Tiziana Cera Rosco
Tiziana Cera Rosco – La resurrezione complica la devozione
Stile sobrio, immediato, carnale nel senso doloroso del termine, immune da figurativismi, leziose metafore fumi poetici dalle dubbie origini che si rifanno il verso per confusione prospettica. Tiziana sa dove è il problema e sa anche che alla poesia non deve chiedere troppo ergendola a chiave di volta di una ermeneutica che viceversa è da ricercarsi nella vita graffiata, nella verità finalmente sputata, come sangue.
Poco conta identificare le origini del patema, “padre da cui mi offri da bere per sempre”, “pelle tesa di desideri tirati ad osso”, “sogni circoncisi”. Sogni circoncisi. Questo ossimoro acido rivela il primo passo della nemesi verso un senso di sacro simile al carnale, “è il dolore”. La circoncisione è in fondo una precauzione igienica, per alcuni popoli un senso marcato di distinzione che assurge a status etico-spirituale. Per Tiziana, in quel momento, è invece ritorta verso un senso di infibulazione, o evirazione del sogno, se si preferisce. Verte sul sesso, traslato magico di fisicità onirica. Compromessa.
E’ immediato lanciare anatemi, frammenti di scogli di vendette annunciate “sono la torre da cui stai per cadere, la torre spinata sopra un castello di 33 vertebre”, “capsule da scoppio che porto in pieno petto”. Tiziana non ci sta, a vedersi scippata la dolce suscettibilità del palato e con essa il gusto di afferrare il contingente nel suo attimo trascendentale, senza doverlo trasformare amaramente in semplici “belle scopate prima dell’inverno”.
E’ dilaniante mutare da cielo a terra in un rimbalzo ossessivo, solo perché qualcuno ci ha manomesso le ali.
E’ una dipendenza dalla “scomparsa che rimargina la sera”, dall’amore che “è spalancare la morte con un nome”, dal “presente violento da squartare e fare sacro”.
Ci siamo, è l’attimo in cui la poesia di Tiziana decolla, prende il volo, lascia a terra il suo “palato di seppia” alle bestie urlanti, ibridi di memoria, abdica dalla resurrezione che chiede una vittima, il corpo, necessario al paradigma stesso del desiderio, che è dire felicità. Ascendere nel terreno.
E’ sudata e stanca, Tiziana, per “dalle intercapedini delle sicurezze estrarre ciò che sono”, come dal terremoto della sua infanzia antica, che aveva sepolto per sempre il suo vivere. Ma libera, per aver lasciato ad altri il traguardo. Non è l’obiettivo ma il saperlo vivere, non è l’umido dei sogni, ma “l’asciutto che fortifica il sentire”. E’ il dolore.
- Laicissima visione. Nuovi mistici