Calandrone
Maria Grazia Calandrone – L’inarginabile colpa
E’ il vaticinio postumo della distruzione che in Maria Grazia Calandrone è come il peccato: originale. La sua poesia si snoda tenue e sobria come chi ha ancora pace da intendere, non indugia negli inutili aforismi di una realtà troppo cruda da essere digerita, se pur malamente, si lascia andare nell’assoluto realismo dell’onirico descrittivo, accettato per non essere da meno nell’enorme proscenio dell’assurdo fatto persone. “Magnitudine e rose sui corpi festivi e carichi di un lamento inaudito”. Maria Grazia è troppo cosciente e senziente dell’abominio da voler essere passato, in un rigore logico che non è pessimismo, più o meno gratuito, ma assunzione di responsabilità senza fremiti né gemiti, con il compìto respiro che i suoi gangli vitali, quel “forame pupillare che è una spugna di luce dell’altro mondo”, le consentono, anzi le obbligano per modestia cosmica di sofferenza. “Io volevo passare senza dolore. Io volevo diventare il passato come quella inservibile oscurità sul lago artificiale”.
Commuove la disponibilità ad essere transeunte del dolore, come se la sua scorza non avesse timore alcuno ad essere incisa e lacerata, perché per lei lo strazio fa parte di un passato infuturibile, appunto. E su questo registro è pronta a rimodellare gli schemi, quali il maschio, l’amore, la felicità delle relazioni, lasciandoli intatti, e diluendo il loro rancore nella colpa propria, irrintracciabile per assunto, perché possa continuare a vivere nella morte nobile del senso. “Siete corpi iniziati dal nome e da quel nome – mamma – evaporate con quegli occhi iniziali scacciati dal dolore e dal freddo come bestie”, rivolto, forse, a uomini pedine dell’incontrollata voglia di morire che si specchia nei suoi occhi, mutandosi in colpa, per anelito a salvare quel che del mondo c’è ancora in termini di “lamento inaudito”. “Non furono le pallottole dei soldati ubriachi a far morire ha ieled shelì, fu il peso del mio abbraccio sotto il peso dei corpi”. E’ poesia che si estingue nel suo inizio infinito, non reiterazione semantica, ma sacrificio che si rinnova, puntuale, spietato, mai sazio di sé.
“Lo sguardo di mia madre era spaventoso – sotto lei era un mare di corpi coperti nell’anima – io tacqui come fanghiglia nera”.
Quindi l’amore. Non è un partito preso, in Maria Grazia, come sovente accade, quello di irridere a trappole umane sofisticate con grazia, torbidi marchingegni di menti raffinatissime tese al dilaniamento del proprio simile, orgoglio di potere. No, per Maria Grazia paradossalmente il Potere è estinto da un pezzo, e l’horror ispiratore è solo una “insipida calca di neve che l’inverno sottrae ai nostri volti per ammucchiarsi sopra le campagne come un cane evaporante, lunatico”. Per Maria Grazia il dado è tratto da tempo immemorabile e la sua nuova etica di vita, riconoscibile a fiuto, è quella di avallare i bisbigli amari e acidi, come si concede amore ad un soldato in pausa dalla trincea, tacendo sulle sue contraddizioni di uomo-terra, perché da dove viene e dove andrà non c’è bisogno di humus che non sia se stesso.”Abbiamo – terra e rogo, sul volto, rimasugli di sangue, l’estasi”. L’estasi secondo Maria Grazia: reggere lo sguardo al sangue mentre si è costretti, a fare l’amore.
E quindi, “Posa il tuo piede sopra le mie spalle, adopera la scala delle mie vertebre che reggono l’atlante cerebrale, per calzare nel sacco della pelle l’autosufficienza della tua forma”. Beninteso, così facendo non è che Maria Grazia si escluda dalla portanza di un dolore proprio, tacendone l’interposto, lei sa che le costerebbe l’elusione dalla sua identità così vitale per la sua stessa morte, compagna di vita di morti analoghe, vestite di estatica compromissione. E così si tende, a “trasformare in ancora più amore il disastro che ha fatto la tua croce nella mia vita”. E’ chiaro, chiarissimo. “A trasformare l’osso esposto della croce nell’aprile del non voler morire”. Lei, per cui morire equivale a vivere, cioè nulla.
Straordinario, amore e morte che si fondono in una inedita, questa sì futuribile, incrollabile robusta fede nell’uomo e nella sua fine. “Inserisci la lingua nel fermaglio e domanda la grazia del martirio”. E’ questo l’amore, cautela del trapasso.
“Non creare eccessiva sofferenza all’animale durante il sacrificio, controlla che la lama sia tagliente”.