FemminArt Review

Arte e Femminilità

Marinella Polidori

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Marinella PolidoriPenelope un po’ rapper

Marinella Polidori è non-poesia, laddove le sue scelte di donna, essere umano, soggetto sociale le impongono di marcare la distanza dalla poesia iconografica, ufficiale, un po’ spocchiosa e avulsa dalla vita, segnatamente dai “poeti che, sciamando poesia, riflettono e pure s’incontrano e traducono e si sentono albero e poi uccello e peccano solo per amore”. “Dove stanno le donne quando i poeti scrivono? .. osservano i pensieri senza alfabeto, e intanto soffrono di carne muta e travagliano lacrime per parole nate orfane, perché neppure quelle i poeti riescono a trovare”. Basta questo per sentirsi “quanto di peggio possa servire, alla penna di uno scrittore”, come lei stessa dice. E basterebbe per il dire, della non-poesia di Marinella. Se non fosse per la sua opera di minatrice che “adesso altro non sento se non l’ossessivo amore per questo mio buio dove dal silenzio la parola estraggo”.

E’ immediato e secco il senso che Marinella dà alla parola, per interposta persona, cioè avulsa dal sé. Amoreggia con il pensiero “Sabina rapita al seno..” , ripulisce fonemi come pepite, si immerge nelle figurazioni vuote di pieno proprio come fanno i poeti che lei s-menziona, quasi per un retaggio, quel “futuro antico” nel quale si nasconde, è repressa, quella “..sillaba di femmina” che al poeta sfugge, quasi a dimostrare che la parola è promiscua, come a lui tanto piace credere. E’ un dolore infitto, la lama che fende la corte del re che ama i suoi giullari femmina purché tacite pedine all’occorrenza afflate, o insufflate. Basta.

Marinella non abbandona mai la sottile circuizione del verso, perché in esso è la vita che porta in grembo, non un esercizio di stile, ma “..donne in strana sorellanza d’amore antico”, ma, sempre in verso, squisito, urla tacitamente la sua abiura. “ Avrei felicità per consolare la parola, il vivere nostro e un po’ anche il morire.” , “..per evitare a te destino e strazio”, è l’unico senso che la poesia possa mai avere “..potessi regalare gente vera al tuo futuro”.

Ricapitola velocemente Marinella, “..Un attimo appena d’illuminazione è la felicità, dentro a mille nonsensi e all’agire da cadaveri” .. “..perchè sono stanca di voltarmi” .. “Esaudita, crederò che sarà mia la scelta e riprenderò la corsa, ma ora ho bisogno del mio tempo.”

Marinella Polidori, come recita la sua biografia, “glottologa, si è dedicata da subito ai problemi del disagio scolastico e di relazioni scuola famiglia”, spogliandosi di ricchezze e abiti talari, ritorcendo la meraviglia del poetare in azione concreta “..ai problemi faccio seguire la mia logica d’azione” senza abbandonare, e questa è la sua forza autentica, l’artificio della parola che si traduce in coscienza, lenimento, articolazione di coraggio, per sé e chi la circonda. Disincantazione attiva. Tessitura. Paziente.

E’ la sua “Penelope un po’ rapper”. Donna avvinta al destino che la vuole artefice ma succube di un odisseo errante che ben si concede alle sue peregrinazioni poetiche, formative, esperienziali. Il rap è fonetica musica incalzante della protesta di strada e del suburbio recalcitrante e così Penelope dà al suo tessere e stessere il lustro della storia, del canovaccio, della valenza sociale proprio nello smembramento e ricostituzione del vissuto, che fatalmente non lascia traccia, ma non è nell’eredità postuma la sostanza, quella è poesia, ma nel ripartire daccapo con un bimbo offeso, da chi pretende di offrirgli i mezzi per sopravvivere. E non sta nella parola fallimento né successo il segreto del percorso, ma nella parola data, regalata, non edita, fosse anche l’inservibile granello di sabbia o l’inutile ditale di oceano.

“Penelope un po’ rapper, che fatica ma resiste, e grida il suo presente”

Nella giustezza del metodo Marinella giunge ironicamente al compimento speculativo della sua poetica, quella che inizia dal futuro antico, la nostalgia del futuro di cui sciamano i poeti, ma che si fa presente perché urlato, ora, qui, sempre, assioma vigile del futuro. “Puro è il pensiero e a questo s’adegua l’alfabeto nel silenzio” , l’alfabeto, non l’azione. Date alla poesia ciò che è della poesia, il silenzio, e molti autorevoli scrittori oggi tacciono, e alla vita ciò che è della vita. Sofferenza e felicità o forse, Marinella, la sofferenza della felicità.

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http://www.lietocolle.info/it/polidori_marinella_alfabeto_nel_silenzio.html

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