Maria Grazia Galatà
Maria Grazia Galatà – Sconnessi abissi
Ermetismo grafico che si ricompone nell’attimo della scomposizione, cioè mostrandosi come intelligibile inespresso, evaso dai significati chiamati poi a raccolta, presenti e assenti, in una rappresentazione panica che prevede un inchino finale amaro, compromesso e irrisolvibile.
Le “forbici cianotiche” le “ematiche parentesi”, i “cementi disallineati”, tutto pare defocalizzare l’obiettivo fotografico, visto che Maria Grazia è anche fotoreporter delle medesime sensazioni scomposte, tutto sembra rifarsi il verso in una ironica sceneggiatura dell’assurdo che vomita la propria disapparenza, stigmatizza le contraddizioni di alfabeti apparentemente contaminati, in realtà estinti. Maria Grazia draga a fondo il vocabolario restaurando il concetto di limite, sul quale la gente comune versa sangue inutilmente, vanamente cercando di afferrare tutti i sensi che già prima lascia in preda alla discomprensione sciatta e vulnerabile. Maria Grazia coglie la risibile ansietà del genere umano, quella di negare la presa d’atto di concetti universali assolutamente visibili, quali amore, libertà, fantasia, gioco, comunicazione, amicizia, crescita, per poi concedere il plauso inaspettato a chi ripropone gli stessi in chiave disarticolata, criptata in modo palesemente sofferente.
La sofferenza. Maria Grazia le concede il lusso di vestirsi con abiti post-moderni, contemporanei, dando al verso il decoro di una performance bizzarra, un caleidoscopio di cromatiche disillusioni, allo scopo di osservare la risata crassa dell’imbonitore dell’universo macellato, che irride la verità stessa di cui è accompagnatore, come il re che si diverte di sé nella rappresentazione che ne dà il giullare, prima che un ordito di corte gli riveli che è lui, l’oggetto di scherno.
Perché fa questo, Maria Grazia? Perché è colpita a sangue dall’orrore costituito, dalle “disorientative percussioni” che ledono il cervello come goccia la pietra, dal “transito calpestato”, dalla “bile tremula”, dalla “superficie laconica”. Tentativi semanticamente ammirevoli, poeticamente avvincenti e non solo dal punto di vista stilistico, animosamente salvifici e salvevoli, che hanno lo scopo di togliere per un momento, e magari per sempre, la coscienza dell’abiezione dall’anima dell’uomo, e dal suo panorama cognitivo e sensitivo che pare stingersi sempre di più in un punto “infinitesimale”. “Demenziando l’ardire”. Cioè riportando su di sé, come empito sacrificale, grazie che dobbiamo tributare a tutti i poeti, la lotta corpo a corpo fra la parola e il suo senso, l’azione e il suo compimento, la fallace impresa dell’essere umano del porre i significati in sinergia in modo che ne fuoriesca, magari, la polluzione della felicità, la coscienza stessa dell’agognata libertà.
Restano alfine l’ “atonale bisbiglio” perso fra “intonaci d’abisso”, offerto al “tombe mainteinant”, ovvero al gestore di morte del marketing guerrafondaio, “attanando”. In questo neologismo, dalla nobile origine di tanatos, morte, che potremmo tradurre con ammortando, mortificando, debilitando, risiede la summa poetica di Maria Grazia, quella debilitazione delle speranze che da un lato conduce al suicidio alfanumerico, dall’altro esplode nell’eroismo fantastico delle parole sghimbesce, e loro significati, delle iperboli verbali, e loro librazioni senza rete.
Una lotta contro il tempo scritto che ci vede perdenti, perché festosi nell’ “inferno detonante” , creduto artificio di un fuoco al contrario fatuo e inconsistente.