FemminArt Review

Arte e Femminilità

Sylvia Pallaracci

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Sylvia Pallaracci – Onorata licenza

Un tono grave, quello della poesia di Sylvia Pallaracci, nella scala armonica delle congiunzioni fra carne e spirito, elusione ed essenza, liberazione e sostanza. “Dico e mai disdico, che la verità non sempre è vera..”, quindi è chiaro l’assunto che l’obiettivo è insensibile, che le convoluzioni dall’origine al suo segreto sono sabbia mulinata di fronte alla quale non è altro possibile che inginocchiarsi, e cercare di riempire vuoti, di torcere sembianze, di segnare la distanza nell’unica possibile, il nulla. “Mi sono riempita di un irrequieto chiedere, per svuotarmi di uno stentato esistere”. Il corpo non regge a simili ondate di piacere procurato, cede come filo inesistente, non fisicamente, perché il fisico è fatto per assorbire ciò che alla mente sfugge, o negare con forza ciò che la mente chiede. La pace.

Quando si rimette in discussione il nulla, inesegibile, allora non resta che contrapporre alla morte la battaglia dei sensi, rimestare fra le deposizioni alla ricerca della sacralità innata nell’essere umano puro, ma per questo bisogna sporcarsi le mani, e cercare di sedare il corpo con una manciata di legazioni allo spirito mancato. “Mi scopro sempre qui, nell’alveo che converge tutta la mia discendenza ruvida e al femminile “. Ci siamo, si scoperchiano gli avelli mal consumati, per ricordarci dannatamente che il corpo non è eterno. E dietro una donna che acquisisce coscienza, c’è necessariamente il trauma prodotto da chi in pari misura è animato dalla stessa sete di riscatto, uomo dalle mille facce e un’unica sostanza, odio, insensibilità, incapacità a sondare un mistero nato per non essere mai attraversato.

“Mi faccio piccola perché tu ora abbia paura a smarrirmi..”, e così nasce la distanza, il tempo, l’insensibilità “..al rosso incerto delle profondità..”, come ciclo di natura inesplorabile, soprattutto per chi ne è, più o meno consapevole, artefice. La poesia di Sylvia è chirurgica, non necessariamente tesa ad evirare, ma a dislocare, smembrare le accorte preveggenze che per lei, soprattutto per lei, sono restate disattese. “Non distingui quel tremore di tacchi nel continuo cigolio di spallate alla mia porta”, dove le spallate sono gli assalti d’ariete di un vincitore perdente, perché tirato nell’agone di un improbabile confronto, meno che meno unione. E’ sempre diviso, l’io poetico di Sylvia, fra l’intimare e l’agognare, suggerendo che “un solo gesto galante le sarebbe olio naturale”, riferito alla sua ferita recalcitrante, che sfoga nel mercimonio dei sentimenti stravolti l’anelito alla comprensione, non solo della controparte, ma dell’agognato armistizio con il sé.

“E tra un acuto e un basso di gola, ti lascio alla notte che semina e matura, i frutti che ti nutrono alle spine”. Nell’anatema c’è la diluizione di Sylvia verso l’attenzione più forte nei confronti del corpo, il suo allontanamento, sia inteso come miraggio da dimenare agli occhi del potente, sia come assuefazione al piacere della sovranità dell’io negato, despota dell’ambizione. Resta in bilico, Sylvia, tra le figurazioni del sogno colato, della vergine esautorazione, e la mistica dell’intimo dilaniato a favore di un pasto cui sa d’essere votata, per immediata partecipazione all’onore, per primo quello offeso.

“Urgenza selvatica di bruna ninfea, cuoriforme mi sfoglio, sulle contrazioni del tempo, all’infinito”. Si sente odore di muschio, ventate di aromi affascinanti, che negano la resistenza e avvincono di abbandono. Ecco dov’è il potere deflagrante della poesia di Sylvia, nel chiedere perdono per un crimine commesso da altri, attraverso la dedizione a quella resa che chiede al corpo il sacrificio, e all’anima la sofferenza. E’ la definizione postmoderna di orgasmo, cordoglio di una specie che per desiderare l’altro ha fatto voto di promiscuità della propria presenza, e castità dell’altrui soddisfazione.

E’ una virago della poesia, Sylvia, che lecca la polvere nella quale è caduta la lungimiranza dell’uomo.

Ma lo fa con arte, sapienza e consistenza, rendendo dolce il morire. Di lei.

Sylvia Pallaracci - Mi salvò l’ala sonora - Lietocolle 2011

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2 commenti »

  1. Commento di Sylvia P. | 13 Aprile 2011

    è impagabile la gioia di poter entrare nella vostra ‘casa’, accanto a tante altre care persone che stimo e che mi fanno onore…

    grazie per questa inaspettata accoglienza ..
    Sylvia P.

  2. Commento di Antonio P | 14 Aprile 2011

    Mi riempe di orgoglio leggerti

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